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“Alla mia Nazione”, Pier Paolo Pasolini

Non popolo arabo, non popolo balcanico, non popolo antico
ma nazione vivente, ma nazione europea:
e cosa sei? Terra di infanti, affamati, corrotti,
governanti impiegati di agrari, prefetti codini,
avvocatucci unti di brillantina e i piedi sporchi,
funzionari liberali carogne come gli zii bigotti,
una caserma, un seminario, una spiaggia libera, un casino!
Milioni di piccoli borghesi come milioni di porci
pascolano sospingendosi sotto gli illesi palazzotti,
tra case coloniali scrostate ormai come chiese.
Proprio perché tu sei esistita, ora non esisti,
proprio perché fosti cosciente, sei incosciente.
E solo perché sei cattolica, non puoi pensare
che il tuo male è tutto male: colpa di ogni male.
Sprofonda in questo tuo bel mare, libera il mondo.

Pier Paolo Pasolini, La religione del mio tempo - 1959

Roma 2011: mostre, retrospettive e “Off Doc”

All’interno del cartellone della VI edizione del Festival Internazionale del Film di Roma, 27 ottobre-4 novembre, oltre alle sezioni “ufficiali” con i film in concorso e fuori concorso o ai vari eventi speciali, è possibile rinvenire altre interessanti iniziative. Nei giorni scorsi ho illustrato la Vetrina dei giovani cineasti italiani, ora intendo soffermarmi su altre interessanti manifestazioni, a partire dalle mostre fotografiche, passando per alcune retrospettive e finendo con una particolare sezione dedicata al documentario.

P.P.P. Un omaggio a Pier Paolo Pasolini (foto), installazione e allestimenti di Dante Ferretti e Francesca Loschiavo, a cura di Gian Luca Farinelli, Cineteca di Bologna, ideazione Equa, è una mostra fotografica dedicata ad uno dei più illuminati intellettuali del nostro ‘900, rappresentante di un’estrema lucidità ed indipendenza di pensiero, alla continua ricerca di una personale Verità con l’uso di ogni forma di espressione per poterla individuare, come, appunto, il mezzo cinematografico, dove riusciva a rimediare alle inevitabili carenze con indubbio afflato poetico e innato gusto pittorico. La mostra (Spazio Espositivo dell’ Auditorium della Musica), si articola in varie sezioni: nella prima, le fotografie di scena di Angelo Novi si trasformano in una sorta di documentario, volto a sottolineare i vari cambiamenti della penisola così come li ha visualizzati Pasolini nei suoi film (il diverso modo di essere periferia, dalle borgate di Mamma Roma, ’62, alla Milano industrializzata di Teorema, ’68) nella seconda, invece, vi sarà una scelta di ritratti di Pasolini, fotografato da autori quali Mario Dondero, lo stesso Angelo Novi e Roberto Villa, mentre la sezione fondamentale sarà quella rappresentata da un’installazione originale creata in esclusiva da Francesca Loschiavo e Dante Ferretti.

La seconda mostra è Monica e il cinema. L’avventura di una grande attrice (Foyer Sala Sinopoli – Auditorium Parco della Musica), con la quale il Festival, il Centro Sperimentale di Cinematografia e Cinecittà Luce rendono omaggio a Monica Vitti (foto), una delle nostre più grandi e poliedriche attrici, in occasione del suo compleanno, con un’esposizione volta a ripercorrerne i quarant’anni di attività, dai ruoli drammatici nei film di Michelangelo Antonioni, intervallati da qualche breve sketch brillante, al definitivo ruolo di protagonista della commedia all’italiana, a partire da La ragazza con la pistola, ’68, Mario Monicelli. Il regista ripeté con la bella Monica, Maria Luisa Ceciarelli all’anagrafe, la stessa operazione che aveva avviato qualche anno prima ne I soliti ignoti con Vittorio Gassman, valorizzandone il talento comico. Previste le proiezioni de Dramma della gelosia – Tutti i particolari in cronaca, Ettore Scola, ‘70 e Scandalo segreto, ’90, purtroppo il suo ultimo lavoro, del quale è stata interprete, regista e sceneggiatrice.

