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Ricordando Monica Vitti: “La ragazza con la pistola” (1968)

Se qualcuno dovesse chiedermi quale possa essere la nostra più grande attrice, risponderei senza esitazione Monica Vitti: certo me ne vengono in mente tante altre, tutte con i loro bravi meriti, ma credo che Maria Luisa Ceciarelli, il suo nome all’anagrafe, sia stata la più poliedrica e duttile, capace di passare con disinvoltura dal tragico al comico, sfruttando la sua ironia ed autoironia con uno stile invidiabile ed un’eleganza scenica giocata sulla discrezione, capace di ammaliarti con un semplice sguardo e un candido sorriso, quasi impercettibile a volte, facendo leva su un fascino soavemente naturale, lontano anni luce da un divismo artefatto, magari costruito a tavolino.

Il suo recente compleanno e la mostra che le ha dedicato in questi giorni il Festival Internazionale del Film di Roma (Monica e il cinema. L’avventura di una grande attrice ), hanno permesso di ripercorrerne i quarant’anni di attività, dai ruoli drammatici nei film di Michelangelo Antonioni, intervallati da qualche breve sketch brillante, al definitivo ruolo di protagonista della commedia all’italiana, a partire da La ragazza con la pistola, ’68, di Mario Monicelli, un film tutto da riscoprire.

La vicenda ha inizio in un paesino della Sicilia, con il rapimento di una donna organizzato da Maccaluso Vincenzo (Carlo Giuffrè), con errore dei suoi bravi, visto che invece della “chiatta” Concetta gli hanno portato la cugina Assunta… Ma tant’è, ormai il fatto è combinato e per di più la fanciulla non sembra poi tanto restia alle profferte amorose, dopo aver sguainato un coltello e opposto lieve resistenza (“niente sento, fredda come il mammo sono …”). Al mattino, però, Vincenzo è sparito, Assunta è accolta dai paesani come “disonorata”, il fidanzato demanda la vendetta ai maschi della famiglia, che non ci sono, per cui toccherà proprio a lei, con tanto di pistola in borsetta, inseguire il traditore, partito per l’Inghilterra. Dopo tante peripezie, incontri vari, tra i quali un medico novello pigmalione (Stanley Baker), la rivalsa della nostra eroina, man mano sempre più integrata nella realtà inglese, sarà efficace e risolutiva…

L’evidente ispirazione ai quadri grotteschi, esasperati ed esasperanti, delineati da Pietro Germi in Sedotta e abbandonata, ’63, nella comune intenzione di cavalcare funzionalmente i luoghi comuni propri della condizione del Sud, dall’arretratezza culturale sino ai granitici concetti di rispetto ed onore, non inficiano più di tanto la validità complessiva della pellicola, sia nella costruzione, con qualche scricchiolo soprattutto nella seconda parte, quando vira verso il sentimentale, sia nell’ assunto che si viene a visualizzare. Il tutto, grazie all’abile mano di Monicelli e alla caratterizzazione offerta dalla Vitti, che vediamo trasformarsi gradualmente anche nell’aspetto fisico e nel modo di vestire, partendo dall’iniziale treccia corvina e mise in nero per arrivare ai capelli rossi e alle minigonne, sulla cui figura è infatti incentrata la sceneggiatura di Rodolfo Sonego e Luigi Magni.

La bella Monica ci regala un valido ritratto di donna combattuta tra atavismo e modernità, al centro di un percorso formativo e di emancipazione, conquistando quest’ultima, guarda caso, lontano dagli italici confini, sapendo cogliere i vari fermenti di novità tipici di un ambiente sociale in totale trasformazione, facendoli propri nell’affermazione definitiva della sua personalità ed autonomia, ovviamente non comprese e bistrattate dal redivivo Vincenzo, il quale non può fare altro che masticare amaro e consolarsi con uno stanco e maschilista refrain (“bottana eri e bottana sei rimasta”).

Da ricordare, infine, infine i toni pop espressi dai titoli di testa e di coda, come dalla colonna sonora di Peppino De Luca, la bella fotografia di Carlo Di Palma, dai toni cangianti, più luminosi, man mano che l’azione si sposta verso il Regno Unito e la presenza di grandi caratteristi come Stefano Satta Flores e Tiberio Murgia; La ragazza con la pistola ottenne nel ’69 la nomination all’ Oscar come Miglior Film Straniero, il David di Donatello per la miglior produzione (Gianni Hetch Lucari), mentre alla Vitti fu conferito il Nastro D’Argento e il Premio al Festival di S. Sebastiano come miglior attrice ed uguale riconoscimento ai David di Donatello, ex aequo con Gina Lollobrigida (Buonasera Mrs. Campbell, Melvin Frank).

