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C’era una volta Sergio Leone: “La trilogia del dollaro”

Il seguente articolo, già pubblicato su  Storia dei film, rappresenta un approfondimento di quanto da me scritto negli anni scorsi riguardo le singole pellicole rientranti nell’ideale Trilogia del dollaro: considerando l’attuale proposizione su Rete 4 di un ciclo dedicato a Sergio Leone e la presentazione al Festival di Cannes, che si sta svolgendo in questi giorni, della versione restaurata del suo capolavoro C’era una volta in America, ho pensato potesse fare piacere ai tanti estimatori del grande regista, come lo scrivente, ripercorrere insieme le iniziali tappe della sua filmografia.
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Sergio Leone

Nell’ormai lontano 1989, a soli 60 anni, ci lasciava uno dei più grandi autori del cinema italiano, Sergio Leone, il cui nome inizia a risuonare, forte e secco come lo sparo di una Colt, nel 1964, anno d’apparizione del suo primo film western, Per un pugno di dollari, girato con lo pseudonimo di Bob Robertson, letteralmente “Roberto figlio di Roberti”, omaggio al padre Vincenzo Leone, regista ai tempi del muto, noto come Roberto Roberti; non si era certo di fronte ad un esordiente, visto la lunga e sofferta carriera come aiuto regista, assistente alla regia (Quo vadis, ’51, Melvin le Roy) e autore di soggetti (Nel segno di Roma, ’58, Guido Brignone), riuscendo solo nel 1960 a dirigere Il colosso di Rodi, rutilante peplum che si differenziava da similari produzioni dell’epoca per mettere in campo una già notevole padronanza tecnica, insieme a quell’innato gusto per lo spettacolo che saranno connotazioni costanti della sua produzione, sino all’ultima realizzazione e capolavoro assoluto, C’era una volta in America, ‘84.

Folgorato dalla visione di Yojimbo,’61, di Akira Kurosawa, con altri sceneggiatori (tra i quali Duccio Tessari, Fernando Di Leo e Tonino Valeri) ne trasse ispirazione (noncurante dei problemi legali relativi ai diritti d’ autore) per una storia alquanto semplice: un pistolero taciturno e solitario (tale Clint Eastwood, 34enne attore per lo più televisivo, al suo esordio come protagonista assoluto), praticamente senza nome, anche se il becchino lo chiamerà Joe, giunge a San Miguel, paese al confine tra Messico e USA, dove due famiglie, i Rojo e i Baxter lottano per il controllo sul contrabbando di alcool e armi; qui darà vita a un doppio gioco al fine di mettere i clan l’uno contro l’altro, in modo che si eliminino a vicenda, ma uno dei Rojo scoprirà il piano e il nostro verrà catturato e torturato; riuscito a fuggire, attenderà che i Rojo uccidano i Baxter e gli altri componenti della banda, per poter attuare la sua vendetta, in un mitico duello finale dove riuscirà a farli fuori tutti, compreso il brutale Ramon (uno straordinario Gian Maria Volontè, “John Wells” sui manifesti dell’epoca, nell’insolito ruolo di vilain).

“Le cose viste dall’alto fanno sempre meno impressione”

Pur non essendo propriamente il primo western girato in Europa, considerando le precedenti produzioni ad opera di Spagna e Germania, è però da considerare che solo Leone riuscì a mettere in pratica il non facile intento di ricreare un genere e dargli nuova linfa vitale, tanto che il termine ormai consueto, spaghetti western, mediato sui grandi giornali da alcuni critici americani, acquisterà man mano una diversa rilevanza, non certo dispregiativa, finendo con l’identificare anche produzioni made in Usa che, successive a questo film, si ispireranno al suo stile violento ed eccessivo, lontano da sentimentalismi o retoriche celebrazioni sul mito della frontiera e la sua epopea.