Non poteva mancare poi una mostra fotografica celebrativa del 150 anniversario dell’Unità d’ Italia, a cura di Antonio Maraldi, Viva L’italia! Il Risorgimento sul set, una serie di foto (Archivio Storico del Cinema/AFE Roma, Franco Bellomo, Centro Cinema Città di Cesena, Cineteca di Bologna, Museo nazionale del Cinema, Torino, Reporters Associati Roma) di scena e fuori scena di varie pellicole, dal valore non esaustivo ma semplicemente volta a sottolineare le diversi visioni del movimento risorgimentale in Italia, in particolare l’aurea sospensione celebrativa tra trionfo ed epicità (1860, Edoardo Blasetti, ’34, Viva l’Italia, ’61, Roberto Rossellini) del passato e quella, più recente, problematica e dalle tante domande in attesa di una risposta (Noi credevamo, 2010, Mario Martone), spaziando, riguardo trattazione e resa sullo schermo, dal melodramma (Visconti), alla commedia (Magni).

Douglas Gordon (foto), uno dei più importanti artisti internazionali, vincitore del Turner Prize nel ‘96, proporrà una nuova versione, 24 Hour Psycho To and Fro, della sua installazione video più celebre 24 Hour Psycho, risalente al ’93: :nello spazio di AuditoriumArte, Psycho di Alfred Hitchcock sarà proiettato senza sonoro su un grande schermo alla velocità di due fotogrammi al secondo, in luogo dei soliti ventiquattro, come normalmente avviene, in modo tale che il compimento del film abbia luogo in un giorno intero; in particolare nella versione esposta la proiezione sarà su due schermi adiacenti, sempre con la stessa velocità ridotta, uno con la progressione normale, l’altro in reverse, fino ad incontrarsi con la stessa immagine per un solo secondo. Accanto a questa installazione, Douglas Gordon esporrà una serie di fotografie, Raise the Dead, che ritraggono, in forma inedita, celebri protagonisti del cinema italiano.

Tra le retrospettive, a 30 anni dalla morte il Festival omaggerà il regista Mario Camerini con la proiezione, per la prima volta, del film muto Rotaie, ’29, nella sua versione restaurata dalla Fondazione Cineteca Italiana di Milano.
Un altro omaggio è poi previsto nei confronti della regista Liliana Cavani, una serata speciale dedicata alla proiezione della versione restaurata del film I cannibali, ’69, sempre attuale riflessione sulla legittimità del potere, pellicola girata negli anni della contestazione, rileggendo in chiave di moderno apologo i valori espressi nell’ Antigone di Sofocle.

Vi è poi Decamerone Italiano, viaggio realista e surreale in dieci tappe nell’identità italiana al cinema: la Casa del Cinema, in occasione dei 150 anni dell’Unità d’Italia, propone a fianco del Festival, cinque giornate, dal 31 ottobre al 4 novembre, dedicate all’identità italiana come è stata vista e raccontata sul grande schermo. La rassegna è realizzata in collaborazione con la Fondazione Centro Sperimentale di Cinematografia – Cineteca Nazionale, che ha fornito le copie dei film in programma: La grande guerra, Mario Monicelli, Italia – Francia, 1959; I mostri, Dino Risi, Italia – Francia, 1963; Tre fratelli , Francesco Rosi, Italia – Francia, 1981; Il papà di Giovanna, Pupi Avati, Italia, 2008; Il posto, Ermanno Olmi, Italia, 1961; I basilischi, Lina Wertmüller, Italia, 1963; Francesco, Liliana Cavani, Italia – Germania, 1988; Nell’anno del Signore, Luigi Magni, Italia – Francia, 1969; Pane e cioccolata, Franco Brusati, Italia, 1974; Pummarò, Michele Placido, Italia, 1989.