Ricordando Leopoldo Trieste

Leopoldo Trieste (Reggio Calabria, 03/05/1917; Roma 25/01/2003) merita di essere ricordato, a quasi dieci anni dalla sua scomparsa, nella sua complessità di intellettuale ed artista completo, dalle mille sfaccettature, che ha saputo spaziare dal tragico al comico; nasce come drammaturgo, autore di testi teatrali e sceneggiature cinematografiche (Preludio d’amore, ’46, Giovanni Paolucci; Il cielo è rosso, ‘50 e Febbre di vivere, ’53, Claudio Gora; I fuorilegge, ’51, Aldo Vergano), prosegue nel suo percorso professionale come “attore per caso”, adattando il suo estro culturale e dando vita ad un particolare binomio vita-scena che si fortifica e si caratterizza negli anni:una timidezza, una ritrosia nel proporsi certamente insolita nel mondo dello spettacolo in genere; la notevole presenza scenica conviveva infatti con una camaleontica attitudine al mimetismo, quasi a volersi scusare di trovarsi davanti alla macchina da presa, connotando elegantemente il tutto con fine ironia e pacato umorismo, dando vita a dei personaggi secondari, i classici “non protagonisti” assolutamente indimenticabili nella loro caratterizzazione, assecondando ora i toni malinconici, ora quelli più grotteschi, anche con un semplice sguardo o espressione del viso.

Dopo la laurea in Lettere a Roma ed aver vinto alcuni premi letterari, Trieste si diploma, nel 1941, in regia al Centro Sperimentale di Cinematografia della capitale, con il cortometraggio Vecchia Roma; ha già all’attivo alcune scritture teatrali (Una notte ai Quattro di picche, Nascere un uomo, Ulisse Moser, Il lago, Racconto d’amore, Trio a solo), ma è a partire dal ’45 che la sua produzione al riguardo assume caratteristiche inedite ed importanti con La frontiera, che viene rappresentato al Quirino di Roma, proseguendo con Cronaca (’46), primo dramma in Italia sull’Olocausto e N.N. , sulla gioventù del dopoguerra, che avrebbe ispirato Pietro Germi per il film Gioventù perduta (’48).Trieste si fa portatore del “realismo in teatro”con rappresentazioni scarne, crude, un teatro per stessa ammissione dell’autore, “squadrato coi martelli di pietra”, lo stesso stile che ritroveremo nei suoi unici due film come regista, Città di notte, ’58, e Peccato degli anni verdi, ’60.

Chiamato da Fellini per interpretare lo sposino Ivan Cavalli ne Lo sceicco bianco, ’50, prendendo il posto di Peppino De Filippo, all’ultimo momento risultato non disponibile, delinea con la sua interpretazione uno dei primi ritratti d’italiano piccolo-borghese, tutto “vizi privati e pubbliche virtù”, perso nell’ immaginario alquanto squallido del suo sogno, ingraziarsi lo zio, “alta personalità in Vaticano”, per una rapida carriera d’impiegato comunale al paese:da qui in poi sarà un susseguirsi di brevi, salaci interpretazioni, più di 100 film, tre Nastri d’Argento come miglior attore non protagonista (’65, Sedotta e abbandonata, Pietro Germi; dove interpretava un nobile decaduto; ’85, Enrico IV, Marco Bellocchio; ’96, L’uomo delle stelle, nel ruolo di un reduce muto, di Giuseppe Tornatore, per il quale riceve anche il David di Donatello).

Tra le altre caratterizzazioni possiamo ricordare il commediografo de I vitelloni di Fellini, intimamente ed ironicamente autobiografico, il pittore Carmelo Patanè di Divorzio all’italiana, Pietro Germi, film che gli dà la grande notorietà o, andando avanti negli anni, il Sig. Roberto nel Padrino Parte II , ’74, di Francis Ford Coppola, il prete censore munito di campanella in Nuovo Cinema Paradiso, ’88, di Tornatore, senza dimenticare, a dimostrazione dell’estrema duttilità, i lavori televisivi, dal Circolo Pickwick, ’68, a Il cane di terracotta, 2000, episodio della serie tv de Il Commissario Montalbano, ma non mi va di sminuirne la figura nell’ambito di un freddo elenco, soprattutto per non evidenziare l’avvertita mancanza di un simile personaggio a tutto tondo nell’attuale panorama cinematografico italiano e nella nostra società, dove sgomitate e sgambetti per assicurarsi i noti 15 minuti di celebrità a filo di telecamera, sono ormai divenuti più importanti di un sorriso, anche solo timidamente accennato, di un porgersi al pubblico apparentemente sommesso; Trieste è stato non protagonista sullo schermo, ma protagonista assoluto nei cuori di quanti lo hanno seguito e amato per anni.