Marianne Koch e Clint Eastwood

Niente, infatti, fanciulle estatiche o romantici tramonti, ma predominanza di una violenza parossistica, tra sadiche torture, brutali sparatorie, singolari ed affascinanti inquadrature con primi piani stretti sugli occhi, sui volti segnati dal sole, “alla ricerca del volto dell’uomo” cui si stavano accingendo altri registi, certo con altri intenti; la costruzione complessiva appare ancora oggi notevole, tutta giocata più sul togliere che sull’aggiungere, tanto che i momenti drammatici o senza parole vengono sottolineati dalla colonna sonora, opera di Ennio Morricone (sotto lo pseudonimo di Dan Savio), innovativa per un western, raffinato amalgama di suoni e rumori, volta, in particolare, a mettere in atto una sorta di rincorsa tra immagine e suono, spesso funzionale alla dilatazione temporale cara al regista.

C’è già tutto il Leone che verrà, con la sua visione pessimistica e disillusa della vita, la sua cinica e macabra ironia, ma pochi all’epoca, seppero comprendere la forza “eversiva” di uno stile che troverà conferma nel successivo Per qualche dollaro in più, ’65, sceneggiato da Leone e Luciano Vincenzoni, con una esposizione narrativa ancora più asciutta, lineare e tesa, oltre che particolarmente attenta all’approfondimento psicologico dei tre personaggi principali; dopo i pirotecnici titoli di testa, divelti da invisibili colpi d’arma da fuoco, una didascalia ci introduce nel west più selvaggio e violento “dove la vita non aveva valore, ma la morte qualche volta aveva il suo prezzo”: questo è il motivo per cui apparvero i bounty-killers, i cacciatori di taglie come il giovane detto Il Monco(Eastwood), che fa tutto con la sinistra, tranne sparare (usa la destra, protetta da uno strano tutore di cuoio), laconico e sornione, e il più anziano colonnello Mortimer (Lee Van Cleef), freddo e spietato.

Gian Maria Volontè

Assistiamo in parallelo alle loro gesta, la cattura di vari ricercati, sino ad un incontro-scontro per un comune obiettivo, un bandito schizofrenico e drogato, El Indio (Volontè) insieme alla sua banda, così da mettere le mani sull’ ingente taglia; attuano un piano: il giovane agisce da infiltrato, dall’interno, il vecchio dall’esterno, ma dopo una rapina alla banca di El Paso, vengono smascherati. Inevitabile l’ecatombe finale, con la sorpresa di un duello tra Mortimer e l’Indio, scandito dal suono di un carillon (Quando la musica finisce cerca di sparare…Cerca…), simbolo di un comune, tragico, destino che li accomuna, e il cui ricordo, vere e proprie proiezioni subliminali, turba la mente del fuorilegge; il colonnello rinuncia alla taglia, voleva solo vendicare la morte di un familiare.

“Beh, c’è aria di famiglia in quella foto…”

Fedele al concetto della realtà dell’ingenuità, già presente, in abbozzo, nel lavoro precedente, rivolgendosi non tanto all’adulto tornato bambino, ma a quel fanciullo che siamo stati e che vorremmo ancora essere, lo stile di Leone appare orientato ad un ben definito manierismo, con una violenza tanto realistica ed esagerata da divenire gioco surreale; unendo all’atmosfera da west di frontiera la ricerca formale di certo cinema giapponese (ancora Kurosawa) e i toni da commedia di quello italiano, il regista passa bruscamente da campi lunghi a primi piani frontali, così come appaiono bruschi, e stilisticamente irrisolti, per quanto affascinanti, i flashback sui ricordi dell’ Indio, risolutivi comunque nel dare un tono da tragedia; sempre notevole la colonna sonora di Morricone, qui ulteriormente caratterizzata e non più debitrice di altre composizioni, pur se in forma di omaggio (il Deguello di Per un pugno di dollari).

