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Nero Wolfe, una buona fiction

Il personaggio di Nero Wolfe nasce nel 1934 (il romanzo Fer- de- Lance, La traccia del serpente), ad opera dello scrittore Rex Stout, che da qui in poi renderà il corpulento investigatore protagonista di altri settantadue romanzi (compresi quelli brevi), ambientati per la maggior parte nella città di New York, in un periodo che va dagli anni ’30 ai ’70, delineandone le sue caratteristiche, contraddittorie ma affascinanti, e specificandone anche i natali, originariamente Trenton, New Jersey, e poi, definitivamente, un villaggio del Montenegro.

A descriverne abitudini, vezzi ed idiosincrasie, il suo assistente tuttofare, Archie Goodwin, braccio destro ed alter ego: è lui a recarsi sul luogo del delitto, procedendo ai consueti interrogatori, raccogliendo prove ed indizi e “portandoli a casa”, mentre Wolfe si interessa al caso sottopostogli con un certo distacco, apparentemente senza alcun interesse che non sia quello di guadagnare il denaro necessario a mantenere i suoi vizi, la buona cucina e il giardino pensile con le orchidee, coadiuvato rispettivamente dal cuoco svizzero Fritz Brenner e dal giardiniere Theodore Horstmann.

Scorbutico, misantropo e misogino, Wolfe si muove praticamente solo all’interno della sua abitazione in pietra arenaria (al numero 918 della 35ma strada ovest), impegnandosi, ad orari rigidamente prestabiliti, nel consueto tragitto cucina, studio e serra, una ritualità quotidiana estremamente cadenzata e scandita, che sembra infondergli sicurezza e la lucidità necessaria, pur con più di un’estrosità, a far sì che il suo intuito si dispieghi genialmente nella soluzione degli enigmi che man mano gli vengono presentati, intervallando il tutto a suon di coloriti battibecchi con Archie, spesso provocatore marpione, intercalati da salaci commenti esistenziali.

Mettendo da parte una volta tanto la mia veste d’archeologo di una tv che non c’è più, novello Indiana Jones alla ricerca dello sceneggiato perduto, mi sono accinto alla visione della fiction Nero Wolfe, 8 episodi in onda su Rai Uno in prima serata da giovedì 5 aprile (La traccia del serpente, mentre il 12 è stato trasmesso Champagne per uno), lasciando da parte i ricordi, per quanto piacevoli (nelle mie “campagne di scavo” ho avuto modo di vedere ed apprezzare la serie tv del ’69, protagonisti Tino Buazzelli e Paolo Ferrari, foto), con lo stesso spirito, scevro da inveterata spocchia, con il quale mi sono accostato a varie riletture, in salsa moderna o meno, delle gesta di altri celebri investigatori, come lo Sherlock Holmes di Guy Ritchie o, sempre per lo stesso personaggio, ma restando sul piccolo schermo, la recente serie tv della BBC.

Devo dire che, superato lo stupore iniziale per il comunque felice escamotage messo in atto dal team di sceneggiatori (Piero Bodrato, Grazia Giardiello, Roberto Janone), il trasferimento dell’ambito d’azione di Wolfe dalla Grande Mela nella Roma di fine anni ’50 in seguito a dissidi con l’FBI e per evitare la relativa inchiesta, la mia impressione è nel complesso positiva: un buon lavoro di scrittura, volto sia a dare nuova identità a personaggi già esistenti (Andy Luotto nella parte del cuoco, ora d’origine amalfitana) o a crearne di nuovi, come la giornalista Rosa Petrini (Giulia Bevilacqua), figura molto importante per mitigare l’aura misogina che aleggia, si associa alla ferma regia di Riccardo Donna, a suo agio nella visualizzazione di tecniche spesso abusate, come il flashback, qui abbastanza fluido e funzionale, così come nei primi piani o nelle visioni d’insieme, con una certa attenzione ai particolari.

Il resto lo fanno gli attori, a partire da Francesco Pannofino negli “ingombranti” panni di Wolfe, cui offre pinguedine e carattere, giocando anche sulla mimica facciale per evidenziare tutte le spigolosità del personaggio, concedendo un tocco sornione alla nota scontrosità che sa di valore aggiunto e mai stridente, riuscendo a coniugare leggerezza ed umorismo, passando per Pietro Sermonti, Archie Goodwin, un bel mix di ironia e disincanto. Comunque, tutti gli interpreti mi sono sembrati all’altezza, pur se, in vista della ricerca di un facile consenso, alcune caratterizzazioni aderiscono ad ormai classici stereotipi (il commissario siculo, Graziani, interpretato da Marcello Mazzarella, o il poliziotto Lanzetta, Michele La Ginestra, romano verace).

