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C’era una volta lo sceneggiato Rai: Il conte di Montecristo (1966)


Ogni volta che assisto ad una “moderna” fiction, in particolar modo della Rai, ancor di più se trattasi di un adattamento di qualche grande romanzo (vedi il recente pastrocchio Violetta), la mia mente, non del tutto ottenebrata dalla sciatteria della messa in scena, vuoi per la regia latitante al servizio di una sceneggiatura complice, vuoi per interpretazioni attoriali incerte tra “che si deve fare per campare” e il classico “è uno sporco lavoro ma qualcuno deve pur farlo”, torna piacevolmente indietro nel tempo: riaffiorano ricordi non ben definiti in bianco e nero e altri, più nitidi e concreti, a colori, come Le avventure di Pinocchio, ’72, cinque puntate dirette da Luigi Comencini, o Sandokan, ’76, sei episodi per la regia di Sergio Sollima.

Visto che per me è un periodo un po’ particolare e non riesco a frequentare il cinema come vorrei ed ero aduso a fare, sia per problemi familiari, sia per una sciagurata programmazione nella mia zona, ho avuto modo di visionare proprio un “vecchio” sceneggiato Rai, Il conte di Montecristo, 1966, recentemente distribuito da Bur senzafiltro in un’edizione comprendente tre dvd per otto episodi, insieme all’omonimo romanzo di Alexandre Dumas padre, a mio avviso una lodevole iniziativa (la collana prevede altri binomi romanzo-sceneggiato, come I promessi sposi o l’Odissea), che permette un agevole confronto tra il libro e la sua trasposizione visiva, quest’ ultima da sempre e classicamente oggetto di discussioni o quanto meno di curiosità sulla resa complessiva rispetto alla pagina scritta.

Ciò che mi ha piacevolmente colpito è in primo luogo l’adattamento molto fedele, finale compreso, all’opera di Dumas, pregevole feuilleton pubblicato a puntate sul Journal des Debats tra il 1844 e il 1846, con una sceneggiatura, opera di Edmo Fenoglio, anche regista, e di Fabio Storelli, capace di sfrondare dove necessario per far risaltare al meglio e con rara efficacia i temi portanti del romanzo,visualizzandoli con suggestiva gradualità, dall’invidia e grettezza umana nei confronti dei propri simili, al desiderio di vendetta che si tramuta man mano in una sorta d’onnipotenza superomistica: Edmond Dantès pensa di potersi sostituire a Dio nel distribuire in egual misura giustizia, perdono e misericordia, per poi venire a patti con se stesso, con il proprio passato e i tormentati ricordi di un amore interrotto ma non sopito, donando quella felicità che non è riuscito e forse mai riuscirà mai a godere in pieno, aprendo comunque le porte alla speranza.

In secondo luogo, sono rimasto affascinato dall’accurata messa in scena, un impatto certamente teatrale ma un respiro fortemente cinematografico nella diluizione delle varie vicende, pur con una lentezza nella proposizione che lascia interdetti rispetto ai ritmi odierni, non solo televisivi, ma affascina per come gli attori riescono a reggere i primi e primissimi piani, una caratteristica di Fenoglio, con una recitazione mai enfatica o sopra le righe, attenta, misurata, a partire da Andrea Giordana, praticamente esordiente, a suo agio tanto nei panni di Dantès che in quelli del Conte di Montecristo, oltre che nei vari travestimenti, sottolineandone dolori e tormenti d’animo, furori divini e angosce terrene.

Ma tutto il cast, per lo più d’estrazione teatrale, è capace di grandi interpretazioni e caratterizzazioni, dalla Mercedes di Giuliana Lojodice, al Fernando Mondego di Alberto Terrani, passando per Achille Millo (Danglars), Quinto Parmeggiani (Caderousse) ed Enzo Tarascio (Villefort), senza dimenticare Sergio Tofano, indimenticabile Abate Faria, Luigi Pavese (Morrel) o la breve apparizione di Mario Scaccia nel ruolo di Luigi XVIII.

