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Baciato dalla fortuna

Porca miseria che tristezza … Avevo paventato nel corso di quest’anno cinematografico come la pletora di commedie italiane man mano avvicendatesi sugli schermi, alcune riuscite, altre meno, avrebbe portato, se non propriamente ad una saturazione, certo ad uno strano gioco improntato all’assuefazione reciproca, nella convinzione che ormai al pubblico va bene tutto purché si rida.
Ma, pur vedendo all’opera produttori, sceneggiatori e registi pronti a sacrificare la creatività sull’altare della coazione a ripetere, sinceramente non pensavo si potesse arrivare (o tornare) tanto in fretta ad una stantia imitazione di temi propri della Commedia dell’Arte, mutuati con gli stilemi della fiction televisiva, per dar vita ad una pellicola così stiracchiata e claudicante nella regia come Baciato dalla fortuna.

Partendo da un soggetto di Vincenzo Salemme, anche sceneggiatore insieme a Massimiliano Bruno, Gianluca Bomprezzi e Paolo Costella, regista del film, la vicenda ruota intorno la figura di Gaetano (Salemme), vigile urbano, di origine partenopea, in quel di Parma, oberato dai debiti, pressato dalla banca per il pagamento del mutuo, con gli alimenti da pagare all’ex moglie.
L’ attuale compagna, Betty (Asia Argento), lo umilia e lo cornifica con il suo superiore, il comandante Grandoni (Alessandro Gassman), aitante single costantemente pronto alla bisogna, sempre a danno dei suoi sottoposti.Unica speranza del nostro, il Super Enalotto, giocando da anni un’improbabile sestina basata su una filastrocca del nonno, per quanto una sua vecchia fiamma, Anna (Nicole Grimaudo), psicologa, cerchi di convincerlo a fare affidamento sulle risorse interiori e non sulla dea bendata…

Imbarazzante farsa cavalcante con impudica disinvoltura i più triti luoghi comuni, Baciato dalla fortuna concede le (poche) risate facendo leva su una classica comicità di situazione, espressa essenzialmente dall’indubbia forza comica di Salemme, in particolare nel dosare i tempi durante i dialoghi, per quanto spesso sembri voglia farsi carico di rappresentare sullo schermo tutti i “nomi sacri” della comicità napoletana, dai De Filippo in poi, passando per Totò e concludendo con Troisi, tra inutili ammiccamenti e moine.
Riguardo invece gli altri protagonisti, ritenendo degno di miglior causa il gigionismo espresso da Gassman, l’Argento risulta francamente fastidiosa nell’essere costantemente ed inutilmente al di sopra delle righe, confondendo il grottesco con l’umorismo involontario, Grimaudo cerca forzatamente di far venire fuori un lato comico, mentre qua e là appare qualche personaggio capace di un minimo di caratterizzazione non propriamente macchiettistica, come Maurizio Casagrande nel ruolo di un impiegato di banca.

Il problema è sempre quello, ci si allontana dalla realtà, facendo sì che una città di provincia più che assurgere a simbolico microcosmo di tante italiche contraddizioni, come la ricchezza e il perbenismo di facciata, con i soldi a far da unico collante tra i rapporti umani, diventi un semplice scenario come tanti, sul cui sfondo si muovono innocui burattini senza fili e senza coordinazione alcuna che non sia il solito, improbabile, finale consolatorio ad aggiungersi al minimo sindacale di resa complessiva, in nome del massimo introito al botteghino, baciati dalla fortuna grazie ad una schedina mai giocata.

“Terraferma” in corsa per l’Oscar

Emanuele Crialese

La selezione di commissione istituita dall’Anica, composta da Nicola Borrelli (Direttore Generale Cinema – Ministero per i Beni e le Attività Culturali), Marco Bellocchio e Luca Guadagnino (registi), Martha Capello (Presidente AGPC – Associazione Giovani Produttori Cinematografici), Francesca Cima e Tilde Corsi (produttrici), Paola Corvino (Presidente UNEFA – Unione Nazionale Esportatori Film e Audiovisivi), Valerio De Paolis (distributore), Niccolò Vivarelli (giornalista) ha espresso ieri mattina, mercoledì 28 settembre, la sua decisione: tra le pellicole candidate (Habemus Papam, Nanni Moretti, Noi credevamo, Mario Martone, Corpo celeste, Alice Rohrwacher, Nessuno mi può giudicare, Massimiliano Bruno, Notizie degli scavi , Emidio Greco, Tatanka, Giuseppe Gagliardi, Vallanzasca – Gli angeli del male, Michele Placido) a concorrere nella corsa all’Oscar per il miglior film in lingua non inglese sarà Terraferma di Emanuele Crialese, già insignito del Premio Speciale della Giuria alla 68ma Mostra d’Arte Cinematografica di Venezia e, nei giorni scorsi, del Premio Francesco Pasinetti, conferitogli dai giornalisti cinematografici.

