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“Nastro d’Argento dell’anno” ai fratelli Taviani

Il Direttivo dei Giornalisti Cinematografici nel comunicare ieri, venerdì 11 maggio, le date della 66ma edizione dei Nastri d’Argento(lunedì 4 giugno a Roma, presso la sede dell’Accademia di Francia, a Villa Medici, annuncio ufficiale delle cinquine dei candidati; sabato 30 a Taormina, Teatro Antico, la Notte delle Stelle, con proclamazione dei vincitori), ha reso noto che il Nastro d’Argento dell’anno 2012 andrà ai fratelli Taviani, per Cesare deve morire: insieme a loro riceveranno il suddetto riconoscimento la produttrice Grazia Volpi e l’autore del montaggio Roberto Perpignani, mentre una targa speciale verrà assegnata simbolicamente all’intero cast del film.

Un ricordo di Andrea Crisanti

Lunedì 7 maggio ci ha lasciati lo scenografo e costumista Andrea Crisanti (foto), che ha collaborato nel corso della sua carriera con i più grandi registi italiani, vincendo due David di Donatello, nel ’94 per Una pura formalità , Giuseppe Tornatore, e nel 2005 per Cuore sacro, Ferzan Özpetek, senza dimenticare i suoi lavori in ambito internazionale, come Nostalghia, ’83, Andrej Tarkovskij, o le coproduzioni I vestiti nuovi dell’imperatore, 2001, Alan Taylor, e Il consiglio d’Egitto, 2002, Emidio Greco, con il quale ottenne il Nastro d’Argento.

Nato a Roma nel 1936, dopo gli iniziali studi classici Crisanti si orientò verso quelli artistici, assecondando il grande talento per il disegno e la pittura, che lo condurranno alla specializzazione in scenografia presso l’Accademia di Belle Arti della Capitale; agli inizi degli anni ’50 iniziò a frequentare gli studi di Guido La Regina e Giovanni Consolazione, esponendo le sue opere pittoriche in via Margutta e in diverse mostre collettive, anche se la sua passione per il teatro e il cinema lo porterà a lavorare nello stesso periodo come secondo assistente di Mario Garbuglia, per il film La grande guerra ’59, Mario Monicelli: prenderà così avvio la sua attività cinematografica, con varie collaborazioni (Mario Chiari ed Enzo Del Prato, assistente ed art director dello scenografo Gianni Polidori).

Sarà però il 1969 l’anno di svolta della sua carriera, quando Francesco Rosi (foto), che alla 69ma Mostra d’Arte Cinematografica di Venezia (29 agosto-8 settembre) riceverà il Leone d’ Oro alla Carriera, lo chiamerà a lavorare per Uomini contro, dando vita ad un sodalizio artistico ultraventennale, sino a La tregua (’97): Crisanti contribuirà a conferire alle pellicole del regista e sceneggiatore una connotazione estremamente realista, nel riuscire a coniugare documentazione e stile, senso dell’azione ed impegno civile, come ne Il caso Mattei ,’72 (Palma d’Oro a Cannes), che verrà proiettato nella città lagunare il prossimo 31 agosto, giorno in cui Rosi riceverà il suddetto riconoscimento, nella versione restaurata, opera della Film Foundation di Martin Scorsese, con il sostegno di Gucci.

Crisanti lavorò anche con Sergio Leone per Giù la testa,’71, proseguendo la sua attività per tutti gli anni ‘80 (opere, tra le altre, come Salto nel vuoto, ’80 e Diavolo in corpo, ’86, Marco Bellocchio; L’avvertimento,’80, Damiano Damiani; Identificazione di una donna,’82, Michelangelo Antonioni, Nuovo Cinema Paradiso, ’88, Giuseppe Tornatore) e ’90 ( ancora Tornatore, Stanno tutti bene, ’90, e il già citato Una pura formalità; Il ladro di bambini, ’92, Gianni Amelio) sino ai tempi recenti (Ferzan Özpetek, La finestra di fronte, 2003, Cuore Sacro, 2005, Mine Vaganti, 2010, il recente Magnifica presenza; Michele Soavi, Arrivederci amore, ciao!, 2005, e Il sangue dei vinti ; Paolo e Vittorio Taviani, La masseria delle allodole, 2006; Theo Anghelopulos, La Polvere del Tempo, 2011).

