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“Anna, Teresa e le resistenti” a Siderno (RC)

Matteo Scarfò

Mercoledì 4 gennaio, alle ore 17:00, presso il Salotto Letterario Calliope della Libreria Mondadori di Siderno (RC), centro commerciale “la Gru”, sarà proiettato, alla presenza del regista Matteo Scarfò e degli attori Nick Mancuso e Paolo Turrà, il docufilm Anna, Teresa e le resistenti, Menzione di Merito al 64mo Festival Internazionale del Cinema di Salerno (2010), facendo seguito alle proiezioni già avvenute a Cittanova, Catanzaro, Roma, Sila Film Festival, ANPI Reggio Calabria, Calabria Film Commission Festival, Assaggi di Realtà (Messina);il film è stato realizzato con il contributo del Consiglio Regionale della Calabria, la produzione esecutiva della ScarFord Produzioni e la collaborazione dei comuni di Cittanova (RC) e Genazzano(RM). Presenterà la giornalista Maria Teresa D’Agostino.

Come già scritto in un precedente articolo, Anna, Teresa e le resistenti parte da un viaggio nella memoria di un soldato italo-americano e della sua famiglia per raccontare la storia di Teresa Talotta Gullace, nata a Cittanova l’8 settembre 1907 e morta a Roma il 3 marzo del ’44, uccisa da un soldato tedesco mentre tentava di consegnare un pezzo di pane al marito Girolamo, tra coloro che erano stati “rastrellati” e condotti nella caserma di Viale Giulio Cesare, una morte tragica e assurda, che si eleva a simbolo della Resistenza, provocando sgomento e rabbia nella gente comune, ormai stanca dei soprusi e delle efferatezze in atto nella loro città; la figura di Teresa verrà ripresa in Roma città aperta, Roberto Rossellini, ’45, ispirando il personaggio di Pina, intensamente interpretato da Anna Magnani, unendo idealmente due donne che non ebbero occasione d’incontrarsi.

“Il generale Della Rovere” da film a fiction: cui prodest?

Non ne faccio una questione di “lesa maestà”, ci mancherebbe altro, ma riguardo la fiction Il generale Della Rovere andata in onda su Rai Uno in due puntate, domenica 9 e lunedì 10 ottobre, il dubbio si insinuava con lo scorrere dei minuti e diveniva infine imperante domanda: a chi giova un’operazione del genere? Ha veramente senso riprendere il plot del film originale, da un articolo di Indro Montanelli poi divenuto racconto, contestato Leone d’Oro a Venezia nel’59 ex aequo con La Grande Guerra di Mario Monicelli e riproporlo, con qualche reinterpretazione, tra adattamenti e allungamenti vari, per coprire la durata dei due episodi?

Non discuto, poi, sulla qualità complessiva di quanto trasmesso: il protagonista, Pierfrancesco Favino, ha fornito una valida interpretazione, per quanto mi sia apparso un po’ indeciso se richiamare movenze e atteggiamenti di Vittorio de Sica, Bertone/Della Rovere nel citato originale, a volte anche nell’inflessione vocale, o seguire una strada interpretativa autonoma, visibile comunque solo a tratti; il regista Carlo Carlei ha saputo sfruttare una sceneggiatura certo più articolata, assecondando i gusti odierni nel visualizzarla con un’enfasi a volte eccessiva (in particolare nella scena finale della fucilazione, quasi una messa cantata nel suo calcolato prolungamento più che una rapida esecuzione), con un uso eccessivo del ralenti e della musica, in odor di spot pubblicitario, specie se accompagnate, come in tal caso, da una fotografia particolarmente studiata, traente la base da un classico bianco e nero, per poi virare verso un calcolato “effetto seppia” da vecchia cartolina o stampa d’epoca.

In sostanza io resto del parere, vox clamantis in deserto, che avrebbe avuto più senso presentare in prima serata l’opera del ’59, sottolineandone la sua importanza dal punto di vista storico-cinematografico: in primo luogo rappresentava il ritorno in Italia di Roberto Rossellini, che firmava praticamente e chiaramente un’opera su commissione, lontana dall’estro intuitivo – creativo proprio delle sue migliori realizzazioni, ma con uno stile rigoroso e asciutto, specie nella prima parte, valorizzando con pregiata tecnica le riprese totalmente in interno e rendendo al meglio l’interpretazione offerta da De Sica di cui sopra e poi costituiva uno dei primi tentativi del nostro cinema di analizzare gli accadimenti della Resistenza in maniera più riflessiva, se non propriamente distaccata, alla ricerca di una maggiore obiettività.