Il terzo e conclusivo capitolo dell’ideale “trilogia del dollaro”, anche detta “dell’uomo senza nome”, Il buono, il brutto, il cattivo, ‘66, rappresenta la consacrazione definitiva, un raffinato compendio di ricerca formale, dagli ormai tipici manierismi e virtuosismi, anche se in tal caso l’esagitato ricorso alla violenza, pur presente, ha un tono meno parossistico e surreale, complice la precisa ed accurata ricostruzione storica, in un’estrema commistione di toni epici, commedia e riflessione, con espliciti richiami ai conflitti mondiali, mettendone in risalto i lati più grotteschi, tragici ed assurdi, puntando sui toni della farsa e della beffa, con il tentativo dichiarato di rifare La grande guerra di Mario Monicelli in chiave western. D’altronde gli sceneggiatori sono gli stessi: Age & Scarpelli, Vincenzoni, Sergio Donati.

Eli Wallach

In un’America sconvolta e devastata dalla Guerra di Secessione, si incrociano le vite di tre individui: Tuco Ramirez (Il brutto, Eli Wallach), furfante di mezza tacca, il Biondo (Il buono, Eastwood), cacciatore di taglie, e Sentenza (Il cattivo, Van Cleef), killer spietato alla ricerca di un cospicuo quantitativo d’oro sottratto ai confederati; ognuno di loro viene a sapere un ben preciso particolare riguardo il luogo in cui tale “tesoro” è stato nascosto, per cui, tra alleanze e doppi giochi vari, cambi di casacca e gesta eroiche di calcolata opportunità, si ritroveranno in un cimitero a “guadagnarsi” il bottino sfidandosi in un singolare duello.

Aldo Giuffrè

In una cornice estremamente realista, nonostante il film, come molti altri spaghetti western sia stato girato in Spagna, esaltata dalla fotografia di Tonino Delli Colli che riesce a mitigare i colori naturalmente accessi del paesaggio giocando sui toni del marrone e del bianco sporco, risalta l’estremo individualismo e la picaresca anarchia di tre “facce di cuoio”, lungi dal prendere una qualsiasi posizione che non sia quella di salvare la pelle e il proprio tornaconto, servendosi al riguardo della guerra in atto. Tra spettacolari riprese di battaglia (Mai vista tanta gente morire così male) e ampie panoramiche sui campi di prigionia, che tanto richiamano i lager tedeschi, è messo ben in evidenza il pensiero del regista, scevro da retorica, sulla barbarie messa in atto da ogni conflitto; Eastwood conferma, evolvendolo ulteriormente, il suo personaggio dai gesti lenti e dal fare ieratico, con frasi secche espresse a mezza bocca, spesso risuonanti come lapidarie sentenze, Van Cleef ribalta il ruolo “romantico” del precedente Per qualche dollaro in più, mentre la vera sorpresa è Wallach, l’unico ad avere non solo un nome, ma anche dei trascorsi ed una psicologia ben definiti, non priva quest’ultima di una certa complessità; da ricordare la bella interpretazione, dolente ed efficace, di Aldo Giuffrè.

Le successive realizzazioni western, C’era una volta il West, ’68, e Giù la testa, ‘71, per quanto sempre estremamente affascinanti nella loro visualizzazione e caratterizzazione di tematiche e personaggi, vuoi per una certa lentezza insistita nel primo, vuoi per certe verbosità di fondo presenti nel secondo, non avranno presso il pubblico lo stesso forte impatto del trittico sopra descritto, non aggiungendo ma neanche togliendo nulla alla ormai consolidata fama del “padre del western all’italiana”, anche se a chi gli faceva spesso notare tale appellativo, il Maestro, al solito spietatamente sardonico, rispondeva: “Lei lo sa quanti figli di puttana ci sono in giro?”.

Un ricordo di Andrea Crisanti

Lunedì 7 maggio ci ha lasciati lo scenografo e costumista Andrea Crisanti (foto), che ha collaborato nel corso della sua carriera con i più grandi registi italiani, vincendo due David di Donatello, nel ’94 per Una pura formalità , Giuseppe Tornatore, e nel 2005 per Cuore sacro, Ferzan Özpetek, senza dimenticare i suoi lavori in ambito internazionale, come Nostalghia, ’83, Andrej Tarkovskij, o le coproduzioni I vestiti nuovi dell’imperatore, 2001, Alan Taylor, e Il consiglio d’Egitto, 2002, Emidio Greco, con il quale ottenne il Nastro d’Argento.