Membro dell’EFA (European Film Academy), dal 2010 Crisanti è stato preside della Scuola Nazionale di Cinema e tra i soci fondatori dell’Associazione ASC (Associazione Italiana Scenografi Costumisti Arredatori), mantenendo la carica di Presidente dal 1995 fino al 2005.

To Rome With Love

Non amo i mezzi termini o i giri di parole, quindi esprimo subito il mio pensiero, come tale, ovviamente, opinabile: To Rome with Love, scritto e diretto da Woody Allen, è un gran brutto film, la cui unica valenza stilistica è rappresentata da un’abissale inconsistenza, confluente ben al di là dal considerare l’Urbe Eterna letteralmente come tale, immutabile nel corso dei secoli (o, almeno, dagli anni ’50 in poi), cristallizzata in una suggestiva fotografia (Darius Khondji) o valorizzare i tanti attori nostrani né più né meno alla stregua dei vari prodotti reclamizzati, alimentari e non, tanto da farmi pensare, a volte, che il carrello del supermercato avesse preso il posto della macchina da presa.

Il profondo senso di rammarico avvertito all’uscita dal cinema è infatti dovuto essenzialmente alla netta sensazione d’ essere di fronte alla classica occasione mancata, con la voglia dominante da parte dell’autore di risolvere il tutto sbrigativamente in una serie di episodi, quattro, introdotti dalla placida figura di un “pizzardone” romano sulle note di Nel blu dipinto di blu: certo un omaggio alla nostra “vecchia” commedia, il cui parallelismo è efficacemente ed elegantemente costruito, ma che lasciano ben presto il posto all’oblio, considerando la mancata caratterizzazione di ogni situazione o singolo personaggio, se non in chiave di omaggio citazionista, tra qualche battuta azzeccata e timidi accenni di graffi che avrebbero meritato maggiore affondo, come quelli rivolti ai giornalisti nell’episodio con Roberto Benigni “famoso per essere famoso”.

Hayley (Alison Pill), turista americana, conosce Michelangelo (Flavio Parenti). I due si innamorano e l’arrivo dei genitori di lei, la psicologa Phyllis (Judy Davis) e il regista d’opera in pensione Jerry (Allen), per l’ incontro tra le rispettive famiglie, rivelerà la sorpresa del papà del ragazzo, ottimo tenore solo sotto la doccia; da Pordenone giungono gli sposini Milly (Alessandra Mastronardi) e Antonio (Alessandro Tiberi), quest’ultimo grazie agli zii spera d’ assicurarsi un buon posto di lavoro, ma, complici la prostituta Anna (Penelope Cruz) e l’attore Luca Salta (Antonio Albanese), gli eventi prenderanno una piega diversa; il giovane architetto Jack (Jesse Eisenberg), incontra il maturo collega e nume tutelare John (Alec Baldwin), che gli farà da consigliere sentimentale nel gestire i rapporti tra la fidanzata e la sua squinternata amica (Ellen Page) da cui è affascinato; il buon borghese Leopoldo (Benigni) si trova improvvisamente coinvolto nel circuito dei famosi, tra interviste e frequentazioni d’alto bordo.

Allen cita il cinema italiano (la storia degli sposini è un mix tra Lo sceicco bianco ed Eritrea, un episodio de La mia signora) e se stesso (l’impresario Jerry, un condensato tra l’Alvy di Io e Annie e l’Isaac di Manhattan, Baldwin è ricalcato sul Bogey di Play It Again Sam), si offre, dopo un po’ di tempo, anche come attore, più stranito che imbolsito, distaccandosi da Freud per sostituirlo “con il palpeggio delle banconote fruscianti” e connota il film dell’ulteriore tocco ruffiano di note canzoni al ritmo dell’organetto, con il timore, il quale per fortuna si rivelerà infondato, che da un momento all’altro in qualche vicolo venga fuori il ristorante “da Tony” di Lilli e il vagabondo e relativo spaghetto al bacio.