Qualche giorno fa in un mio articolo volto a presentare la rosa dei candidati avevo “profetizzato” la probabile scelta di Moretti, ma, pur non avendo visto ancora il film, sulla base della sinossi e dopo aver visionato qualche filmato, mi sembra che Terraferma possa validamente rappresentarci, perché fotografa sia un problema attuale, quello dell’immigrazione, sia un’ Italia lontana tanto dall’immagine da bella cartolina, magari d’epoca, che dal solito refrain “va tutto ben Madama la marchesa”, bensì estremamente reale, coinvolgendo attori professionisti (Beppe Fiorello e Donatella Finocchiaro) e non (Filippo Pacillo), come avveniva, volendo andare indietro nel tempo, durante la fase Neorealista del nostro cinema.

Chissà se anche in tal caso, corsi e ricorsi storici, qualche politico illuminato ci ricorderà che “i panni sporchi si lavano in famiglia”… Comunque, nel frattempo, in attesa che l’Academy renda note le nomination, il 24 gennaio 2012 (la Notte degli Oscar è prevista per il 26 febbraio), incrociamo le dita e, per dirla con Nino Manfredi, fusse ca fusse la vorta bona.

Otto film per un Oscar

Nanni Moretti

Ecco la rosa degli 8 film candidati tra i quali la Commissione di Selezione istituita presso l’Anica, dietro incarico dell’Academy Award, dovrà decidere quale pellicola rappresenterà l’Italia relativamente all’Oscar per il miglior film in lingua non inglese, nella riunione prevista per il 28 settembre: Habemus Papam di Nanni Moretti, Noi credevamo di Mario Martone, Corpo celeste di Alice Rohrwacher, Nessuno mi può giudicare di Massimiliano Bruno, Notizie degli scavi di Emidio Greco, Tatanka di Giuseppe Gagliardi, Vallanzasca – Gli angeli del male di Michele Placido e Terraferma di Emanuele Crialese, recentemente insignito del Premio Speciale della Giuria alla 68ma Mostra d’Arte Cinematografica di Venezia.
Habemus Oscar?

Magna Graecia Film Festival 2011: “20 sigarette” miglior film opera prima

Aureliano Amadei

Con la consueta cerimonia di premiazione, l’assegnazione delle “Colonne d’oro”, i premi opera dell’orafo Michele Affidato, si è conclusa ieri sera, sabato 30 luglio, nella ormai abituale location dell’Anfiteatro della Villa Comunale di Soverato (CZ), l’ottava edizione del Magna Graecia Film Festival, direzione artistica di Alessandro e Gianvito Casadonte.
La serata, condotta da Chiara Giacomelli, è stata dedicata a Mario Monicelli, con la proiezione del documentario Vicino al Colosseo c’è Monti, ultimo lavoro del regista e prodotto dalla Inspire Production dei fratelli Casadonte; la giuria, presidente onorario Ettore Scola, componenti Ugo Gregoretti, Silvia Scola, Mimmo Calopresti, si è così espressa, evidenziando, come già avvenuto in altre occasioni (penso ai Nastri d’Argento o ai David di Donatello), una sorta di compromesso tra commedia e autorialità, che rafforza la validità della formula espressa dalla kermesse:

Carolina Crescentini

Miglior produttore: Gianluca Curti per Tatanka, Gianluca Gagliardi
Miglior film opera prima: 20 sigarette, Aureliano Amadei
Migliore regia: Dalla vita in poi, Gianfrancesco Lazotti
Migliore sceneggiatura: Edoardo Falcone e Massimiliano Bruno per Nessuno mi può giudicare, Massimiliano Bruno
Migliore attrice: Carolina Crescentini, per 20 sigarette, Aureliano Amadei
Migliore attore: Gianfelice Imparato per Into paradiso, Paola Randi

Grazie alla partnership tra MGFF e Annecy Cinema Italien, è garantita alle opere prime in concorso la proiezione in Francia, in nome di una maggiore visibilità; Rai Uno trasmetterà, giorno 11 agosto, uno speciale dedicato alla manifestazione.

Nastri d’Argento 2011: “Nessuno mi può giudicare” migliore commedia

In attesa della serata di premiazione, sabato 25 giugno al Teatro Antico di Taormina, il Sindacato Nazionale Giornalisti Italiani ha anticipato la notizia della designazione di Nessuno mi può giudicare, opera d’esordio di Massimiliano Bruno, interpreti Paola Cortellesi, Raoul Bova e Rocco Papaleo, come commedia dell’anno ai Nastri d’Argento 2011, battendo Benvenuti al Sud e Che bella giornata, premiando così una commedia sentimentale divertente e interessante, in particolare, come ebbi modo di scrivere recensendo il film, per la ritrovata capacità del nostro cinema di presagire eventi di cronaca, cercando di raccontare, sfruttando un’ironia leggera ma non propriamente innocua, un’ Italia tutto sommato vera e comunque lontana da finti lustrini e proclami d’ordinanza sulla ripresa economica.