Spazio, infine, al documentario, un genere in forte espansione da qualche anno a questa parte nelle sue varie declinazioni, grazie alla sezione Off Doc, a sua volta inserita nella sezione Altro Cinema Extra, allo stesso tempo un esperimento di decentramento nel territorio, considerando lo svolgimento al di fuori dell’Auditorium, alla Casa del Cinema, e di esplorazione di nuovi territori.
Ecco le opere in programma: Antonio + Silvana = 2, Vanni Gandolfo, Simone Aleandri, Luca Onorati, Italia; Casco in volo, Gianluca Greco, Italia; Ho visto cose, Chiara Pacilli, Maurizio Tedesco, Italia; Il pranzo di Natale, da un’idea di Antonietta De Lillo, Italia; Il volto della medusa, Donata Gallo, Italia; In arte Lilia Silvi, Mimmo Verdesca, Italia; Io sono il teatro: Arnoldo Foà raccontato da Arnoldo Foà, Cosimo Damiano Damato, Italia; Piero Guccione oltre l’infinito, Nunzio Massimo Nifosì, Italia; KILLER PLASTIC-o. Tu ti faresti entrare? , Stefano Pistolini, Italia; Renato Carosone. Un americano a Napoli, Paolo Rossetti, Italia; Viaggio nel bullismo, Roberto Citran, Gianni Ferraretto,Italia; La casa dei bambini, Marco Turco, Italia.

La commare secca (1962)

La commare secca è il primo lungometraggio di Bernardo Bertolucci (Parma, 1941), diretto a soli 21 anni sulla base di un soggetto di Pier Paolo Pasolini, di cui era stato aiuto regista per Accattone, ‘61, a sua volta opera d’esordio dell’intellettuale friulano; nonostante ancora 15enne avesse girato due corti, La teleferica e Morte di un maiale, Bertolucci, una volta trasferitosi a Roma con la propria famiglia, sembrava invece intenzionato a ricalcare le orme paterne, il poeta e critico letterario Attilio, iscrivendosi appunto alla facoltà di Lettere Moderne e dedicandosi alla poesia, vincendo nel ’62 il Premio Viareggio Opera Prima con In cerca del mistero; la passione per la settima arte finì per prevalere, probabilmente avvertendo l’esigenza di visualizzare in immagini le sue istanze poetiche.

Tornando al film in esame, sceneggiato dal regista insieme a Sergio Citti, la scena si apre con il ritrovamento del cadavere di una prostituta sul greto del Tevere presso un parco romano, proseguendo con la convocazione da parte della Polizia per l’interrogatorio di quanti sono stati visti passare intorno al luogo del delitto la sera precedente: il “pischello” Luciano detto “Canticchia” (Francesco Ruiu); “Califfo”(Alfredo Leggi), pregiudicato mantenuto dalla sua compagna; Teodoro (Allen Midgette), giovane calabrese di leva; Natalino (Renato Troiani) tipo stravagante, che respinge le accuse, rivolgendole invece ad altri due ragazzi che ha visto gironzolare nel parco; ognuno di loro nel raccontare la propria giornata delinea una personale verità, non corrispondente alla realtà dei fatti…
Presentato nella Sezione Informativa della Mostra del Cinema di Venezia, La commare secca non entusiasmò particolarmente la critica, la quale lo tacciò come “opera manieristica”, “un semplice esercizio di stile”; vista oggi, pur percependo la mancanza di quella progressiva e concreta connotazione personale delle successive realizzazioni, la pellicola affascina per la coesistenza di due anime contrapposte, due diverse modalità di affrontare la vita e di concepire il mezzo cinematografico.

In un contesto estremamente realistico, con attori non professionisti, i protagonisti sono i diseredati, “gli ultimi”, i componenti di quel sottoproletariato urbano delle borgate romane, il mondo a parte cantato da Pasolini, ma Bertolucci, proveniente da una diversa realtà, alla partecipazione diretta sostituisce uno sguardo più astratto, preferendo ai primi piani frontali o al susseguirsi scomposto di campi lunghi e controcampi, con minimi movimenti della macchina da presa, l’estrema mobilità di quest’ultima, con una certa stilizzazione propria del cinema francese, sottolineando nel raffinato intarsio d’immagini essenzialmente il fluire del tempo, il susseguirsi delle ore in un giorno qualunque, l’inconcludenza delle azioni dei vari personaggi, unendo poesia e disincanto, sottolineando l’ineluttabilità del destino con la presenza della morte, perdita di una primigenia innocenza e prevalere della materialità sulla spiritualità, sublimata nel titolo, derivante da un sonetto di Gioacchino Belli, citato nel finale (…e già la Commaraccia secca de strada Giulia arza er rampino); la costruzione del racconto, riecheggiante Rashomon di Kurosawa, nel contrasto tra quanto narrato e ciò che vediamo essere realmente accaduto procede più che tramite dei veri e propri flashback, per blocchi digressivi, che andranno a riunirsi in conclusione, sino alla bella scena del ballo, ripresa dal Maestro in alcune delle più note opere successive.