Ciò che a mio avviso appare evidente è un certo scollamento tra i guizzi inventivi, l’ ironia, la specificità culturale ed artistica, insomma il “marchio di fabbrica” del buon vecchio Woody, presente solo a tratti, e quanto viene visualizzato nell’ottica dell’americano in ferie sabbatiche, che conosce l’Italia genericamente, attraverso quanto filtrato dai media o le pellicole, non solo italiane, del tempo che fu: il dubbio che ancora mi affligge è se questo distacco sia avvenuto consapevolmente o meno, magari, nel primo caso, in nome dei suddetti “dindi”, pur non cambiando il risultato, ma solo le modalità esplicative, di averci preso allegramente per il sedere. Galeotto fu Vacanze romane e chi lo diresse…

Intervista a Michele Torbidoni

Ho avuto modo di conoscere Michele Torbidoni per caso, attraverso il blog, con uno scambio di e-mail da cui è scaturita la disponibilità reciproca nel poter visionare le sue realizzazioni: ne è venuta fuori la seguente intervista, un po’ lunga, ne convengo, ma dopo aver visto i suoi lavori le curiosità da soddisfare erano tante e così…
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Per qualsiasi informazione o curiosità sul progetto relativo al film La Cosa In Cima Alle Scale , cliccate sull’indirizzo inserito nella barra “Cinema”, a sinistra.
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Gianluca D'Ercole e Michele Torbidoni sul set de "La Cosa In Cima Alle Scale"

Michele, nel cercare tue notizie sul web ho notato che ci tieni a specificare come tu nella vita “faccia altro”, User Interface Designer, rispetto alla tua attività di regista cinematografico, anche se hai frequentato il corso di regia presso il Centro Sperimentale di Cinematografia a Roma.
Eppure, nel visionare i corti The Net (1995) e il recente La Cosa In Cima Alle scale (2011), da te scritti e diretti, mi hanno favorevolmente colpito tanto la tua modalità di ripresa, piuttosto fluida, funzionale alla narrazione, sia ogni singola inquadratura, oltre alla notevole attenzione per i particolari e alla precisa direzione degli attori, quindi, perché non considerare la regia come attività principale?

“Beh, intanto … Wow, grazie! Poi la risposta è facile.
Perché non c’è l’ho fatta ai bei tempi e perché, per come la vedo io, in Italia non esiste un’industria del cinema estesa.Per “estesa” intendo un sistema in grado di produrre molti generi cinematografici diversi e far fluire le risorse generate dagli incassi per finanziare esperimenti. Oggi il mainstream italiano realizza commedie o film che raccontano la nostra (travagliata) quotidianità. E lo fa anche bene, eh. Solo che io non so scrivere nulla di tutto ciò. Quindi se campassi come regista, farei la fame. Amen.
Il lato positivo, però, è che non dovendo fare questo mestiere per forza posso permettermi il lusso di ideare e portare avanti progetti molto rischiosi, ma anche stimolanti e coraggiosi. La realizzazione del cortometraggio La Cosa In Cima Alle Scale mi ha fatto sperimentare in prima persona come sia davvero possibile oggi (e non sei anni fa) realizzare qualcosa che venga percepito come “cinema vero” in tutti i suoi aspetti (fotografia, suono, montaggio, set, recitazione, musiche…) senza doversi affiliare necessariamente al mondo produttivo tradizionale. E senza andare, in alcun modo, a detrimento della qualità finale. Vado controcorrente con il clima pessimista che c’è in giro e dico che, sì!, per chi vuole provare a fare cinema, siamo in un momento piuttosto fertile e positivo!”.

Mi incuriosisce molto il poter riuscire ad individuare cosa ti abbia spinto ad entrare da subito nell’ambito di generi filmici ben precisi, sci- fi ed horror, terreno fertile per la cinematografia americana, ma che in un tempo non molto lontano ed almeno sino agli anni ‘80, potevano contare anche su una discreta presenza del cinema di casa nostra, quando ancora si riusciva a coniugare, per quanto tra alti e bassi, artigianalità ed inventiva nel sopperire ad una spesso frequente penuria di mezzi e risorse.