Non si possono fare a meno di menzionare poi i costumi di Danilo Donati, le musiche di Gino Marinuzzi jr., le scene di Lucio Lucentini e la fotografia di Mario Bernardo, tutto contribuisce insomma a rendere questo sceneggiato, pur nella considerazione dell’epoca di realizzazione, qualcosa di unico e certo memorabile nel suo insieme, tanto da farmi venire il dubbio che la mancata riproposizione “in chiaro” o ad orari non carbonari di tali opere sia dovuta all’eventualità che molti, in particolare i più giovani, possano notare la palpabile differenza, in meglio, con quanto attualmente passa il convento, fatte le dovute eccezioni, ovviamente. Come diceva Andreotti? Ah, sì, “A pensar male si fa peccato ma spesso ci si indovina”…

Addio a Gino Latilla

Gino Latilla (foto), tra le voci storiche della nostra canzone, felice espressione del “bel canto all’italiana”, è morto ieri mattina, domenica 11 settembre, a Firenze, presso l’ospedale di Santa Maria Nuova, dopo una lunga malattia; nato a Bari nel 1926, Latilla crebbe artisticamente alla scuola del padre Mario, anch’egli cantante, esordendo nel ’48 presso il Teatro Manzoni di Bologna con Mailù, proseguendo la sua carriera con varie tournée in Germania e negli Stati Uniti, per essere poi assunto in Rai, nel ’52, partecipando ad alcune trasmissioni radiofoniche, nell’orchestra del Maestro Cinico Angelini.

Il suo nome è legato soprattutto al Festival di Sanremo, ai numerosi successi riscossi nelle varie edizioni, a partire da Vecchio scarpone, ’53, rievocazione a ritmo di marcia degli anni giovanili, purtroppo per molti coincidenti con quelli della guerra, cantata insieme a Giorgio Consolini, con il quale ottenne il terzo posto, per poi classificarsi al primo nel ’54 con la tenera e struggente Tutte le mamme, sempre in coppia con Consolini e contemporaneamente al terzo con E la barca tornò sola , con il Duo Fasano e Franco Ricci; sempre nell’ambito sanremese si ricordano titoli quali Casetta in Canadà, ’57, quarto posto, cantata insieme a Carla Boni (che sposerà nel ’58, per poi separarsi), così come Timida serenata, ’58, poi Io sono il vento, ’59, in coppia con Arturo Testa, e Il mare nel cassetto, ’61, cantata insieme a Milva; altri successi furono Amico tango,’53, con Nilla Pizzi, Tchumbala bey, Marietta monta in gondola, entrambe del ’54, Serenatella sciuè sciue,’57.

L’Italia della radio, il bel paese in bianco e nero dei filmati storici e dei ricordi di molti, reduce dal secondo conflitto, sospesa tra antichi valori ed innovazione, in odore di boom economico, si riconosceva nei testi di quelle canzoni e si faceva trasportare dall’armoniosa melodia, assicurandone il successo, almeno sino agli anni ’60, quando iniziarono ad imporsi nuove tendenze musicali e Latilla, probabilmente intuendo il cambiamento, abbandonò le scene per divenire funzionario Rai, tornandovi negli anni ’80, all’interno del gruppo Quelli di Sanremo, insieme ad altre “vecchie glorie” (Pizzi, Consolini, Boni); il tentativo di rievocazione apparve però da subito un po’ triste, subentrando, ed avendo la meglio, la rimembranza, che nella mente diviene spesso elegia, dell’Italia dei “vecchi scarponi” o delle “casette piccoline in Canadà, con vasche, pesciolini e tanti fiori di lillà”.

