Archivi delle etichette: Rocco Papaleo

Dal Vangelo secondo Adriano

Adriano Celentano

Come riportato nelle Scritture, in loro adempimento, apriti cielo, spalancati terra, verrà il giorno in cui del Tempio Ariston di Sanremo non resterà pietra su pietra…
Lingue di fuoco si abbatteranno sul palco, Morandi non avrà neanche il tempo di mormorare “stiamo uniti” e Papaleo di assecondarlo sempre più (inutilmente) stralunato, la forza aerea (probabilmente celeste, anche l’ira divina si aggiorna) lancerà le sue bombe su quei pochi cantanti che in qualche modo siano riusciti nel frattempo ad esibirsi cercando di dare un senso al consueto luccicante baraccone nazional-popolare dell’assurdo, sempre più statico, farraginoso e auto celebrativo.

Ma ecco, sta scritto che una figura si ergerà dalle macerie, colui che porterà pace e serenità ai nostri poveri cuori afflitti e oppressi, ricordandoci la bellezza del Regno dei Cieli della quale anche preti, frati, testate cattoliche si sono ormai dimenticati. Lui (Joan) scenderà dal suo dorato ritiro in quel di Galbiate per adempiere la sua missione, da bravo e disincantato moralizzatore, comunicare al mondo le ovvietà più disarmanti, non limitandosi ad esporre il proprio pensiero, com’è giusto che sia per ognuno di noi, ma preoccupandosi d’ imporlo come verità rivelata e calata dall’alto con modalità messianiche in odor d’ Apocalisse, il tutto inframmezzato, e appena ammorbidito, da qualche canzone o gag vagamente statica, cercando d’avviare un inedito trio con gli improvvisati discepoli Morandi e Pupo o di duettare con Papaleo, tra gli eletti che lo riconoscono come “ sua immensità”.

E come dimenticare i cassa integrati, l’Italia che ha perso la bellezza, la politica? Il nostro riserva al riguardo, nella sua magnificente e sgangherata misericordia, pillole di confortante saggezza, non dimenticandosi, ovvio, di salvare anche se stesso, lanciando invettive ed insulti a quanti hanno semplicemente messo in atto il loro diritto di critica, certo non capendo, la storia si ripete, la bontà del verbo, preferendo le tenebre alla luce. Se non fosse che Celentano propone ormai da anni lo stesso copione (tutto ebbe inizio con il film Joan Lui, ‘85), avrebbe avuto probabilmente più senso uno spettacolo a sé stante, considerando lunghezza e lentezza dell’esibizione (un’ora e più), alla fine apparsa come un’appropriazione indebita e impudica, facendo risaltare ancora di più, merito o demerito, ai posteri l’ardua sentenza, la solita teatralizzazione surreale di un mondo a parte, tra amenità e finta umanità.

“Finalmente la felicità” e “Vacanze di Natale a Cortina”: l’insostenibile pesantezza del vuoto

Ariadna Romero e Leonardo Pieraccioni

Senza impelagarmi in disquisizioni cinefile-sociologiche volte a scoprire il perché i consueti nostrani “film natalizi” abbiano avuto uno scarso impatto al botteghino rispetto al passato, almeno stando ai dati del primo weekend di programmazione, da amante del cinema tout court, in tutte le sue manifestazioni, con questo articolo vorrei semplicemente mettere in evidenza come sia praticamente scomparsa la nostra commedia “popolare”, rispettosa in egual misura della voglia di divertimento del pubblico e della sua intelligenza: si continua a cucire toppe su toppe ad un vestito ormai logoro, riproponendo la solita amena favoletta (Pieraccioni) o una pseudo analisi di costume (Vanzina brothers e Neri Parenti) relativa ad un paese ormai in piena crisi, non solo economica, mentre occorrerebbero nuove idee, a partire dalla fase di scrittura, volte in particolare a ridare al genere dignità e dimensione cinematografica.

Dieci film all’attivo, almeno due riusciti, nel complesso (I laureati, ’95, suo esordio, e Il ciclone, ’96), ma Leonardo Pieraccioni non si decide ad uscire dal box, continuando, insieme al compagno di sceneggiatura Giovanni Veronesi, a sbatacchiare i suoi giocattoli, nella fattispecie la macchina da presa, convinto di essere un bravo regista solo perché il pubblico, a fasi alterne, lo ha seguito con una certa simpatia, accontentandosi di minime varianti (toni sempre più surreali, fiabeschi, lievi,vagamente poetici) al consueto canovaccio: giuggiolone romantico e di buon cuore, disadattato in letizia vivente in un mondo a parte con contorno di tipi bizzarri, attende fiducioso che la vita gli possa ridare ciò che in qualche modo si è preso, a partire dall’amore, ovviamente.