“Per le ma crescita formativa a livello filmico sono stati i primi anni ’80. Mio padre aveva acquistato uno dei primi videoregistratori VHS (si trattava di un “JVC” a caricamento superiore, so che volevate saperlo) e io ho consumato qualsiasi videocassetta trovassi (spesso telecinemata malissimo). Quello era un mondo fatto di film come Guerre Stellari, Poltergeist, I Goonies … ma anche di roba decisamente più di cassetta, come D.A.R.Y.L.L., Tuono Blu o Salto Nel Buio. E la vera svolta era la presenza del tasto “PAUSE” che, seppur con un video sfocato e tremolante, ti permetteva di godere di ogni dettaglio, di ogni imperfezione che lasciasse trasparire un briciolo della maestria e dell’artigianalità dei tizi che realizzavano queste meraviglie. E quindi potevi rivedere l’inquadratura e immaginarti come avevano disposto il carrello, da dove entravano gli attori e perché. Come venivano scelti e montati i piani, dove nascondevano la luce.E questo “scrutare” era possibile anche perché era quasi tutto “on-camera”, cioè con pochissima post-produzione (come la pensiamo oggi) e quindi la magia era sempre li, sul set, tra gli attori e la lente della macchina da presa. Come non innamorarsi? Come non voler replicare quel mondo e quei generi ?”

"The Net"

Veniamo ora alle tue realizzazioni, a partire da The Net: in questo tuo corto mi ha piacevolmente impressionato, nella cornice di un’atmosfera visivamente e concretamente angosciante, la visualizzazione di una realtà virtuale che domina le menti umane obbligandole al sogno, a scansare il dolore “per la gloria del sentimento condiviso”, una condanna ad una felicità imposta e determinata dall’alto. Una gran bella intuizione, e siamo appena nel ’95 …

“Eh, eh, già. Ma, in quel caso, la struttura narrativa nasce intorno alla volontà di girare qualcosa “con le maschere”, in un set di fantascienza, con dei monitor e un gran lavoro sul suono. Inoltre la scelta di girarlo senza battute nasce da un limite: a 21 anni non mi sentivo in grado di scrivere dei gran dialoghi (e magari non lo sono nemmeno adesso) e quindi ho immaginato un qualcosa di completamente basato sulle suggestioni sonore. Come vedi, nel mio caso, il contenuto segue quasi sempre il contenitore. Lo so che è così poco “autoriale”, ma… that’s it.Non penso di essere in grado di scrivere qualcosa “a tema” o per voler argomentare un’opinione. L’atto dello scrivere, in me, nasce sempre dalla voglia di mettere in scena situazioni emozionanti e succose. Una volta Kubrick (mi genufletto nel pronunciare il Suo Santo Nome) ebbe modo di dire a Brian Aldiss: “All you need for a movie is six or eight non-submersible units.”
Ecco, anche per me tutto nasce quando colleziono un tot di queste “unità non comprimibili”, cioè situazioni davvero “toste” che mi spingono ad inventarmi una storia che le unisca e a far nascere dei personaggi di cui innamorarsi (o da odiare)”.

Con il recente La Cosa In Cima Alle Scale, che ha partecipato e sta partecipando a numerosi Festival, siamo di fronte ad un film che, pur lontano dai consueti circuiti produttivi, presenta una cura estrema in ogni dettaglio, a partire da una colonna sonora piuttosto caratterizzante (Roberto Ferretti e Pietro De Gregorio) nel mescolare sound elettronico e note più propriamente in stile orchestrale- sinfonico, ben legata al plot narrativo, che ha le sue basi un racconto breve, The Thing At The Top Of The Stairs, contenuto in una raccolta di Ray Bradbury.
Cosa ti ha condotto alla sua proposizione cinematografica, anche se come semplice riferimento o, comunque, valido punto di partenza ?

“Il progetto nasce come “banco di prova”. Come puoi vedere si sono infilati tanti anni tra il mio primo e secondo lavoro. Mi sono domandato se fossi stato ancora “buono” a qualcosa. E mi sono posto il compito di confrontarmi con situazioni nuove. Scene con dialoghi tra più personaggi, produzione con molte location differenti, gestione di un attore bambino sul set, collaborazione con i compositori di musica originale, progettare e realizzare una scena di VFX complessa ma elegante. La scoperta di questo racconto brevissimo di Bradbury mi ha permesso di affrontare tutte queste sfide. La cosa meravigliosa dello scrivere di Bradbury è che, pur ambientando i propri racconti nella provincia americana, riesce ad oltrepassarla, ad astrarla, per arrivare a toccare alcune corde presenti in ognuno di noi. A differenza di King che, quand’è al suo meglio (penso a quel capolavoro di It o ad alcuni passaggi del ciclo de La Torre Nera), riesce a congegnare favole terribili che, però, funzionano solo se calate nell’immaginario statunitense. Quindi Bradbury era adattabile e, una volta aperto il Mac, la storia si è scritta da sé”.