Nessuno mi può giudicare

Roma, zona nord. Nella sua bella villa la 33enne Alice (Paola Cortellesi) impartisce ordini ai tre domestici extracomunitari con spocchiosa ironia, tra birignao e malcelate arie da burina arricchita; moglie di un manager operante nel settore dei sanitari, un figlio di nove anni iscritto in una scuola privata, la sua vita scorre tranquilla, unica preoccupazione allestire party per ogni evenienza, come quello in corso, volto a celebrare l’anniversario di matrimonio; classico fulmine a ciel sereno, il marito muore in un incidente stradale, lasciandole un debito impegnativo da saldare, conseguente a oscure manovre finanziarie, con il rischio incombente della bancarotta e dell’affidamento del figlio ai servizi sociali; trasferitasi grazie all’aiuto dell’ormai ex domestico pachistano Aziz (Hassani Shapi) nel quartiere popolare del Quarticciolo, Alice entra in contatto con una multiforme realtà: il portiere Lionello (Rocco Papaleo), becero e razzista, i vicini di casa Enzo (Lillo) e Tiziana (Lucia Ocone), pronti ad attaccare bottone alla minima occasione, Giulio (Raoul Bova), uomo integro, dai forti principi, gestore di un Internet Point e il suo amico commesso Biagio (Valerio Aprea), depresso per l’abbandono della fidanzata Sofia (Caterina Guzzanti). Superate le diffidenze iniziali, Alice inizia una relazione con Giulio, nascondendogli però di aver intrapreso la carriera di escort, dopo i suggerimenti della professionista Eva (Anna Foglietta), l’unico mestiere che gli potesse far guadagnare i soldi necessari nel più breve tempo possibile…

Nessuno mi può giudicare, esordio alla regia dell’attore e sceneggiatore Massimiliano Bruno, autore dello script insieme ad Edoardo Falcone, su soggetto di Fausto Brizzi, è una commedia sentimentale divertente e interessante, non fosse altro per la riscoperta capacità del nostro cinema di presagire eventi di cronaca, provando a raccontare, sul filo di un’ironia leggera ma non propriamente innocua, quell’ Italia lontana da finti lustrini e proclami d’ordinanza sulla ripresa economica, che riesce, a fatica, a mantenersi integra nei suoi valori essenziali di dignità e coerenza morale, pur dovendo scendere a compromessi per poter sopravvivere, da intendersi anche, se non soprattutto, nel senso di arrivare alla fine del mese, in una società dominata da opportunismi e falsi valori.

L’ espediente narrativo adottato, debitore del cosiddetto “neorealismo rosa”, scevro del suo originario uso spregiativo, fa sì che il Quarticciolo assurga al ruolo di arcadico mondo a sé stante, rappresentando, nella sua multietnicità, nelle varie, tipiche, contrapposizioni e contraddizioni, tutto il paese, vedi la sua parte più cialtrona, rappresentata dai proclami qualunquistici di Papaleo (memorabile l’invettiva rivolta a Nanni Moretti, citando una scena di Ecce Bombo), una serie di slogan razzisti ad ampio raggio, anche se alla fine pure lui dovrà scendere a patti con la vita.

Il lavoro di scrittura prevale spesso sulla regia, oggetto di qualche cedimento: nel voler dare risalto un po’ a tutti i personaggi, a volte si dà vita a dei siparietti vagamente bislacchi, anche se dalla resa comica efficace (i tentativi messi in atto dalla Guzzanti per riconquistare il suo uomo, arrivando a “noleggiare” Fausto Leali); a dominare la scena la performance della Cortellesi, piuttosto credibile sia negli iniziali panni della coatta arricchita che in quelli della prostituta improvvisata, anche se non viene approfondita la sua progressiva trasformazione e lo stesso dicasi per i mutamenti caratteriali del figlio; riguardo gli altri attori, più che Papaleo, per quanto gustoso nella sua caratterizzazione, a convincermi sono stati Bova, a suo agio nei panni del borgataro tutto d’un pezzo capace di mutare per amore, e Foglietta nel ruolo di Eva, personaggio dalle molte sfumature; tra il “volemose bene”, pur non indulgendo mai al classico sentimentalismo d’accatto, e l’autoassoluzione già espressa nel titolo, non ci si può comunque esimere dal lodare tanto l’intenzione che la buona fede degli autori, attendendo per la prossima opera un pizzico in più di distaccato cinismo e concretezza.