Sarebbe un’operazione didascalica obietteranno probabilmente in molti, mentre secondo me la sua funzione potrebbe essere essenzialmente didattica, al di là dell’ intrattenimento puro e semplice, in coerenza con la funzione di “servizio pubblico”, ormai, più che dimenticata, travisata nel significato corrente di “fare audience”, superare anche di un solo spettatore la concorrenza, in nome di una qualità omologata e standardizzata, buona per tutti ma veramente valida per nessuno.

Anna, Teresa e le resistenti

“Incontro con l’autore” giovedì 28 aprile, alle ore 17:00, presso la Biblioteca Filippo De Nobili di Catanzaro, che ha patrocinato l’evento, insieme al Comune del capoluogo calabrese, Assessorato Cultura e Spettacolo, con la proiezione del docufilm Anna, Teresa e le resistenti di Matteo Scarfò, Menzione di Merito al 64mo Festival Internazionale del Cinema di Salerno, svoltosi nel mese di novembre 2010, e realizzato con il contributo del Consiglio Regionale della Calabria, la produzione esecutiva della ScarFord Produzioni e la collaborazione dei comuni di Cittanova (RC) e Genazzano (RM). Connubio tra cinema, teatro e documentario, sulla base di eventi e testimonianze reali, Anna, Teresa e le resistenti parte da un viaggio nella memoria di un soldato italo-americano e della sua famiglia per raccontare la storia di Teresa Talotta Gullace, nata a Cittanova l’8 settembre 1907 e morta a Roma il 3 marzo del ’44, uccisa da un soldato tedesco mentre tentava di consegnare un pezzo di pane al marito Girolamo, tra coloro che erano stati “rastrellati” e condotti nella caserma di Viale Giulio Cesare, una morte tragicamente assurda, che si eleva a simbolo della Resistenza, provocando sgomento e rabbia nella gente comune, ormai stanca dei soprusi e delle efferatezze in atto nella loro città; la figura di Teresa verrà ripresa in Roma città aperta, Roberto Rossellini, ’45, ispirando il personaggio di Pina, intensamente interpretato da Anna Magnani, unendo idealmente due donne che non ebbero occasione d’incontrarsi.

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Matteo Scarfò (Locri, RC, 1986), studente di Lingue e Letterature occidentali all’Università La Sapienza di Roma, ha frequentato nella capitale i corsi di regia e produzione della Scuola di Cinema. E’ stato assistente alla regia della docufiction Il caso Misiano, una produzione Cineteca della Calabria, e della sit-com Colpi di sole (Rai 3, 2006), assistente alla produzione del film Boogie Woogie di Andrea Frezza, aiuto regista e curatore dell’organizzazione generale per il corto Recherche – L’uomo che cerca, regia di Giampaolo Abbiezzi. Ha al suo attivo anche varie esperienze di sceneggiatura, avendo co-sceneggiato il mediometraggio Il cadavere di vetro, di Massimiliano Palaia, interpretato da Luigi Diberti e Daniele Favilli, collaborato allo script di due videoclip per i gruppi musicali Inhead e Artinsieme e scritto e diretto il corto Fantascienza in pillole (2006), selezionato al Cyborg Film Festival e vincitore del primo premio all’ Epizephiry Film Festival. Collabora a diverse riviste, anche on-line, di settore; nel 2008 ha pubblicato il libro di racconti Uomo mangia uomo, La Mongolfiera Editrice, da uno dei quali ha tratto un anno dopo il mediometraggio Omega; ha poi partecipato al montaggio del docufilm Memorie incantate, regia di Antonio Ciano, e del documentario Eurom-viaggio in un mondo a metà del quale è stato anche regista, per il programma Youth In Action dell’Unione Europea. Dopo Anna, Teresa e le resistenti, è ora in fase di postproduzione il docufilm La Canzone d’Aspromonte, libero adattamento dell’omonimo poema del 1400, del quale è coregista.
Ulteriori informazioni: www.guerrillasherp.it

Roma città aperta (1945)

Considerato il film simbolo del neorealismo, Roma città aperta venne realizzato da Roberto Rossellini due mesi dopo la liberazione della capitale, in condizioni precarie, usando pellicola scaduta, girando per lo più in mezzo alla strada o in teatri di posa improvvisati, vista l’inagibilità di Cinecittà ; in origine doveva essere un semplice documentario su Giuseppe Morosini, un prete fucilato a Roma dai nazisti nel ’44, ma in seguito divenne, su soggetto di Amidei e Consiglio e sceneggiatura di Fellini, Amidei e Negarville, nonché dello stesso regista, una storia di più ampio respiro, nella quale convergono vari accadimenti intrecciati tra loro.