Penso che tu sia riuscito a conferire, pur nei brevi tempi propri di un corto, un notevole senso di pathos e forte angoscia alla rappresentazione di un horror “classico”, calato nel reale, che fa leva sui tormenti interiori del protagonista in parallelo con un’ atmosfera inquietante.
Mi ha conquistato ancora una volta la naturalezza con cui dipani la storia, a partire dal collegamento tra il Pietro adulto (Gianluca D’Ercole), professionista affermato, e il suo io bambino che lo condurrà nei luoghi dell’ infanzia, costringendolo a dolorosi ricordi e a fare i conti definitivi con quel “qualcosa” che sin da piccolo gli aveva suscitato paura. Molto bello anche il ricorso “leggero”, quasi casuale, al flashback, così come mi è parsa valida la scelta di dare un aspetto al suddetto “qualcosa”, una visualizzazione resa efficacemente, e non in modo invasivo, in computer grafica. Tradizione ed innovazione, secondo te, possono quindi andare d’accordo, senza che l’una vada a scapito del’altra?

“Si si, certo. Nel senso che io credo (occhio che arriva la banalità, eh) che il cinema sia un costosissimo trucco i cui vari aspetti, quando è fatto bene, riescono a fondersi e compattarsi un una singola lama che trapassa i vari strati di “incredulità” fino a bucare il cuore dello spettatore. Non è facile e non sempre funziona, ma quando funziona… Beh, uao… E’ davvero stupefacente! Ed il bello è che ogni aspetto “tecnico” del cinema è in continua evoluzione ed “innovazione”, mentre il cuore dello spettatore resta sempre li, allo stesso posto. Per come la vedo io, ritengo sia necessario per un regista conoscere davvero a fondo ogni aspetto della macchina cinema. E’ importante capire bene le ottiche, sapere cosa si può fare in fase di “grading”, apprezzare le possibilità del suono in sede di montaggio e mix, etc … Per conoscere il vero perimetro entro cui uno può muoversi nel raccontare una storia. Che poi l’arte del raccontare è sempre quella.Non credo (ma qui pecco di sicuro provincialismo) che il modo di affabulare si sia molto evoluto. Anzi, magari si è involuto un po’ e il pubblico è diventato più indulgente verso alcuni modi di fare cinema. Ma la magia è sempre li. E, quando c’è magia vera, il film non invecchia. Vuoi un esempio? Si? No? Ok, te lo racconto ugualmente. Prendiamo Guerre Stellari (che sarebbe, uff, Star Wars Episodio IV – Una Nuova Speranza). Quando, proprio all’ultimissimo, Han Solo arriva dall’alto e fa fuoco sui caccia imperiali permettendo a Luke di distruggere la Morte Nera. Ecco … in quel caso tempi di montaggio, tagli di inquadrature, segmenti musicale e recitazione sono perfetti. Perfetti. E funzionano anche oggi 35 anni dopo e ti fanno dire “Yeah, daaii!!”. Quella è magia. Che non invecchia”.

Classica domanda finale, alla quale non si può sfuggire: progetti per il futuro?

“Sto lavorando ad uno script per un lungometraggio sci-fi. In questi giorni stiamo ultimando una stesura e sono un sacco contento del risultato.
Credo stia maturando davvero bene compattandosi in una storia energetica ed epica! So che non sarà una passeggiata pensare di realizzare un film di fantascienza (e anche complesso come questo) in questa Italia, ma io ci provo ugualmente con tutte le mie forze. E ce la faremo e sarà una vera figata! (nel dirlo incrocio l’incrociabile!)”.

Una pistola per Ringo (1965)

Duccio (Amedeo) Tessari (Genova, 1926-Roma, 1994) è stato tra i protagonisti del cinema italiano di genere, spaziando tra peplum, spaghetti western, poliziesco e guerra, connotando ogni pellicola di una particolare ironia, giocosa e scanzonata, spesso in forte contrasto con i toni drammatici o violenti.
Trasferitosi a Roma negli anni ’50, dopo le esperienze nella città natale in qualità di produttore, operatore e regista di documentari, inizia a lavorare, come assistente, al fianco di Carmine Gallone e Vittorio Cottafavi, divenendo tra i più validi sceneggiatori del filone storico-mitologico, cui è legato il suo esordio registico nel ’61, Arrivano i Titani, mentre nel ’65, dopo aver collaborato, tra l’altro, alla scrittura di Per un pugno di dollari, ’64, Sergio Leone, dirige il suo primo western, Una pistola per Ringo.