In definitiva, siamo abbastanza lontani dalle consuete nozze con i fichi secchi che caratterizzano spesso i parametri qualitativi di molte fiction nostrane (unica traccia residua, oltre le suddette facili caratterizzazioni, una certa insistenza della musica a sottolineare inutilmente alcune scene), ma ancora non propriamente vicini ai livelli delle serie tv americane: riuscire però in un non facile adattamento di un classico della letteratura investigativa, coniugando eleganza, buon gusto e coerenza di stile, in nome della gradevolezza complessiva, mi sembra un buon risultato e, almeno è quanto mi auguro, un valido punto di partenza.

Provaci ancora, Sam (Play It Again, Sam – 1972)

New York. Il critico cinematografico Allan Felix (Woody Allen) è al cinema, per l’ennesima volta estasiato dalla visione di Casablanca, in particolare dal finale, ammirando a bocca aperta la ferma ma dolce risolutezza di Rick (Humphrey Bogart) nel dare addio alla donna amata, Ilsa (Ingrid Bergman), moglie di Victor Laszlo (Paul Henreid); una volta fuori, passeggia lungo le strade meditando e borbottando sulle sue alterne fortune esistenziali, continuando nel suo appartamento: il recente divorzio dalla moglie Nancy, visualizzata sia nel momento della separazione che intenta in estrosi sollazzi amorosi, il ricorso frequente ai farmaci, il senso d’insoddisfazione generale o lo psicanalista in ferie durante il periodo estivo, “proprio quando la gente diventa matta”.

Nevrotico ed insicuro, Allan trova conforto nella materializzazione del suo idolo, Bogart (Jerry Lacy), proficua allucinazione che gli esterna tutto ciò che occorre fare con le donne, per esempio come rimediare ad eventuali connessi dolori (“è tutta roba che passa con un bel whisky e soda”), e nei suoi amici Dick (Tony Roberts) e Linda (Diane Keaton), marito e moglie, che gli organizzano appuntamenti su appuntamenti, dagli esiti sempre più disastrosi, visto che il nostro si atteggia ogni volta a qualcosa di diverso da quello che è: solo con Linda, dolce, premurosa e sensibile, riesce veramente ad essere naturale e così una sera, soli soletti nel suo appartamento, complici la scarsa attenzione di Dick verso di lei, preso com’è dai suoi affari di borsa, e Bogey novello Cyrano a fare il tifo …

Anche se, più propriamente, è da Annie Hall, ’77, che si fa partire il classico giro di boa nella carriera di Allen, in particolare per un felice binomio regia, all’insegna della libertà creativa, e attenta, calibrata, sceneggiatura, con Play It Again, Sam si delineano comunque i tratti essenziali della sua filmografia: il cinema, quindi l’arte, come possibile ancora di salvezza, ideale ponte di collegamento tra sogno, finzione e realtà (la scena finale, ricalcata, fotogramma per fotogramma e in ogni singola inquadratura da quella celeberrima di Casablanca), l’insicurezza nevrotica riguardo i rapporti sociali, in particolare quelli con l’altra metà del cielo, il determinante ruolo della psicoanalisi al riguardo e, ancora prima, di una buona dose d’ironia e, soprattutto, autoironia.

Dopotutto lo script è di Allen, dalla sua omonima piece teatrale del ’69, mentre la regia è affidata ad Herbert Ross, che pur rispettando la struttura d’origine, da un lato l’alleggerisce, girando alcune scene in esterno, dall’altra l’appesantisce un po’ nel gestire le varie allucinazioni del protagonista, a partire dal fulcro portante, il mitico Bogey.

Dal suddetto impianto teatrale derivano una grande attenzione a ciascun personaggio, i dialoghi abbastanza serrati, pur con attente pause, una comicità scaturente, di conseguenza, dal loro arrabattarsi per cercare di venire fuori dalle proprie situazioni personali nelle quali si trovano impantanati, a partire dal protagonista, in odor di autobiografia, che soffoca il proprio io, non accogliendo gli stimoli del resto del mondo con un pessimismo che mi piace definire funzionale, considerandolo derivato per lo più dalla lungimirante comprensione di quale sia la realtà delle cose e di come queste possano andare.