Amici miei – Come tutto ebbe inizio


“Cos’è il genio? E’ fantasia, intuizione, decisione e validità d’esecuzione”: questa frase del Perozzi (Philippe Noiret, doppiato da Renzo Montagnani), volta a commentare una feroce burla del Necchi (Duilio Del Prete) improvvisata al momento in una scena del mai dimenticato Amici miei, ’75, di Mario Monicelli (subentrato a Pietro Germi, autore del soggetto, morto dopo le prime riprese), mi è d’aiuto nell’uscire dall’imbarazzo che provo nel commentare la visione di Amici miei – Come tutto ebbe inizio, suo prequel.
L’intuizione appartiene agli sceneggiatori del citato originale, Piero De Bernardi, Leo Benvenuti e Tullio Pinelli, i quali anni orsono avevano caldeggiato l’idea di portare le celebri “zingarate” indietro nel tempo; la decisione, ancora prima che dei produttori, è frutto del regista Neri Parenti, il quale, volendo dar vita al classico sogno nel cassetto, magari smarcandosi dai soliti prodotti di cassetta (perdonatemi il gioco di parole), ha infuso vita al progetto, collaborando alla sceneggiatura insieme al citato De Bernardi, cui si sono aggiunti in fase di scrittura Fausto Brizzi e Marco Martani, tradendo, purtroppo, gli altri due necessari requisiti, fantasia e validità d’esecuzione, quest’ultima almeno solo in parte, salvata dalla ricca e curata scenografia messa in atto da Francesco Frigeri e dai costumi di Alfonsina Lettieri.
Una voce narrante ci introduce nella Firenze del 1487, sospesa tra il chi vuol esser lieto sia di Lorenzo il Magnifico e gli atti di contrizione del Savonarola, con l’incombente minaccia del morbo della peste prossimo a giungere in città; cinque amici, il consigliere comunale Duccio Villani di Masi (Michele Placido), l’oste Cecco Alemari (Giorgio Panariello), il cerusico Jacopo (Paolo Hendel), lo sfaccendato Manfredo Alemanni (Massimo Ghini) e il nobile Filippo (Christian De Sica) sfuggono alle responsabilità lavorative o familiari, ingegnandosi nell’escogitare una serie di scherzi sia a danno del prossimo, sia, ancora più ferocemente, di loro stessi, esorcizzando in tal modo la paura del tempo che passa; tra i primi particolarmente terribile quello ordito contro il legnaiolo Alderighi (Massimo Ceccherini), mentre tra i secondi quello contro Cecco, complice il Magnifico in persona…
Più che del paventato “reato di lesa maestà”, il film si macchia di “lesa attualità”, retrodatando, con timoroso rispetto e presuntuosi eccessi filologici (la supercazzola finale su tutto), anche pesantemente didascalici (la voce fuori campo), le gesta dei cinque bischeri, decontestualizzandole col pretesto di conferirgli valore universale, evitando così qualsiasi riferimento con il reale (limitato, bonariamente, al “popolo grullo cui gli si fa credere ciò che si vole” o “all’essere buco” del cerusico): identica operazione e consunto spunto narrativo messi in atto con i film natalizi (la “premiata ditta” è quella, lo dico senza pregiudizi di sorta), girati in location lontane e dal fascino “esotico”.
Le stesse burle, per quanto ben orchestrate, richiamano altrettante situazioni di nostrane commedie d’antan, strappando qualche sorriso e lasciando un sentore malinconico, tra volgarità, prevedibili, e un vago senso di straniamento che accompagna dapprima i protagonisti, semplici figurine di carta che si stagliano sullo sfondo, e poi noi spettatori. Detto per inciso, già i due sequel (Amici miei atto II, ’83, di Monicelli e Atto III, ’85 di Nanni Loy, entrambi con Montagnani nel ruolo di Necchi, sostituendo Del Prete) per quanto divertenti e ben diretti, avevano perso quell’aura di magica spensieratezza ed allegra spontaneità propri dell’originale.
O Pietro, o Mario, suvvia, riposate pure tranquilli, s’è fatto tutto per celia, o che l’avevate presa per una cosa seria? Voi l’eravate adusi al moralizzar sfottendo, come recita l’antico adagio, costoro invece pensano a rimpinguar le casse di soldini belli, convinti di poterci sempre prendere per li fondelli…

Divorzio all’italiana (1962)

Come ho già scritto in altri articoli dedicati ai suoi film, Pietro Germi è un regista ancora in attesa di una sincera e cosciente riscoperta, ponendo fine a quella distanza con la critica dovuta, scelte ideologiche a parte, sia al suo carattere scontroso che al non seguire i consueti canoni estetici.
Preferiva infatti cimentarsi di volta in volta in generi diversi, seguendo estro ed intuito, sempre con mano ferma e grande capacità inventiva.