Bertolucci riceverà al Festival di Cannes (11- 22 maggio), la Palma d’oro alla carriera, ulteriore riconoscimento per uno dei nostri autori più lucidi e di ampio respiro, capace di suscitare consensi anche a livello internazionale, pur a costo di qualche divagazione o compromesso lungo il cammino.

2 novembre 1975-2 novembre 2010: 35 anni fa l’addio ad un poeta


“Abbiamo perso prima di tutto un poeta, e di poeti non ce ne sono tantissimi nel mondo ne nascono tre o quattro soltanto dentro un secolo; quando sarà finito questo secolo Pasolini sarà tra i pochissimi che conteranno, come poeta. Il poeta dovrebbe essere sacro!”
Alberto Moravia, all’indomani della morte di Pier Paolo Pasolini
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“Amo ferocemente, disperatamente la vita. E credo che questa ferocia, questa disperazione mi porteranno alla fine. Amo il sole, l’erba, la gioventù. L’amore per la vita è divenuto per me un vizio più micidiale della cocaina. Io divoro la mia esistenza con un appetito insaziabile. Come finirà tutto ciò? Lo ignoro.”
Pier Paolo Pasolini

Qualunquemente e comunquemente la Calabria torna ad essere set cinematografico

La Calabria con i suoi paesaggi dai forti contrasti, le sue aspre montagne e le sue colline brulle degradanti dolcemente verso il mare, ha spesso ospitato set cinematografici, location ideale sia per film drammatici, immersi nella realtà locale, sia di impianto fantastico o dal tono solenne e religioso: giusto per citare i titoli più famosi, si va da Il brigante Musolino (1950, Mario Camerini) a Ulisse (1954, sempre di Camerini), Il vangelo secondo Matteo (1964, Pier Paolo Pasolini) o L’ Armata Brancaleone (1966, Mario Monicelli) per arrivare a Un ragazzo di Calabria (1987, Luigi Comencini) e Il ladro di bambini (1992, Gianni Amelio); vi sono poi fiction televisive come Gente di mare o L’uomo che sognava con le aquile.

Da un anno a questa parte piccoli paesi come Riace, Badolato, Caulonia, Stignano si sono trovati alla ribalta delle cronache cinematografiche: la loro ormai decennale scelta di integrazione nei confronti dei rifugiati politici e dei richiedenti asilo sbarcati sugli antistanti litorali, in contrasto con una sempre più diffusa politica di respingimenti non sempre razionale, ha ispirato lo sceneggiatore Eugenio Melloni e il regista tedesco Wim Wenders, a girare in Calabria Il volo, film dall’indubbio valore artistico nonché tecnico, essendo stato girato in 3D.

In questi giorni è stata avviata la distribuzione nelle sale de Le quattro volte di Michelangelo Frammartino, del quale trovate nelle pagine di questo blog la recensione ed un’ intervista con l’autore; lo scorso 30 aprile si sono concluse le riprese di Corpo celeste, primo lungometraggio di Alice Rohrwacher, sorella della più nota attrice Alba, girato tra Reggio Calabria e Roghudi, un borgo ormai abbandonato dell’Aspromonte, puntando sul contrasto tra la voglia di un forte cambiamento e tradizioni arcaiche sempre vive; infine sabato 30 maggio, presso il Teatro Masciari di Catanzaro è partito il casting, organizzato dalla Calabria Film Commission e curato riguardo le selezioni dall’attore cosentino Francesco Reda, per il film Qualunquemente, titolo al momento provvisorio, che vede protagonista Antonio Albanese nel ruolo del noto personaggio del politico calabrese “Cetto Laqualunque”:luogo delle riprese sarà la cittadina di Palmi , una scelta non certo casuale, visto che l’autore dei testi relativi a “Cetto”(famosi il tormentone “Cchiù pilu pì tutti” e il “sogno di un paesaggio calabrese sommerso dal cemento armato”) è Piero Guerrera, originario proprio di Palmi, che curerà anche la sceneggiatura insieme ad Albanese e Giulio Manfredonia, regista del film.