Viva Zapatero! (2005)

Scritto e diretto da Sabina Guzzanti, attrice ed autrice satirica a tutto campo, dal teatro alla televisione, seconda prova registica dopo Bimba-E’ clonata una stella (2002), Viva Zapatero!, presentato nel 2005 come Evento Speciale alla 62ma Mostra del Cinema di Venezia, è un documentario estremamente amaro e dolente nella sua stringente attualità; partendo da un contesto molto personale, la soppressione nel 2003 del suo programma televisivo RaiOt subito dopo la messa in onda della prima puntata, la Guzzanti si presenta agli spettatori come “buffone”e riesce a far emergere un assunto solo a prima a vista “di parte”, che invece riguarda tutti noi: la sempre più stagnante limitazione della libertà d’espressione (garantita dall’art. 21 della Costituzione) o, meglio, la volontà di una sua estrema personalizzazione da parte dei potenti di turno, non ammettendo confronti e scansando la sferza, preferendole peana inneggianti, aloni d’incenso e petali di rosa al passaggio.

La voce narrante dell’autrice, dall’effetto straniante, tono calmo, quasi sottotono rispetto agli avvenimenti che incalzano nella narrazione, introduce un alternarsi di interviste ad esponenti del mondo dello spettacolo (Dario Fo, Daniele Luttazzi, Beppe Grillo, Paolo Rossi) e dell’informazione (Enzo Biagi, Michele Santoro, Furio Colombo, Marco Travaglio, Ferruccio de Bortoli), anche stranieri (Rory Bremner, Karl Zero, Marcelle Padovani), a dichiarazioni di componenti dei vari vertici della Rai del periodo, qualche sketch, con un valido montaggio, la sottolineatura di un forte contrappunto sonoro (Maurizio Rizzuto e Riccardo Giagni) ed efficaci “trovate” (lo split screen su Petruccioli, le voci dei dirigenti in riunione rimbombanti nella strada deserta dove Sabina aspetta la decisione).

Il qui citato “editto di Sofia”, l’elenco di personaggi non graditi al premier Berlusconi e “rei” di un uso criminoso della tv (compreso Biagi, poi allontanato dalla Rai con raccomandata A/R, per sua diretta testimonianza), si erge ad emblema funzionalmente atto ad estendere il discorso alla consueta occupazione partitica della Rai e alla sua confluenza nel conflitto d’interessi, l’arroganza dei dirigenti nel voler reinterpretare e ridefinire il concetto di satira e di informazione all’insegna della più bieca piaggeria, optando per il lavaggio del cervello (o presumendo sia già in atto) più che spingere a stimolanti riflessioni.

Ciò che mette a fuoco Viva Zapatero!, al di là di una certa partigianeria di fondo, e forse proprio per questo, nella sua valenza di controinformazione, è l’estrema urgenza e necessità di una riforma della tv pubblica che, per essere veramente tale, dovrebbe essere in grado di garantire il pluralismo vero, che non si esprima nell’eliminare quanto non gradito ma nell’aggiungerlo, dando spazio a più voci, anche contrastanti; il “buffone” Sabina Guzzanti, morto da eroe, come tale risorge “vedendo il popolo”, le tante persone a riempire i teatri dove decide di proseguire la soppressa trasmissione, non massa informe da plasmare a proprio uso e consumo, ma gruppo cosciente e consapevole, libero di scegliere senza che alcuno, per via subliminale o meno, si preoccupi d’indirizzarlo verso “la retta via”.

A pensare male…

1 giugno, nel corso della conferenza stampa indetta per annunciare la nomina del ministro Alfano a segretario del Pdl, il premier ha gentilmente fornito la sua disamina relativamente al risultato delle elezioni amministrative: “Abbiamo pagato dazio perché siamo al governo. Ma hanno inciso trasmissioni micidiali come Annozero.Ce ne occuperemo in Parlamento”, saltando alcuni passaggi.

6 giugno, in una nota proveniente da Viale Mazzini si legge che la Rai e Michele Santoro “hanno convenuto di risolvere il rapporto di lavoro, riservandosi di valutare in futuro altre e diverse forme di collaborazione”. “Rai e Michele Santoro -è il prosieguo- hanno inteso definire transattivamente il complesso contenzioso, da troppo tempo pendente, altrimenti demandato alla sede giudiziaria. Si è ritenuto infatti di far cessare gli effetti della sentenza del Tribunale di Roma, confermata in appello”.