Nel 1962, con Divorzio all’italiana la sua verve moralista, la denuncia sociale e i toni polemici traslocano nella commedia, comprendendo che se ne potevano sfruttare le possibilità che forniva, eludere la censura (siamo in epoca democristiana) affrontando temi quali il divorzio e il “delitto d’onore”, al tempo previsto nel codice penale, e andare incontro al grande pubblico, caratterizzando il tutto con un sarcasmo acre e pungente; Agromonte, Sicilia: il barone Fefè Cefalù (Marcello Mastroianni) vive in un antico palazzo con la moglie Rosalia (Daniela Rocca), petulante ed ossessiva, i genitori, e alcuni parenti che ne occupano un’ala, in seguito ad alcune dissolutezze economiche del padre. Invaghitosi, ricambiato, della cugina 16enne Angela (Stefania Sandrelli), ordisce un astuto piano: spingere la moglie nelle braccia di un ex spasimante (Leopoldo Trieste), coglierli in flagrante adulterio e ucciderli, avvalendosi poi delle attenuanti previste dal codice per “il delitto d’onore” e coronare il suo sogno d’amore; pur tra varie complicazioni, tutto andrà secondo le previsioni, ma Fefè avrà ben poco da stare tranquillo riguardo la fedeltà della giovane moglie…

La vivace regia di Germi sfrutta a dovere una sceneggiatura (opera di Ennio de Concini e Alfredo Giannetti, oltre che dello stesso regista), premio Oscar 1963, ricca di trovate divertenti e argute sottolineature sulla mentalità propria dell’isola e del meridione in generale, con l’immaginario paese di Agromonte simbolo di tanti paesi del Sud: la lentezza e la mollezza della vita di provincia, l’arretratezza dei costumi aggravata da un’imposizione culturale e politica particolarmente forte (l’invito del parroco, con un raffinato gioco di parole, a votare Dc; lo “scandalo” e il clamore suscitati dalla proiezione de La dolce vita ) vengono trattati con toni in costante equilibrio tra il pamphlet, il grottesco e la commedia di costume, emergendo a volte un clima da farsa che spinge sin troppo sui toni caricaturali, pur partendo da una situazione reale o quantomeno verosimile.

Superba l’interpretazione di Mastroianni, che capovolge il ruolo del Bell’Antonio di qualche anno prima (Bolognini, dal romanzo di Brancati), abbandona le sue pose malinconiche di laconico seduttore e, camaleontico, si trasforma in un pigro possidente, indolente sin dallo sguardo, ma pronto ad ogni machiavellica astuzia e con tic in crescendo, senza dimenticare la Rocca, attrice avvenente ma qui trasformata, sempre in nome dello stereotipo (enormi sopracciglia, peluria sul labbro), il mai troppo compianto Trieste, e la giovanissima Sandrelli, maliziosa e seducente.

Furio Scarpelli, breve ricordo di un grande sceneggiatore

Con grande tristezza ho appreso la morte di Furio Scarpelli, vignettista e scrittore, uno dei più grandi sceneggiatori della commedia all’italiana. Aveva 90 anni. Romano, figlio del fondatore di un giornale umoristico, nel 1952 dà avvio con Age (Agenore Incrocci),ad un vero e proprio sodalizio che li vede protagonisti della grande stagione della commedia all’italiana dagli anni 50 in poi.

Chi mi segue su questo blog sa bene quanta e quale sia la mia passione per un certo cinema, italiano in particolare, capace di un lavoro di scrittura notevole ancor prima che di regia e le sceneggiature “Age&Scarpelli” hanno visualizzato un gran numero di personaggi, non più semplici macchiette, tutti idonei a rappresentare vizi (tanti) e virtù (poche) di un’Italia che abbandonava l’Arcadia contadina per proiettarsi nel periodo del “boom” economico. Dalle prime sceneggiature per l’immenso Totò si passa man mano a titoli di capolavori come I soliti ignoti (1958) di Mario Monicelli,e soprattutto La grande guerra (1959), ancora insuperato nelle modalità narrative, nel raccontare l’inutilità di una guerra che diviene simbolo di tanti inutili conflitti, dove a pagare è soprattutto la povera gente mandata al macello, gli “eroi per caso”.