In un paese al confine tra Stati Uniti e Messico, qualche giorno prima di Natale, lo sceriffo Dan (George Martin) apprende che Ringo “faccia d’angelo” (Giuliano Gemma / Montgomery Wood) è stato scagionato da un’accusa d’omicidio, per legittima difesa: temendo la vendetta dei fratelli della vittima, cerca di rintracciarlo, ma lo trova quando li ha già fatti fuori e lo conduce in cella, in attesa del processo. Intanto, il bandito messicano Sancho (Fernando Sancho) rapina la banca con la sua banda, di cui fa parte anche la bella Dolores (Nieves Navarro), intenta a distrarre lo sceriffo, il quale comunque riesce a ferire Sancho, che trova rifugio con i suoi nella tenuta del maggiore Brown (Antonio Casas), vedovo con una figlia, Ruby (Lorella De Luca / Hally Hammon), fidanzata di Dan; Ringo sembra essere l’elemento adatto ad agire come infiltrato, in cambio di una percentuale sulla somma rubata…

Rielaborazione di Ore disperate, William Wyler, ’55, per ammissione stessa di Tessari, anche autore del plot (insieme, non accreditati, a Fernando Di Leo, Alfonso Balcazar, Enzo Dell’Aquila), il film racchiude in sé un po’ tutti gli elementi classici del western, la normalità di una tranquilla cittadina sconvolta da un tragico evento, lo sceriffo integerrimo ma duttile, l’individualista eroe suo malgrado, non dimenticando il vecchietto brontolone e il cattivo da manuale, rivisitati con un tono da commedia, come si evince dai dialoghi abbastanza brillanti. Un certo equilibrio viene mantenuto grazie all’efficace regia, tanto nelle scene d’ interni che in quelle d’azione, per quanto lontana dalla ricerca formale e dal manierismo di Leone, e alle valide prove attoriali, almeno nel senso della corrispondenza con il personaggio interpretato, visto che il taglio un po’ bonario alla fine finisce per prevalere, in particolare nel vilain Sancho.

Gemma-Ringo è una figura interessante nelle sue molteplici contraddizioni, parente alla lontana dell’ Eastwood / “Straniero senza nome”: scarsa inclinazione alle regole, se non quelle forgiate sulla base di un personale tornaconto, quindi tendenzialmente anarchico, ma capace di gesti nobili, affronta la vita sempre con il sorriso sulle labbra e la mano a sfiorare l’impugnatura della Colt, fedele allo spirito proprio di Tessari, superare il senso del tragico sfruttando la spensieratezza del riso. Ecco quindi, a inizio film, Ringo che gioca con dei bambini prima di sparare, o l’incredibile duello finale, quando il nostro usa una vecchia pistola a guisa di stecca da biliardo, giocando di sponda con una campanella, e il proiettile di rimbalzo colpisce a morte Sancho, nascosto dietro un muro…

Bella la colonna sonora di Ennio Morricone, con Angel Face cantata da Maurizio Graf (testo di Gino Paoli) sui titoli di testa e di coda; il grande successo di pubblico spinse l’uscita, appena un anno dopo, de Il ritorno di Ringo, il quale però, nonostante il titolo, l’impiego più o meno dello stesso cast e dello stesso set, non è un sequel, bensì una storia autonoma, basata sull’Odissea, coerentemente con il disincantato assunto programmatico del regista: “Nessuno di noi inventa niente, hanno inventato tutto Omero e Tolstoj…”