“Il segreto sta nel non essere te, ma me”: così il buon Allan, ormai pieno di sicurezza e pronto ad offrirsi nella sua integrità e “purezza” all’universo femminile, saluta Bogey nel finale del film. Non è che nella realtà tale sforzo autoanalitico funzioni sempre o venga apprezzato in egual misura, ma vale comunque la pena provarci: si potrebbe probabilmente evitare qualche annetto di psicoterapia, ovviamente preventivabile ove ci si rendesse conto che quanto preteso da colei con la quale ci si è relazionati fosse volto a far sì che venisse interpretato un ruolo, piuttosto che apprezzare l’ essere se stessi.

Ma questa, oltre che una mia personale considerazione, è un’altra storia: in fondo, per consolarci ci basterà ricordare come “tutti possiamo essere Bogart in certi momenti” e che, comunque, un buon whisky nel locale di Rick non lo si nega a nessuno…

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Il titolo originale del film, come dell’omonima piece teatrale, è Play It Again, Sam e si riferisce ad una scena di Casablanca, quando Ilsa chiede al pianista Sam (Dooley Wilson) di suonare As Time Goes By (”Suonala ancora Sam, suona Mentre il tempo passa”). I distributori italiani dell’epoca, pensando che non venisse compreso tale riferimento, mutarono il nome del protagonista da Allan a Sam e, di conseguenza, anche il titolo della pellicola.

Quartaumentata: “Sirene e naviganti”

Nuova importante uscita discografica per i Quartaumentata con la pubblicazione del singolo Sirene e Naviganti, domani, giovedì 29 marzo, omonimo titolo dell’album che verrà edito in seguito, un progetto di undici brani che vanta la collaborazione di artisti famosi del calibro di Spagna, Saule, Margarida Guerreiro (nota cantante di Fado portoghese).

Lavoro di forte impronta mediterranea, che comunica la propria versatilità attraverso un percorso musicale da cui affiora ciò che di più autentico possa essere espresso, in un gioco di colori, atmosfere, sonorità sperimentali e con una proiezione verso il blues afro-americano di cui rivela influenze e contaminazioni, Sirene e Naviganti è un percorso di ricerca, in equilibrio tra passato e futuro, memoria e mutamento, realizzato con la collaborazione di musicisti di grandissimo livello, come Dado Moroni, Michele Ascolese ed Eric Daniel, che si racconta “navigando”, attraverso un cammino simbolico, un’analogia tra il viaggio di Ulisse e il viaggiare contemporaneo.

Il noto gruppo calabrese si prepara ad affrontare un anno denso di impegni artistici anche a livello internazionale, tra cui la partecipazione al musical Mediterranean Voices, di produzione americana, di cui hanno collaborato anche alla realizzazione della colonna sonora, e che li vedrà in scena insieme alla compagnia newyorkese, nella prossima stagione autunnale, al teatro LA MaMa di New York nella serata della prima e nelle successive repliche: l’ispirazione al riguardo giunge dai racconti di Verga, collocando i personaggi in un paesino in riva al Mediterraneo.

La produzione dei concerti live sarà curata, a partire dal mese di aprile, dalla Momenti Sonori ( Milano) di Pasquale Lacquaniti e Francesco Monteleone;tra i prossimi progetti anche una importante collaborazione cinematografica nel film Aspromonte, di produzione italiana, in uscita a breve e con la partecipazione dell’attore Franco Neri. Un brano del disco è stato selezionato come colonna sonora del film e, inoltre, la band si esibirà in una scena, girata a Gerace (RC), riproponendo lo stesso pezzo.

Scandalo a Filadelfia (The Philadelphia Story, 1940)

“Regista di attori” e “regista di donne” sono le definizioni che hanno accompagnato nel corso della sua carriera, assicurandogli un posto ben definito nella storia del cinema, George Dewey Cukor (New York, 1899 – Hollywood, 1983), tra i più grandi autori di commedie della Hollywood “del tempo che fu”, per quanto attivo sino a pochi anni dalla sua morte ( il suo ultimo film, Ricche e famose, risale all’ ’81). Nella direzione dei suoi lavori, focalizzata in particolare sulla valorizzazione della recitazione di ogni singolo attore, contribuì non poco la sua attività come assistente teatrale e regista, iniziata sin da ragazzo e proseguita per tutti gli anni ’20: una volta preso piede il cinema sonoro, con le major di Hollywood bisognose di dialoghisti e registi teatrali, Cukor decise di trasferirsi in California, lavorando per Paramount e Universal, anche in qualità di co-regista, per poi debuttare in autonomia nel ’31 (Il marito ricco).