Nato a Roma nel 1936, dopo gli iniziali studi classici Crisanti si orientò verso quelli artistici, assecondando il grande talento per il disegno e la pittura, che lo condurranno alla specializzazione in scenografia presso l’Accademia di Belle Arti della Capitale; agli inizi degli anni ’50 iniziò a frequentare gli studi di Guido La Regina e Giovanni Consolazione, esponendo le sue opere pittoriche in via Margutta e in diverse mostre collettive, anche se la sua passione per il teatro e il cinema lo porterà a lavorare nello stesso periodo come secondo assistente di Mario Garbuglia, per il film La grande guerra ’59, Mario Monicelli: prenderà così avvio la sua attività cinematografica, con varie collaborazioni (Mario Chiari ed Enzo Del Prato, assistente ed art director dello scenografo Gianni Polidori).

Sarà però il 1969 l’anno di svolta della sua carriera, quando Francesco Rosi (foto), che alla 69ma Mostra d’Arte Cinematografica di Venezia (29 agosto-8 settembre) riceverà il Leone d’ Oro alla Carriera, lo chiamerà a lavorare per Uomini contro, dando vita ad un sodalizio artistico ultraventennale, sino a La tregua (’97): Crisanti contribuirà a conferire alle pellicole del regista e sceneggiatore una connotazione estremamente realista, nel riuscire a coniugare documentazione e stile, senso dell’azione ed impegno civile, come ne Il caso Mattei ,’72 (Palma d’Oro a Cannes), che verrà proiettato nella città lagunare il prossimo 31 agosto, giorno in cui Rosi riceverà il suddetto riconoscimento, nella versione restaurata, opera della Film Foundation di Martin Scorsese, con il sostegno di Gucci.

Crisanti lavorò anche con Sergio Leone per Giù la testa,’71, proseguendo la sua attività per tutti gli anni ‘80 (opere, tra le altre, come Salto nel vuoto, ’80 e Diavolo in corpo, ’86, Marco Bellocchio; L’avvertimento,’80, Damiano Damiani; Identificazione di una donna,’82, Michelangelo Antonioni, Nuovo Cinema Paradiso, ’88, Giuseppe Tornatore) e ’90 ( ancora Tornatore, Stanno tutti bene, ’90, e il già citato Una pura formalità; Il ladro di bambini, ’92, Gianni Amelio) sino ai tempi recenti (Ferzan Özpetek, La finestra di fronte, 2003, Cuore Sacro, 2005, Mine Vaganti, 2010, il recente Magnifica presenza; Michele Soavi, Arrivederci amore, ciao!, 2005, e Il sangue dei vinti ; Paolo e Vittorio Taviani, La masseria delle allodole, 2006; Theo Anghelopulos, La Polvere del Tempo, 2011).

Membro dell’EFA (European Film Academy), dal 2010 Crisanti è stato preside della Scuola Nazionale di Cinema e tra i soci fondatori dell’Associazione ASC (Associazione Italiana Scenografi Costumisti Arredatori), mantenendo la carica di Presidente dal 1995 fino al 2005.

Addio a Ben Gazzara

Ben Gazzara

E’ morto a New York, sua città natale, all’età di 81 anni, l’attore Ben Gazzara, americano ma di origini italiane (i suoi genitori erano emigranti siciliani), per le conseguenze di un cancro al pancreas, che lo affliggeva da tempo.
Biagio Anthony Gazzara, il suo vero nome, si avvicinò piuttosto giovane al mondo dello spettacolo, unendosi ad una compagnia teatrale, frequentando per due anni l’università per poi lasciarla, dedicandosi all’ Actor’s Studio ed iniziare, a partire dagli anni cinquanta, a prendere parte ad alcune produzioni messe in scena a Broadway, facendosi notare ne La gatta sul tetto che scotta, di Tennessee Williams, dove interpretava, diretto da Elia Kazan, il ruolo di Brick, poi portato al cinema da Paul Newman, nella trasposizione ad opera di Richard Brooks.