La vicenda si svolge a Roma durante il periodo dell’occupazione tedesca, in attesa dell’arrivo degli alleati: Manfredi(Marcello Pagliero),capo di un movimento della Resistenza, sfugge ad una retata nazista e si rifugia presso la casa di Francesco (Grandjacquet), tipografo antifascista, che sta per sposarsi con Pina( Anna Magnani), vedova e con un figlio; viene aiutato a mettersi in contatto con i partigiani da don Pietro ( Aldo Fabrizi ), che collabora con loro. Durante una perquisizione dello stabile, Francesco viene arrestato, suscitando la reazione di Pina, che senza alcuna pietà verrà falciata dai mitra dei nazisti sotto gli occhi del figlio. Francesco riesce a scappare e a rifugiarsi insieme a Manfredi a casa di Marina( Maria Michi).La donna, che aveva avuto in passato una relazione con Manfredi, lo denuncia alla Gestapo. Manfredi viene dunque arrestato insieme a don Pietro:il primo morirà dopo orribili torture e il secondo verrà fucilato.

Secondo la critica dell’epoca lo stile di Rossellini non appare ancora ben definito: essendo ancora vincolato ai tradizionali canoni della commedia e del melodramma vi sarebbe in lui più l’istinto che la coscienza della novità; dove però riesce a svincolarsi da tali sovrastrutture ecco imporsi, dopo anni di retorica ed ipocrisia fascista, la vitale irruenza di una visione della realtà non artefatta, spietatamente documentata nel suo stato attuale,che, senza filtri o artifici, riesce a raggiungere livelli di pathos altissimi ( la straziante uccisione di Pina; la commovente e composta esecuzione di don Pietro).

Il regista vuole rivolgersi all’umanità nel suo insieme, non gli preme rappresentare un conflitto tra etnie, bensì la lotta di singoli individui alle prese con la propria coscienza e la propria morale, perché, come dice don Pietro prima di essere fucilato, “Non è difficile morire bene, difficile è vivere bene.”; Grand Prix al Festival di Cannes del ’46 e nomination all’Oscar per la miglior sceneggiatura originale, è un film sempre coinvolgente e commovente, grazie anche alle straordinarie, intense, interpretazioni della Magnani e di Fabrizi, che aiuta a mantenere vivo il ricordo su un periodo storico del nostro paese, portando via le nebbie di facili revisionismi e calcolati oblii.

Lo sceicco bianco (1952)

Federico Fellini (1920-1993) è stato un regista innovativo, abolendo quel distacco proprio del realismo critico tra l’autore ed i suoi personaggi, con una partecipazione corresponsabile alle loro vicende; nelle sue opere sono presenti suggestioni eterogenee: fantasia, leggerezza, ironia, sentimentalismo, toni autobiografici, con personaggi non presi dalla strada, ma elaborazioni di esperienze interiori, portati sullo schermo in un percorso immaginifico, che con estrema, poetica, semplicità parte dalla realtà per arrivare d un’ atmosfera onirica e poi compiere il percorso inverso, senza che si notino differenze, dilatando le dimensioni del visibile.

Giunto a Roma dalla nativa Rimini, nel 1939, nello stesso anno è disegnatore satirico per la rivista umoristica Marc’ Aurelio ed inizia a scrivere le battute di alcuni film girati da Macario; è poi sceneggiatore per film come o Avanti c’è posto di Bonnard, per approdare al neorealismo (Roma città aperta, Paisà di Rossellini), e altre opere importanti (In nome della legge di Germi, Il mulino del Po di Lattuada, col quale dirige Luci del varietà, ’51).

Lo sceicco bianco è il suo vero esordio da regista: una coppia di sposini, Ivan (Leopoldo Trieste) e Wanda (Brunella Bovo), si reca in viaggio di nozze a Roma, per incontrare lo zio di lui e relativa famiglia ed ottenere udienza dal papa. Entrambi sono espressione di un mondo piccolo-borghese perso nell’ immaginario alquanto squallido dei loro sogni: per Ivan ingraziarsi lo zio, “alta personalità in Vaticano”, per una rapida carriera d’impiegato comunale al paese, per Wanda conoscere Fernando Rivoli (Alberto Sordi), “lo sceicco bianco” protagonista del suo fotoromanzo preferito, cui ha scritto una lettera firmandosi “bambola appassionata”; la donna fugge dall’albergo per unirsi alla sgangherata troupe in viaggio verso Fregene, assunta in un piccolo ruolo.