In Finalmente la felicità il buon Leonardo interpreta Benedetto, professore di musica in quel di Lucca, con un sogno nel cassetto (ma va?), il quale riceve il classico invito a presentarsi alla trasmissione tv C’è posta per te (bella marchetta, si sfiora il sublime…), dove apprende che sua madre aveva adottato a distanza una bimba brasiliana, Luna, ora statuaria modella (Ariadna Romero). Una volta fatta conoscenza, i due saranno coinvolti in varie situazioni e imprevisti, insieme allo stralunato (ancora..) amico di Benedetto, Sandrino (Rocco Papaleo), improbabile organizzatore di tour turistici, che ha appena scoperto il tradimento della sua fidanzata, con il coinvolgimento, infine, dell’ex ragazzo di Luna, Jesus (Thyago Alves)…

La confezione proposta dal comico toscano risulta certo gradevole, mai volgare, forse con un po’ di fastidiosa misoginia, per quanto mitigata dalla solita bonomia che gli è propria, ma spesso stridente tra intenzione e resa complessiva, con le consuete figure proprie del circo pieraccioniano mai come questa volta scarsamente convincenti, a partire, purtroppo, da Papaleo, senza trascurare l’esotica bella figliola, classicamente intenta a sgranare gli occhioni: si procede per successione di sketch attaccati alla meno peggio, lungaggini, poche risate e la solita morale finale da vecchio saggio che premia i puri di cuore, “basta aspettare e le cose belle prima o poi arrivano”. Oh Leonardo, e son più di dieci anni che s’aspetta, o che tu vuoi fare, prenderci per bischeri tutta la vita?

Ritornati sul luogo del delitto, quella Cortina dove nel 1983 tutto ebbe inizio, Carlo ed Enrico Vanzina alla sceneggiatura, insieme al regista Neri Parenti, hanno dato una ripulita alla consueta portata dei giorni di festa, via località turistiche straniere, volgarità gratuite (giusto un accenno, tanto per gradire) e derive scatologiche, nel tentativo di conferire alla costruzione complessiva di Vacanze di Natale a Cortina qualcosa di più definito e levigato: la girandola dei vari personaggi vorrebbe offrire una sorta di specchio dei recenti malcostumi, vizi e vezzi italici, tratteggiando le figure proprie di diversi ceti sociali, dal “papi” di turno all’industriale maneggione, passando per i popolani baciati da improvvisa fortuna, non solo monetaria, ed una spolverata di vip all’occorrenza, che, come il prezzemolo, stanno bene dappertutto.

In un proscenio che più finto non si può, tra spot commerciali neanche tanto sottintesi, il tutto finisce con la consueta pacca sulla spalla a far da autoassoluzione, con De Sica figura sempre più triste, come ogni componente del cast, fritto misto tra attori propriamente detti e “morti di fama” d’estrazione televisiva (Ivano Marescotti, Ricky Memphis, Sabrina Ferilli, Valeria Graci, Katia Follesa, Giuseppe Giacobazzi, Dario Bandiera). Manca quel minimo di allegra spontaneità propria dell’originale, a suo modo lungimirante in una pur superficiale descrizione del reale, che tanto richiamava nel suo apparentemente ingenuo afflato certe commedie nostrane degli anni ’50. Riallacciandomi a quanto detto ad inizio articolo, affido ai versi di una nota canzone, tra le più belle di quelle eseguite da Fiorella Mannoia, parafrasando qua e là, un’opportuna, speranzosa, conclusione: “Come si cambia per non morire, come si cambia per amore (del pubblico), come si cambia per non (farci) soffrire, come si cambia per ricominciare”.

Nastri d’Argento 2011: “Nessuno mi può giudicare” migliore commedia

In attesa della serata di premiazione, sabato 25 giugno al Teatro Antico di Taormina, il Sindacato Nazionale Giornalisti Italiani ha anticipato la notizia della designazione di Nessuno mi può giudicare, opera d’esordio di Massimiliano Bruno, interpreti Paola Cortellesi, Raoul Bova e Rocco Papaleo, come commedia dell’anno ai Nastri d’Argento 2011, battendo Benvenuti al Sud e Che bella giornata, premiando così una commedia sentimentale divertente e interessante, in particolare, come ebbi modo di scrivere recensendo il film, per la ritrovata capacità del nostro cinema di presagire eventi di cronaca, cercando di raccontare, sfruttando un’ironia leggera ma non propriamente innocua, un’ Italia tutto sommato vera e comunque lontana da finti lustrini e proclami d’ordinanza sulla ripresa economica.