La prima apparizione sul grande schermo risale al 1957, Un uomo sbagliato (The Strange One, Jack Garfein), apparendo poi in vari film, tra i quali si possono certamente ricordare titoli come Anatomia di un omicidio, Otto Preminger o Risate di gioia, Mario Monicelli, anche se sarà la collaborazione con il regista John Cassavetes a dar vita alle sue interpretazioni migliori (Mariti, Husbands, ’70; L’assassinio di un allibratore cinese, The Killing of a Chinese Bookie, ’76, La sera della prima, Opening Night, ‘77).

Tra gli anni ottanta e novanta Gazzara alternò la sua attività tra cinema e televisione (…e tutti risero, ’81, Peter Bogdanovich, Una gelata precoce, An Early Frost, ’85, tv movie incentrato sul tema dell’Aids), anche in Italia (Storie di ordinaria follia, 81, Marco Ferreri, Il camorrista, ’86, primo film di Giuseppe Tornatore, Don Bosco, Leandro Castellani), lavorando sino all’ultimo pur ricoprendo sempre piccole parti, essenzialmente come pregevole, intenso, caratterista, anche se in pellicole di prestigio, come The Big Lebowsky dei Fratelli Coen, ’98 o Dogville, 2003, Lars Von Trier.

Roma 2011: mostre, retrospettive e “Off Doc”

All’interno del cartellone della VI edizione del Festival Internazionale del Film di Roma, 27 ottobre-4 novembre, oltre alle sezioni “ufficiali” con i film in concorso e fuori concorso o ai vari eventi speciali, è possibile rinvenire altre interessanti iniziative. Nei giorni scorsi ho illustrato la Vetrina dei giovani cineasti italiani, ora intendo soffermarmi su altre interessanti manifestazioni, a partire dalle mostre fotografiche, passando per alcune retrospettive e finendo con una particolare sezione dedicata al documentario.

P.P.P. Un omaggio a Pier Paolo Pasolini (foto), installazione e allestimenti di Dante Ferretti e Francesca Loschiavo, a cura di Gian Luca Farinelli, Cineteca di Bologna, ideazione Equa, è una mostra fotografica dedicata ad uno dei più illuminati intellettuali del nostro ‘900, rappresentante di un’estrema lucidità ed indipendenza di pensiero, alla continua ricerca di una personale Verità con l’uso di ogni forma di espressione per poterla individuare, come, appunto, il mezzo cinematografico, dove riusciva a rimediare alle inevitabili carenze con indubbio afflato poetico e innato gusto pittorico. La mostra (Spazio Espositivo dell’ Auditorium della Musica), si articola in varie sezioni: nella prima, le fotografie di scena di Angelo Novi si trasformano in una sorta di documentario, volto a sottolineare i vari cambiamenti della penisola così come li ha visualizzati Pasolini nei suoi film (il diverso modo di essere periferia, dalle borgate di Mamma Roma, ’62, alla Milano industrializzata di Teorema, ’68) nella seconda, invece, vi sarà una scelta di ritratti di Pasolini, fotografato da autori quali Mario Dondero, lo stesso Angelo Novi e Roberto Villa, mentre la sezione fondamentale sarà quella rappresentata da un’installazione originale creata in esclusiva da Francesca Loschiavo e Dante Ferretti.

La seconda mostra è Monica e il cinema. L’avventura di una grande attrice (Foyer Sala Sinopoli – Auditorium Parco della Musica), con la quale il Festival, il Centro Sperimentale di Cinematografia e Cinecittà Luce rendono omaggio a Monica Vitti (foto), una delle nostre più grandi e poliedriche attrici, in occasione del suo compleanno, con un’esposizione volta a ripercorrerne i quarant’anni di attività, dai ruoli drammatici nei film di Michelangelo Antonioni, intervallati da qualche breve sketch brillante, al definitivo ruolo di protagonista della commedia all’italiana, a partire da La ragazza con la pistola, ’68, Mario Monicelli. Il regista ripeté con la bella Monica, Maria Luisa Ceciarelli all’anagrafe, la stessa operazione che aveva avviato qualche anno prima ne I soliti ignoti con Vittorio Gassman, valorizzandone il talento comico. Previste le proiezioni de Dramma della gelosia – Tutti i particolari in cronaca, Ettore Scola, ‘70 e Scandalo segreto, ’90, purtroppo il suo ultimo lavoro, del quale è stata interprete, regista e sceneggiatrice.