Ricordando Leopoldo Trieste

Leopoldo Trieste (Reggio Calabria, 03/05/1917; Roma 25/01/2003) merita di essere ricordato, a quasi dieci anni dalla sua scomparsa, nella sua complessità di intellettuale ed artista completo, dalle mille sfaccettature, che ha saputo spaziare dal tragico al comico; nasce come drammaturgo, autore di testi teatrali e sceneggiature cinematografiche (Preludio d’amore, ’46, Giovanni Paolucci; Il cielo è rosso, ‘50 e Febbre di vivere, ’53, Claudio Gora; I fuorilegge, ’51, Aldo Vergano), prosegue nel suo percorso professionale come “attore per caso”, adattando il suo estro culturale e dando vita ad un particolare binomio vita-scena che si fortifica e si caratterizza negli anni:una timidezza, una ritrosia nel proporsi certamente insolita nel mondo dello spettacolo in genere; la notevole presenza scenica conviveva infatti con una camaleontica attitudine al mimetismo, quasi a volersi scusare di trovarsi davanti alla macchina da presa, connotando elegantemente il tutto con fine ironia e pacato umorismo, dando vita a dei personaggi secondari, i classici “non protagonisti” assolutamente indimenticabili nella loro caratterizzazione, assecondando ora i toni malinconici, ora quelli più grotteschi, anche con un semplice sguardo o espressione del viso.

Dopo la laurea in Lettere a Roma ed aver vinto alcuni premi letterari, Trieste si diploma, nel 1941, in regia al Centro Sperimentale di Cinematografia della capitale, con il cortometraggio Vecchia Roma; ha già all’attivo alcune scritture teatrali (Una notte ai Quattro di picche, Nascere un uomo, Ulisse Moser, Il lago, Racconto d’amore, Trio a solo), ma è a partire dal ’45 che la sua produzione al riguardo assume caratteristiche inedite ed importanti con La frontiera, che viene rappresentato al Quirino di Roma, proseguendo con Cronaca (’46), primo dramma in Italia sull’Olocausto e N.N. , sulla gioventù del dopoguerra, che avrebbe ispirato Pietro Germi per il film Gioventù perduta (’48).Trieste si fa portatore del “realismo in teatro”con rappresentazioni scarne, crude, un teatro per stessa ammissione dell’autore, “squadrato coi martelli di pietra”, lo stesso stile che ritroveremo nei suoi unici due film come regista, Città di notte, ’58, e Peccato degli anni verdi, ’60.

Chiamato da Fellini per interpretare lo sposino Ivan Cavalli ne Lo sceicco bianco, ’50, prendendo il posto di Peppino De Filippo, all’ultimo momento risultato non disponibile, delinea con la sua interpretazione uno dei primi ritratti d’italiano piccolo-borghese, tutto “vizi privati e pubbliche virtù”, perso nell’ immaginario alquanto squallido del suo sogno, ingraziarsi lo zio, “alta personalità in Vaticano”, per una rapida carriera d’impiegato comunale al paese:da qui in poi sarà un susseguirsi di brevi, salaci interpretazioni, più di 100 film, tre Nastri d’Argento come miglior attore non protagonista (’65, Sedotta e abbandonata, Pietro Germi; dove interpretava un nobile decaduto; ’85, Enrico IV, Marco Bellocchio; ’96, L’uomo delle stelle, nel ruolo di un reduce muto, di Giuseppe Tornatore, per il quale riceve anche il David di Donatello).

Tra le altre caratterizzazioni possiamo ricordare il commediografo de I vitelloni di Fellini, intimamente ed ironicamente autobiografico, il pittore Carmelo Patanè di Divorzio all’italiana, Pietro Germi, film che gli dà la grande notorietà o, andando avanti negli anni, il Sig. Roberto nel Padrino Parte II , ’74, di Francis Ford Coppola, il prete censore munito di campanella in Nuovo Cinema Paradiso, ’88, di Tornatore, senza dimenticare, a dimostrazione dell’estrema duttilità, i lavori televisivi, dal Circolo Pickwick, ’68, a Il cane di terracotta, 2000, episodio della serie tv de Il Commissario Montalbano, ma non mi va di sminuirne la figura nell’ambito di un freddo elenco, soprattutto per non evidenziare l’avvertita mancanza di un simile personaggio a tutto tondo nell’attuale panorama cinematografico italiano e nella nostra società, dove sgomitate e sgambetti per assicurarsi i noti 15 minuti di celebrità a filo di telecamera, sono ormai divenuti più importanti di un sorriso, anche solo timidamente accennato, di un porgersi al pubblico apparentemente sommesso; Trieste è stato non protagonista sullo schermo, ma protagonista assoluto nei cuori di quanti lo hanno seguito e amato per anni.