Delle tante pellicole da lui dirette in questo primo periodo della sua carriera (come Febbre di vivere,’32, debutto di Katharine Hepburn, o Pranzo alle otto, ’33, con John Barrymore e Jean Harlow), ho scelto di parlare di Scandalo a Filadelfia, sia perché è uno dei miei film preferiti, anche per la presenza di attori per i quali letteralmente stravedo, sia per la sua struttura “mista” tra screwball e sophisticated comedy, simile a tante produzioni dell’epoca, in particolare nella rappresentazione del volubile personaggio femminile, ma che, per alcuni aspetti, ne rappresenta una concreta evoluzione verso future realizzazioni hollywoodiane, nel sentore dei mutamenti nell’ambito sociale e del costume non ancora pienamente e propriamente concretizzatisi.

Philadelphia. L’ereditiera Tracy Lord ( Katharine Hepburn), donna dai modi freddi e altezzosi, due anni dopo aver messo alla porta il marito Dexter (Cary Grant), è ormai prossima alle nozze con il minatore George (John Howard), ora a capo di una società, ma l’ex consorte trama alle spalle: conoscendo bene Tracy e gli scheletri nell’armadio della famiglia, presentandosi alla villa insieme al reporter Connor (James Stewart) e alla fotografa Elizabeth (Ruth Hussey), giornalisti di una rivista scandalistica, assiste sornione a tutta una serie di giri di giostra, in uno dei quali viene coinvolto proprio l’idealista ed integerrimo cronista, il cui intervento, tra una sbornia e un tuffo in piscina, sarà risolutivo per la definitiva “conversione” di Tracy…

Affidandosi all’ottima sceneggiatura di Donald Odgen Stewart, premiata con l’Oscar (un altro è stato assegnato a Stewart) e il cui soggetto è l’omonima commedia teatrale di Philip Barry, Cukor punta, più che alla narrazione propriamente detta, a mettere in scena, teatralizzando, con fare divertito ancor prima che divertente, le eccentricità degli ambienti aristocratici insieme a diverse situazioni e combinazioni sentimentali, trovando il fulcro nelle ottime interpretazioni attoriali (Hepburn e Stewart in particolare) e nei dialoghi brillanti.

Tutto ruota intorno la figura di Tracy, l’incontro- scontro con ognuno dei protagonisti maschili a far da cartina di tornasole nella rivelazione della sua vera natura e dei suoi veri sentimenti, in sentore comunque di reciprocità, oltre che d’interclassismo, almeno sino al rassicurante happy end, il rientro nell’ “ordine costituito”, dopo averci simpaticamente ed ironicamente illuso che qualcosa al riguardo potesse cambiare.
Nel ’56 dal citato soggetto venne tratta una commedia musicale, Alta Società, regia di Charles Walters, nel complesso gradevole, anche se ricordata soprattutto per essere stata l’ultima interpretazione di Grace Kelly, nei panni di Tracy, prima di convolare a nozze col principe Ranieri di Monaco.

Gli Olatuja Project a Locri (RC)

Alicia e Michael Olatuja

Etna Production, per Ai confini del Sud, musica e dintorni, in collaborazione con Studio 54 Network, Cinema Vittoria, FM Eventi, e con il patrocinio del Comune della Città di Locri (RC), sotto la direzione artistica di Massimo Cusato, organizza per domani, domenica 11 dicembre, presso il Palazzo della Cultura della cittadina, a partire dalle ore 18:00, un importante evento musicale, l’esibizione degli Olatuja Project, gruppo newyorkese fondato dalla coppia Michael (basso acustico ed elettrico) e Alicia Olatuja (voce), che fa seguito ai concerti tenutesi al Moody Jazz Cafè di Foggia e al Crossroads Live Club di Roma : la loro musica è costituita da un ensemble di vari stili e tradizioni musicali provenienti da differenti paesi africani (Zimbabwe, Mali, Camerun, Nigeria), che, nel felice incontro con sonorità soul, jazz, R&B, proprie della Grande Mela, rendono la loro esibizione sul palco un originale e raffinato concerto, caratterizzato dai ritmi travolgenti.