Non poteva mancare poi una mostra fotografica celebrativa del 150 anniversario dell’Unità d’ Italia, a cura di Antonio Maraldi, Viva L’italia! Il Risorgimento sul set, una serie di foto (Archivio Storico del Cinema/AFE Roma, Franco Bellomo, Centro Cinema Città di Cesena, Cineteca di Bologna, Museo nazionale del Cinema, Torino, Reporters Associati Roma) di scena e fuori scena di varie pellicole, dal valore non esaustivo ma semplicemente volta a sottolineare le diversi visioni del movimento risorgimentale in Italia, in particolare l’aurea sospensione celebrativa tra trionfo ed epicità (1860, Edoardo Blasetti, ’34, Viva l’Italia, ’61, Roberto Rossellini) del passato e quella, più recente, problematica e dalle tante domande in attesa di una risposta (Noi credevamo, 2010, Mario Martone), spaziando, riguardo trattazione e resa sullo schermo, dal melodramma (Visconti), alla commedia (Magni).

Douglas Gordon (foto), uno dei più importanti artisti internazionali, vincitore del Turner Prize nel ‘96, proporrà una nuova versione, 24 Hour Psycho To and Fro, della sua installazione video più celebre 24 Hour Psycho, risalente al ’93: :nello spazio di AuditoriumArte, Psycho di Alfred Hitchcock sarà proiettato senza sonoro su un grande schermo alla velocità di due fotogrammi al secondo, in luogo dei soliti ventiquattro, come normalmente avviene, in modo tale che il compimento del film abbia luogo in un giorno intero; in particolare nella versione esposta la proiezione sarà su due schermi adiacenti, sempre con la stessa velocità ridotta, uno con la progressione normale, l’altro in reverse, fino ad incontrarsi con la stessa immagine per un solo secondo. Accanto a questa installazione, Douglas Gordon esporrà una serie di fotografie, Raise the Dead, che ritraggono, in forma inedita, celebri protagonisti del cinema italiano.

Tra le retrospettive, a 30 anni dalla morte il Festival omaggerà il regista Mario Camerini con la proiezione, per la prima volta, del film muto Rotaie, ’29, nella sua versione restaurata dalla Fondazione Cineteca Italiana di Milano.
Un altro omaggio è poi previsto nei confronti della regista Liliana Cavani, una serata speciale dedicata alla proiezione della versione restaurata del film I cannibali, ’69, sempre attuale riflessione sulla legittimità del potere, pellicola girata negli anni della contestazione, rileggendo in chiave di moderno apologo i valori espressi nell’ Antigone di Sofocle.

Vi è poi Decamerone Italiano, viaggio realista e surreale in dieci tappe nell’identità italiana al cinema: la Casa del Cinema, in occasione dei 150 anni dell’Unità d’Italia, propone a fianco del Festival, cinque giornate, dal 31 ottobre al 4 novembre, dedicate all’identità italiana come è stata vista e raccontata sul grande schermo. La rassegna è realizzata in collaborazione con la Fondazione Centro Sperimentale di Cinematografia – Cineteca Nazionale, che ha fornito le copie dei film in programma: La grande guerra, Mario Monicelli, Italia – Francia, 1959; I mostri, Dino Risi, Italia – Francia, 1963; Tre fratelli , Francesco Rosi, Italia – Francia, 1981; Il papà di Giovanna, Pupi Avati, Italia, 2008; Il posto, Ermanno Olmi, Italia, 1961; I basilischi, Lina Wertmüller, Italia, 1963; Francesco, Liliana Cavani, Italia – Germania, 1988; Nell’anno del Signore, Luigi Magni, Italia – Francia, 1969; Pane e cioccolata, Franco Brusati, Italia, 1974; Pummarò, Michele Placido, Italia, 1989.