David di Donatello:Mario Martone vincitore assoluto

Si è svolta ieri, venerdì 6 maggio, la cerimonia di premiazione dei David di Donatello, assegnati dall’ Accademia del Cinema italiano, presso il Salone dei Corazzieri al Quirinale, alla presenza del Presidente della Repubblica Giorgio Napolitano. Noi credevamo di Mario Martone (foto), pellicola che a forse avrebbe meritato più coraggio nella distribuzione, risulta il vincitore assoluto, vedendosi attribuire il David non solo per il miglior film ma ben altri sei, come si può leggere nell’elenco sottostante; miglior regista Daniele Luchetti, per l’intenso, lucido, La nostra vita, che vede anche premiato come miglior attore protagonista Elio Germano (ricordiamo la Palma d’oro vinta dal giovane attore al Festival di Cannes dello scorso anno); interessante il premio miglior attrice protagonista a Paola Cortellesi per Nessuno mi può giudicare, a testimonianza delle sue indubbie doti, in particolare di quella sua poliedricità, ancora in buona parte da scoprire e valorizzare, che le permette di passare con disinvoltura dal registro comico a quello più drammatico, unendo amarezza e dolcezza (volendo fare un riferimento, mi viene in mente Monica Vitti), e quello come miglior regista esordiente a Rocco Papaleo per Basilicata Coast To Coast, che nella sua freschezza e genuinità ha fatto da apripista per il nuovo corso della commedia intrapresa dal nostro cinema, premiando comunque il coraggio di imbastire un originale road movie che riesce ad incrociare, con amabile leggerezza, tra poesia, ironia e toni surreali, cinema, teatro e musica, come testimoniano a quest’ultimo riguardo i premi attribuiti a Rita Marcotulli, allo stesso Papaleo, a Max Gazzè e Gimmi Cantucci.

MIGLIOR FILM: Mario Martone, Noi credevamo

MIGLIOR REGISTA: Daniele Luchetti, La nostra vita

MIGLIOR REGISTA ESORDIENTE: Rocco Papaleo, Basilicata Coast to Coast

MIGLIOR SCENEGGIATURA: Mario Martone e Giancarlo De Cataldo, Noi credevamo

MIGLIOR PRODUTTORE: Tilde Corsi, Gianni Romoli e Claudio Bonivento, 20 sigarette

MIGLIOR ATTRICE PROTAGONISTA: Paola Cortellesi, Nessuno mi può giudicare

MIGLIOR ATTORE PROTAGONISTA: Elio Germano, La nostra vita

MIGLIOR ATTRICE NON PROTAGONISTA: Valentina Lodovini, Benvenuti al Sud

MIGLIOR ATTORE NON PROTAGONISTA:Giuseppe Battiston, La passione

MIGLIOR DIRETTORE DELLA FOTOGRAFIA:Renato Berta, Noi credevamo

MIGLIOR MUSICISTA: Rita Marcotulli e Rocco Papaleo, Basilicata Coast to Coast

MIGLIOR CANZONE ORIGINALE: Mentre dormi, Max Gazzè e Gimmi Cantucci, Basilicata Coast to Coast