“A pensare male si fa peccato ma quasi sempre ci si azzecca” (Giulio Andreotti).

Addio a Gianni Brezza

Gianni Brezza è morto ieri, martedì 5 aprile, a Roma, dopo una lunga malattia; per quanti, come lo scrivente, appartengono alla generazione “a letto dopo Carosello” insieme a Brezza, artista estremamente completo, ballerino, coreografo, regista e attore, scompare, ormai quasi definitivamente, un modo di fare televisione, e spettacolo in genere, caratterizzato da una certa cura nella messa in scena e nella direzione delle coreografie.
Legato a Loretta Goggi da una relazione trentennale, si erano infine sposati nel 2008; una volta abbandonata la professione di ballerino, la sua attività si era concentrata nella regia e nella collaborazione in vari progetti con Loretta, teatrali e televisivi (Loretta Goggi in quiz, Canzonissime, Via Teulada 66, Ieri, Goggi e Domani , SPA – Solo per Amore). Nato a La Spezia il 9 novembre del ‘42, Brezza si era trasferito a Roma, dove aveva iniziato l’attività negli anni ’60, divenendo primo ballerino del corpo di ballo della Rai, lavorando in famosi programmi di Viale Mazzini tra gli anni ‘60 e ’70 (Canzonissima, Studio Uno, Milleluci); ha avuto anche qualche piccola parte in film di genere, come il musicarello con Rita Pavone Non stuzzicate la zanzara, Lina Wertmüller,’67, o lo spaghetti western Preparati la bara!, Ferdinando Baldi, ’68.

Mino Damato, sensibilità e professionalità

Se ne è avuta notizia solo ieri, domenica 18 luglio: Mino Damato è morto venerdì pomeriggio, all’età di 72 anni. Uomo serio, schivo, estremamente sensibile, ottimo giornalista e conduttore televisivo innovativo, tra i primi, se non il primo, a credere in quella che oggi viene definita infotainment, “l’informazione come intrattenimento”: da ricordare al riguardo, nel 1983 Italia sera, con al fianco Enrica Bonaccorti e soprattutto l’edizione 1985-86 di Domenica in, che Damato ha condotto con Elisabetta Gardini, Gina Lollobrigida e il Trio Lopez-Marchesini-Solenghi, riuscendo ad inserire nel classico contenitore festivo di Raiuno un po’ di tutto, alla stregua di un rotocalco settimanale, dall’informazione giornalistica al varietà, passando per il mondo dello spettacolo, sempre con quel tocco di sensibilità e sincera umanità che contraddistingueva la sua figura.

Erasmo “Mino” Damato era nato a Napoli, il 1° dicembre 1937 ed aveva intrapreso la professione di giornalista nel 1965, lavorando da subito con le grandi testate ed entrando in Rai come inviato speciale tre anni più tardi, proseguendo quest’attività sino al 1987 (corrispondente di guerra dal Bangladesh, Vietnam, Irlanda del Nord, Istraele, Cambogia, Afghanistan), alternandola con la conduzione di vari programmi (oltre a quelli citati ad inizio articolo, occorre segnalare Avventura, Tam tam, Esplorando, Alla ricerca dell’arca). Ultimamente, ormai lontano dalla tv, si era dedicato con impegno costante al mondo del volontariato, fondando nel 1995 l’associazione Bambini in emergenza di cui era presidente e direttore operativo, trasformandola due anni dopo in Fondazione, una Onlus ancora oggi attiva, in particolare in Romania, nell’aiutare bimbi abbandonati e colpiti dall’Hiv, come lo era la piccola Andreea , adottata dal giornalista nell’87 e morta nel ’96.“Sono sempre rimasto colpito dai bambini, sono i primi a pagare il prezzo più alto delle società in difficoltà” : in questa frase c’è tutto Mino Damato, non credo occorra aggiungere altro per ricordare un grande uomo e un abile professionista.