Oltre ai citati Michael e Alicia, fanno parte del gruppo Nikki Yeoh, Troy Miller, Femi Temowo, artisti che possono vantare prestigiose collaborazioni con Stevie Wonder, Rod Stewart, Phil Collins, Shakira, Chaka Khan, Lisa Stanfield, Incognito, Amy Winehouse. Il loro nuovo lavoro discografico The Promise, fa seguito a Speak, 2009, Album dell’Anno al 9° Award Music Indipendent, e la loro musica farà da colonna sonora al prossimo film di Spike Lee.

This Must Be the Place

Film egualmente controverso e affascinante, certamente atipico nel sempre più asfittico panorama cinematografico italiano, fatte, ovviamente, le dovute eccezioni, per quanto sempre più rare, This Must Be the Place, regia e sceneggiatura (quest’ultima insieme a Umberto Contarello) di Paolo Sorrentino, reca comunque con sé, tra alcune contraddizioni a livello di scrittura e qualche estetismo di troppo, l’indubbio pregio di non lasciare indifferenti, qualunque sia il giudizio, positivo o negativo, che si voglia esprimere.

Personalmente sono rimasto favorevolmente impressionato dal forte impatto visivo, con un procedere lento, quasi ieratico, incentrato essenzialmente su un raffinato intarsio d’immagini, avvalorato dalla bella fotografia di Luca Bigazzi, il cui andamento frammentario viene mitigato dalla colonna sonora, David Byrne e Will Oldham, che riesce a far fluire il racconto con una certa naturalezza, unendosi alla forza recitativa di Sean Penn nei panni di Cheyenne, popstar ormai in disarmo, il quale ci invita a seguirlo in un percorso esistenziale e di crescita piuttosto particolare e anche catartico, per quanto a volte pedantemente programmatico.

L’attore infatti risulta particolarmente in stato di grazia nell’esprimerne tutto il disagio di vivere, la continua fuga da se stesso, con un passato che lo tormenta, zombie ridestato da stanchi rituali sospesi tra noia e quotidianità: il trucco mattutino, cerone, eye-liner, rimmel, rossetto, lacca sui capelli, la spesa, gli incontri con la giovane Mary (Eve Hewson), la prigione dorata della sua villa in quel di Dublino, dove vive con l’energica consorte Jane (Frances McDormand).
A scuotere il suo torpore, la notizia della morte del padre, ebreo sopravvissuto al campo di concentramento, che lo porterà dall’Irlanda a New York e poi in viaggio lungo l’America, avendo come guida un diario paterno, varie tracce di una trentennale ricerca, mai conclusa, del soldato tedesco responsabile di una pesante umiliazione durante la prigionia…

Se la parte irlandese appare più intimista e riflessiva, utile ad evidenziare la complessa personalità di Cheyenne, non del tutto annientata dalla cocaina di cui ha fatto uso, capace com’è d’esprimere profonde verità solo apparentemente lapalissiane, accompagnate per di più da un disincantato sarcasmo, la trasferta americana si caratterizza come un classico road- movie, con il nostro ad affrontare le situazioni più assurde e gli incontri più strani, unendo la purezza di un bimbo affascinato dalla scoperta progressiva di quanto lo circonda alla leggerezza di un angelo ora consolatore, riuscendo ad offrire consistenza di vita agli altri prima ancora che a se stesso, ora vendicatore, nel senso particolare e precipuo di una personale rivalsa nei confronti dei propri errori in chiave di riconciliazione col mondo.

Ciò che può lasciare perplessi è un certa disomogeneità di fondo, anche per i continui cambi d’inquadratura, tra primissimi piani e carrellate, volti ad evidenziare, in esterno o in interno, ogni più piccolo particolare, qualsiasi oggetto in apparenza insignificante, da cui un certo eccesso di simbolismo, per quanto in fondo coincidente nella suddetta visione del mondo secondo Cheyenne. Resta comunque valida la poesia espressa dal percorso evolutivo, nel definitivo assunto in base al quale, sempre nella netta distinzione tra vittime e carnefici, siamo tutti attoniti spettatori delle diseguali elargizioni proprie di un’Entità che ci sovrasta, immobile ed eterna come il nostro primo amore, riassumendo e forse semplificando le parole della voce over mentre scorrono i titoli di testa.