MIGLIOR SCENOGRAFO:Emita Frigato, Noi credevamo

MIGLIOR COSTUMISTA: Ursula Patzak, Noi credevamo

MIGLIOR TRUCCATORE: Vittorio Sodano, Noi credevamo

MIGLIOR ACCONCIATORE:Aldo Signoretti, Noi credevamo

MIGLIOR MONTATORE: Alessio Doglione, 20 sigarette

MIGLIOR FONICO DI PRESA DIRETTA: Bruno Pupparo, La nostra vita

MIGLIORI EFFETTI SPECIALI VISIVI: 20 sigarette

MIGLIOR FILM DELL’UNIONE EUROPEA: Tom Hooper, Il discorso del re

MIGLIOR FILM STRANIERO: Clint Eastwood, Hereafter

MIGLIOR DOCUMENTARIO: Filippo Vendemmiati, È stato morto un ragazzo

DAVID GIOVANI: Aureliano Amadei, 20 sigarette

DAVID ALLA CARRIERA: Ettore Scola

Nessuno mi può giudicare

Roma, zona nord. Nella sua bella villa la 33enne Alice (Paola Cortellesi) impartisce ordini ai tre domestici extracomunitari con spocchiosa ironia, tra birignao e malcelate arie da burina arricchita; moglie di un manager operante nel settore dei sanitari, un figlio di nove anni iscritto in una scuola privata, la sua vita scorre tranquilla, unica preoccupazione allestire party per ogni evenienza, come quello in corso, volto a celebrare l’anniversario di matrimonio; classico fulmine a ciel sereno, il marito muore in un incidente stradale, lasciandole un debito impegnativo da saldare, conseguente a oscure manovre finanziarie, con il rischio incombente della bancarotta e dell’affidamento del figlio ai servizi sociali; trasferitasi grazie all’aiuto dell’ormai ex domestico pachistano Aziz (Hassani Shapi) nel quartiere popolare del Quarticciolo, Alice entra in contatto con una multiforme realtà: il portiere Lionello (Rocco Papaleo), becero e razzista, i vicini di casa Enzo (Lillo) e Tiziana (Lucia Ocone), pronti ad attaccare bottone alla minima occasione, Giulio (Raoul Bova), uomo integro, dai forti principi, gestore di un Internet Point e il suo amico commesso Biagio (Valerio Aprea), depresso per l’abbandono della fidanzata Sofia (Caterina Guzzanti). Superate le diffidenze iniziali, Alice inizia una relazione con Giulio, nascondendogli però di aver intrapreso la carriera di escort, dopo i suggerimenti della professionista Eva (Anna Foglietta), l’unico mestiere che gli potesse far guadagnare i soldi necessari nel più breve tempo possibile…

Nessuno mi può giudicare, esordio alla regia dell’attore e sceneggiatore Massimiliano Bruno, autore dello script insieme ad Edoardo Falcone, su soggetto di Fausto Brizzi, è una commedia sentimentale divertente e interessante, non fosse altro per la riscoperta capacità del nostro cinema di presagire eventi di cronaca, provando a raccontare, sul filo di un’ironia leggera ma non propriamente innocua, quell’ Italia lontana da finti lustrini e proclami d’ordinanza sulla ripresa economica, che riesce, a fatica, a mantenersi integra nei suoi valori essenziali di dignità e coerenza morale, pur dovendo scendere a compromessi per poter sopravvivere, da intendersi anche, se non soprattutto, nel senso di arrivare alla fine del mese, in una società dominata da opportunismi e falsi valori.

L’ espediente narrativo adottato, debitore del cosiddetto “neorealismo rosa”, scevro del suo originario uso spregiativo, fa sì che il Quarticciolo assurga al ruolo di arcadico mondo a sé stante, rappresentando, nella sua multietnicità, nelle varie, tipiche, contrapposizioni e contraddizioni, tutto il paese, vedi la sua parte più cialtrona, rappresentata dai proclami qualunquistici di Papaleo (memorabile l’invettiva rivolta a Nanni Moretti, citando una scena di Ecce Bombo), una serie di slogan razzisti ad ampio raggio, anche se alla fine pure lui dovrà scendere a patti con la vita.

Il lavoro di scrittura prevale spesso sulla regia, oggetto di qualche cedimento: nel voler dare risalto un po’ a tutti i personaggi, a volte si dà vita a dei siparietti vagamente bislacchi, anche se dalla resa comica efficace (i tentativi messi in atto dalla Guzzanti per riconquistare il suo uomo, arrivando a “noleggiare” Fausto Leali); a dominare la scena la performance della Cortellesi, piuttosto credibile sia negli iniziali panni della coatta arricchita che in quelli della prostituta improvvisata, anche se non viene approfondita la sua progressiva trasformazione e lo stesso dicasi per i mutamenti caratteriali del figlio; riguardo gli altri attori, più che Papaleo, per quanto gustoso nella sua caratterizzazione, a convincermi sono stati Bova, a suo agio nei panni del borgataro tutto d’un pezzo capace di mutare per amore, e Foglietta nel ruolo di Eva, personaggio dalle molte sfumature; tra il “volemose bene”, pur non indulgendo mai al classico sentimentalismo d’accatto, e l’autoassoluzione già espressa nel titolo, non ci si può comunque esimere dal lodare tanto l’intenzione che la buona fede degli autori, attendendo per la prossima opera un pizzico in più di distaccato cinismo e concretezza.