Ed ecco apparire sospeso tra le palme, dondolante sull’altalena, in un’atmosfera da sogno, il sospirato sceicco, che si rivelerà un seduttore da burla, meschino al punto da inventarsi un’amena storiella nel tentativo di sedurre Wanda e succube di una moglie possessiva. Intanto Ivan fatica a nascondere la fuga della moglie ai parenti e vaga disperato per la città, incontrando due prostitute (una delle quali, interpretata da Giulietta Masina, si chiama Cabiria…); dopo un goffo tentativo di suicidio di Wanda, i due sposini si ricongiungeranno per partecipare con i parenti alla sospirata udienza in Vaticano.

Sapida satira di costume, ben diretta e con ottimi interpreti ( straordinario, su tutti, Sordi, con gìà sulle spalle tutto il “peso” dell’ italiano medio:indolente, sbruffone, vanitoso, tremolante di fronte alla moglie virago), ha in embrione tutti i segni del futuro Fellini: sfumature ed introspezioni psicologiche, l’illusorietà del mondo dello spettacolo, (i fotoromanzi, ma anche il cinema), il movimento frenetico,“circense”, sottolineato dalle musiche di Rota, l’atmosfera sospensivamente onirica: “la vita vera è quella dei sogni” dice a inizio film la direttrice del fotoromanzo a Wanda, ma questa dovrà ammettere alla fine che “a volte il sogno è un baratro fatale”, consapevole dell’amaro ritorno alla grigia realtà.

I quattrocento colpi (Les quatre-cents coups, 1959)

Tra la primavera del ’59 e l’autunno ’63 il cinema francese assume nuove caratteristiche, sparisce l’accademismo ereditato dagli anni 30 per nuovi modelli di riferimento, tra i quali Rossellini: la macchina da presa torna nelle strade, si riprende contatto con la realtà, abbandonando l’artificio degli studi cinematografici, cercando attori nuovi che potessero dare una patina di autenticità ai personaggi interpretati e affrancandosi dai vincoli della sceneggiatura. Si tende poi ad una fotografia più vicina al documentario e ad una illuminazione il più possibile simile alla luce naturale. Nasceva la Nouvelle vague e la “ politica degli autori”, i diritti dell’autore-regista, padrone del linguaggio cinematografico e quindi creatore del film.

Francois Truffaut (1932-1984), tra i grandi protagonisti di questa nuova corrente, se ne distacca per dare importanza ai sentimenti ed alla partecipazione emotiva dello spettatore; la sua opera d’esordio, Les quatre-cents coups (fare il diavolo a quattro, per traslato), insolita e di stile innovativo, vinse il Premio per la miglior regia al Festival di Cannes del ’59:Antoine Doinel (Jean-Pierre Léaud), un dodicenne introverso, vive a Parigi, in un piccolo appartamento, senza una stanza propria, e non ha un buon rapporto con i genitori, una madre assente e coinvolta in avventure extra coniugali ed un padre, acquisito, che pensa solo al lavoro e ai rally della domenica. Bigia spesso la scuola con un suo amico per andare al cinema o al luna-park, giustificando l’assenza con bugie assurde, scappa di casa due volte, commette un furto, ma al momento di restituire il maltolto che non è riuscito a rivendere, viene sorpreso: al commissariato il padre, che non vede l’ora di liberarsene, decide per l’invio in un centro correzionale, dal quale Antoine riuscirà a fuggire, in cerca di quel mare che non ha mai visto.

Truffaut, con sguardo complice e toni autobiografici (Antoine-Léaud è il suo alter-ego e lo sarà in altri film), con la macchina da presa che si fa agile e leggera, alterna piani ravvicinati e statici nelle riprese degli interni, a simboleggiare l’ostilità, la chiusura di certi ambienti nei confronti del protagonista, a campi lunghi e ampi movimenti della macchina da presa in quelle degli esterni.
Antoine lotta contro l’insensibilità e l’ostilità delle istituzioni, a partire dalla famiglia, passando per la scuola e finendo con l’ordine costituito e reprimente del carcere e del riformatorio, esprimendo il suo disagio con un comportamento in apparenza anaffettivo, sino alla lunga fuga finale verso il mare, simbolo di libertà e felicità e dinnanzi al quale si ferma sconcertato: il suo passo si fa incerto, si fa lambire i piedi dalla spuma, ma indietreggia, si volta verso la macchina da presa, che ne cristallizza in un fermo immagine il suo sguardo insieme accusatorio e cercante affetto, proprio di chi è entrato a far parte della vita senza aver vissuto in pieno, rivolto ad una società che l’ha costretto a rinnegare la sua adolescenza per divenire adulto troppo presto.