Da notare che lo stesso plot, con ovvie differenze, è alla base del capitolo conclusivo della nota “trilogia del dollaro” di Leone, Il buono, il brutto, il cattivo, avendo collaborato alla sceneggiatura. Ricordo poi , tra i tanti, Sedotta e abbandonata(1964) e Signore & signori (1965), entrambi di Pietro Germi. Ancora per Monicelli sceneggiano I compagni (1963), L’armata Brancaleone (1966), ma numerose sono state le collaborazioni, con registi del calibro di Luigi Comencini, Ettore Scola, Dino Risi, Alessandro Blasetti e Nino Manfredi. Il magnifico duo ha ricevuto tre Nastri d’argento e un Davide di Donatello nel 1975 per Romanzo popolare di Monicelli. Nel 1985 i due si separano: Scarpelli riceve altri due David, nel 1987 per La famiglia di Scola e nel 1996 per Celluloide di Lizzani. Il figlio Giacomo ha seguito le sue orme:il suo ultimo lavoro, come supervisore della sceneggiatura, è per l’esordio alla regia di Stefania Sandrelli, Christine Cristina, nelle sale dal 7 maggio.

Signore & signori (1966)

Dopo i pamphlets ambientati in Sicilia, Divorzio all’italiana (’62) e Sedotta e abbandonata (’64), apologhi morali viranti al grottesco volti a scardinare retrograde mentalità e antichi retaggi, Pietro Germi affronta con Signore & signori il mondo della provincia del Nord-Est italico, sempre con toni da moralista che non concede sconti a nessuno, per una acre farsa che è tra le sue opere più complesse e complete.

Forte di una sceneggiatura di cui è autore, insieme ad Age e Scarpelli e Luciano Vincenzoni, Germi trasforma il film ad episodi in un racconto corale, dove i protagonisti diventano tali solo quando le esigenze del plot narrativo lo richiedono, per poi ritornare a far parte della “coreografia” della cittadina (pur mai nominata, Treviso è facilmente riconoscibile) dove vivono, tra pettegolezzi e sguaiati commenti seduti al bar della piazza principale.

Tre le storie che andranno ad intrecciarsi tra loro: nella prima l’astuto dongiovanni Toni (Alberto Lionello) confida disperato la sua impotenza all’amico medico Giacinto (Gigi Ballista), che si diverte a canzonarlo e a spettegolare della situazione con gli amici: in realtà Toni ha ideato tutto per fargli abbassare la guardia nei confronti della giovane moglie e conquistarne le grazie; nella seconda un modesto cassiere del Banco Cattolico (Gastone Moschin), oppresso ed umiliato da una moglie petulante ed ossessiva, abbandona la famiglia per la bella Milena (Virna Lisi), cassiera in un bar. Ma sul loro sincero amore avrà la meglio la forte legge dell’ipocrisia borghese, e la loro scarsa forza nell’opporvisi, volta ad evitare “scandali”, visto che la moglie è pronta al processo per adulterio, assistita e confortata da un monsignore; nell’ultimo episodio vediamo i vari “signori” del luogo concedersi a turno le floride virtù di una ragazzotta di campagna, venuta in città per far compere, ma la figliola ha meno di 16 anni e il padre li denuncia per corruzione di minorenne. L’offerta di 5 milioni perché ritratti e il “sacrificio” in natura di una delle mogli dei colpevoli, in riparo dell’onore violato, eviterà il processo e le sue conseguenze.

Palma d’oro al Festival di Cannes ’66 (ex aequo con Un uomo, una donna di Lelouch), il film, ben diretto ed interpretato (Moschin su tutti), parla della provincia veneta per parlare dell’ Italia tutta, senza distinzione di classe o toni indulgenti da autoassoluzione, con temi sempre attuali quali l’ipocrisia espressa nell’andare contro la morale comune senza però la volontà di liberarsi dal suo giogo o il solido muro di apparente perbenismo costruito mattone su mattone dal potere borghese-cattolico: l’aspro stile di Germi, graffiante e beffardo, non concede alla risata forza liberatoria, ma la valenza di un sonoro sberleffo dalla forza incontenibile, valido a travalicare epoche e convenzioni, simbolo di una intelligenza e valenza registica ancora in attesa di migliore considerazione.