Gran fermento dunque nella regione, culturalmente e cinematograficamente parlando, finalmente (ri)scoperta come naturale proscenio, valorizzata certo nel suo aspetto puramente paesaggistico, colpevolmente trascurato dalle nostre stesse amministrazioni, che con fare distratto hanno spesso e volentieri, con poche lodevoli eccezioni, seguito una vacua “modernità” dimenticando il nostro passato e la nostra identità, oltre che una “diversità”, se ben gestita, della quale essere orgogliosi.

Caro diario (1993)

Dedico l’analisi del film Caro diario a quanti, nel loro personale percorso di vita, sono riusciti, o almeno hanno provato, a mantenere un’integrità di pensiero ed una correttezza morale di fondo, pur con gli inevitabili adattamenti e compromessi che il vivere sociale spesso richiede e facendo i conti con la propria evoluzione nel corso degli anni.
In poche parole la dedica è rivolta a quanti, come dice Nanni nel film, si troveranno ad essere d’accordo “sempre con una minoranza di persone e mai con la maggioranza”, a tutti quelli che vanno avanti a piccoli passi, fieri e consapevoli della propria “diversità”, consci di un volontario “disadattamento in letizia”. Per quanti, come il sottoscritto, si identificano in tale condizione, poche cose soltanto potranno essere sicure: il cielo avrà sempre lo stesso colore, l’aria lo stesso identico odore e il proprio animo sarà relativamente tranquillo.

Più che per i toni autobiografici, sempre presenti nelle sue opere, Caro diario rappresenta un punto di svolta nella carriera di Nanni Moretti per il suo porsi al pubblico in prima persona, senza l’ alter ego Michele Apicella. Sceneggiatore, regista ed interprete, Nanni divide il film in tre distinti episodi:In vespa affida alle pagine del suo diario la confidenza di “una cosa che gli piace fare più di tutte”, girare per le strade di Roma in scooter, specie ad agosto, poco traffico e possibilità di osservare i particolari dei vari quartieri, il mutare dell’edilizia con il passare degli anni, immaginare chi vi abita, esternare i propri pensieri alle poche persone che vi sono in giro, il desiderio di “ballare e non veder ballare”. Va al cinema, e non gli vanno giù certi film italiani “generazionali”, con i protagonisti, ex sessantottini, che si piangono addosso, e gli horror-splatter americani osannati da certa critica. L’episodio si conclude ad Ostia: un lungo e silente piano sequenza, con la sola musica di fondo, ci conduce al luogo dove fu ucciso Pasolini, un prato incolto e un brutto monumento a ricordare uno dei più lucidi e liberi intellettuali italiani.

Isole: la necessità di concentrarsi porta Nanni a Lipari, dove abita l’amico Gerardo (Renato Carpentieri), che da 11 anni non guarda la tv e studia l’Ulisse di Joyce. Ma l’isola è rumorosa e i due vanno a Salina, dominata dai figli unici, i cui genitori seguono come un’ ideologia i loro capricci. La ricerca di tranquillità li porta ad Alicudi, ma Gerardo ha intanto riscoperto la tv, che qui non c’è, per cui fugge via, rinnegando a voce alta tutto ciò in cui credeva di credere.

Medici, il più diretto dei tre, parte con il vero filmato di una seduta di chemioterapia cui Nanni si sottopone, per raccontarci, lucida anamnesi, il suo peregrinare dal “principe dei dermatologi” alla medicina cinese, iniziato con un prurito notturno e terminato con un tumore benigno al sistema linfatico, scoperto causalmente, dopo tante prescrizioni di medicine inutili ed esami stressanti. Più che egocentrismo, il parlare di sè di Nanni è qui un continuo mettere in discussione i suoi vezzi e le sue idiosincrasie: restando ferme le caratteristiche di “diversità” ed “autarchia” nella personale visione del mondo, e lo sguardo critico e sardonico, il furore iconoclasta si fa meno accentuato. In un mondo dominato dal caos dei valori, dove le armi dell’ideologia, pur elevate a livello fideistico, non bastano più per poter vivere decentemente, l’ importante è essere se stessi, consci della propria diversità e di dove questa ti può portare, alla solitudine o ad essere parte consapevole di una minoranza di persone. Semplice come bere un bicchiere d’acqua, che Nanni, sguardo volto alla macchina da presa, manda giù a fine film: “non si sa perchè ma al mattino, a digiuno, fa comunque bene”.