Che bella giornata


Dopo il clamoroso successo di Cado dalle nubi, suo debutto sul grande schermo in seguito ai trascorsi cabarettistici- televisivi ( Zelig), Checco Zalone, Luca Medici all’anagrafe, torna al cinema con Che bella giornata, già record d’incassi in pochi giorni di programmazione, espressione della recente tendenza del pubblico di gradire un intrattenimento leggero ma non volgare, capace comunque di illustrare elementi riconoscibili della nostra realtà, pur se volti al grottesco o in stile “buffetto sulla guancia”.

Grande merito, segnale di un certo acume e rispetto per gli spettatori, è di non aver dato un seguito al plot narrativo precedente, ma di ripartire da zero, da un accurato lavoro di sceneggiatura, con tanto di voce narrante fuori campo, dando il giusto risalto anche ai personaggi secondari, della quale sono autori Zalone e il regista Gennaro Nunziante; quest’ultimo, già autore del citato esordio, riesce a conferire alla sua seconda opera una certa fluidità, alternando con accortezza primi piani e riprese d’insieme.

Checco, pugliese trapiantato in Brianza, addetto alla sicurezza di una discoteca, tenta per la terza volta di entrare nell’Arma dei Carabinieri, ma viene respinto al colloquio dall’ irreprensibile colonnello Mazzini (Ivano Marescotti). Grazie ad una raccomandazione presso il vescovo di Milano (Tullio Solenghi), riesce però a trovare impiego come guardia privata presso il Duomo, finendo, dopo una serie di disastri, a vigilare sull’integrità della Madonnina, la quale è stata intanto presa di mira da due fratelli magrebini, Farah (Nabiha Akkari) e Sufien (Mehdi Mahdloo), che progettano di farla saltare in aria. Per Farah circuire Checco, animo semplice ed ignoranza cosmica, fingendosi studentessa di architettura, dovrebbe essere una facile impresa…

Anche se rispetto a Cado dalle nubi si perde un po’ di freschezza ed estemporaneità in nome di una costruzione più studiata, Zalone può tranquillamente, anche se non definitivamente, essere considerato una nuova, riuscita, maschera del cinema nostrano, ben lontano, grazie a felicità e genialità d’intuizione, dai soliti comici d’estrazione televisiva, spesso rivelatosi una bolla di sapone o, nel migliore dei casi, una veloce meteora nel passaggio sul grande schermo; la sua comicità di situazione, apparentemente elementare, giocata spesso su ben studiate storpiature o errori grammaticali, mai fini a sé stessi, che trova i suoi antecedenti più nobili nell’avanspettacolo, va dritta al bersaglio, senza mediazioni intellettualistiche o pseudo tali, riuscendo a satireggiare, mettendoli semplicemente in evidenza e sbeffeggiandoli inneggiandoli a stile di vita (“Tu studi?”, rivolto alla ragazza magrebina, “Ecco, qui non serve a un cazzo”), sui nostri malcostumi e atavici vizi, dalla classica raccomandazione in poi, sino ad arrivare all’opportunismo più bieco (il padre di Checco, un efficace Rocco Papaleo, militare in missione umanitaria in Afghanistan, “giusto il tempo di finire di pagare il mutuo della casa”), passando per la manifesta mancanza di qualsivoglia cultura (“Certo che l’Islam è un grande stato…”).

In sostanza, siamo passati, o tempora, o mores !, dalla “medietà” dell’uomo sordiano alla mediocrità zeloniana, l’individuo conscio della sua ignoranza e che non se ne cura, affrontando la vita con disinvoltura ed estremo candore, facendo sì che siano le varie situazioni ad adattarsi al suo modus operandi e non il contrario, lasciando che le cose vadano come vogliono andare, cioè quasi sempre in suo favore, nonostante tutto e malgrado sé stesso e i suoi limiti; oltre all’ indiscusso protagonista, autore anche delle surreali canzoni che compongono la colonna sonora, al citato Papaleo e alla bella e brava Akkari, risaltano Solenghi, che mette ben in evidenza il contrasto tra “ciò che è di Cesare e ciò che è di Dio”, Marescotti, capace di dar vita a delle riuscite gag negli scontri con Checco in stile Clouseau/Dreyfuss ed un bel cameo di Caparezza.