Spazio, infine, al documentario, un genere in forte espansione da qualche anno a questa parte nelle sue varie declinazioni, grazie alla sezione Off Doc, a sua volta inserita nella sezione Altro Cinema Extra, allo stesso tempo un esperimento di decentramento nel territorio, considerando lo svolgimento al di fuori dell’Auditorium, alla Casa del Cinema, e di esplorazione di nuovi territori.
Ecco le opere in programma: Antonio + Silvana = 2, Vanni Gandolfo, Simone Aleandri, Luca Onorati, Italia; Casco in volo, Gianluca Greco, Italia; Ho visto cose, Chiara Pacilli, Maurizio Tedesco, Italia; Il pranzo di Natale, da un’idea di Antonietta De Lillo, Italia; Il volto della medusa, Donata Gallo, Italia; In arte Lilia Silvi, Mimmo Verdesca, Italia; Io sono il teatro: Arnoldo Foà raccontato da Arnoldo Foà, Cosimo Damiano Damato, Italia; Piero Guccione oltre l’infinito, Nunzio Massimo Nifosì, Italia; KILLER PLASTIC-o. Tu ti faresti entrare? , Stefano Pistolini, Italia; Renato Carosone. Un americano a Napoli, Paolo Rossetti, Italia; Viaggio nel bullismo, Roberto Citran, Gianni Ferraretto,Italia; La casa dei bambini, Marco Turco, Italia.

“Il generale Della Rovere” da film a fiction: cui prodest?

Non ne faccio una questione di “lesa maestà”, ci mancherebbe altro, ma riguardo la fiction Il generale Della Rovere andata in onda su Rai Uno in due puntate, domenica 9 e lunedì 10 ottobre, il dubbio si insinuava con lo scorrere dei minuti e diveniva infine imperante domanda: a chi giova un’operazione del genere? Ha veramente senso riprendere il plot del film originale, da un articolo di Indro Montanelli poi divenuto racconto, contestato Leone d’Oro a Venezia nel’59 ex aequo con La Grande Guerra di Mario Monicelli e riproporlo, con qualche reinterpretazione, tra adattamenti e allungamenti vari, per coprire la durata dei due episodi?

Non discuto, poi, sulla qualità complessiva di quanto trasmesso: il protagonista, Pierfrancesco Favino, ha fornito una valida interpretazione, per quanto mi sia apparso un po’ indeciso se richiamare movenze e atteggiamenti di Vittorio de Sica, Bertone/Della Rovere nel citato originale, a volte anche nell’inflessione vocale, o seguire una strada interpretativa autonoma, visibile comunque solo a tratti; il regista Carlo Carlei ha saputo sfruttare una sceneggiatura certo più articolata, assecondando i gusti odierni nel visualizzarla con un’enfasi a volte eccessiva (in particolare nella scena finale della fucilazione, quasi una messa cantata nel suo calcolato prolungamento più che una rapida esecuzione), con un uso eccessivo del ralenti e della musica, in odor di spot pubblicitario, specie se accompagnate, come in tal caso, da una fotografia particolarmente studiata, traente la base da un classico bianco e nero, per poi virare verso un calcolato “effetto seppia” da vecchia cartolina o stampa d’epoca.

In sostanza io resto del parere, vox clamantis in deserto, che avrebbe avuto più senso presentare in prima serata l’opera del ’59, sottolineandone la sua importanza dal punto di vista storico-cinematografico: in primo luogo rappresentava il ritorno in Italia di Roberto Rossellini, che firmava praticamente e chiaramente un’opera su commissione, lontana dall’estro intuitivo – creativo proprio delle sue migliori realizzazioni, ma con uno stile rigoroso e asciutto, specie nella prima parte, valorizzando con pregiata tecnica le riprese totalmente in interno e rendendo al meglio l’interpretazione offerta da De Sica di cui sopra e poi costituiva uno dei primi tentativi del nostro cinema di analizzare gli accadimenti della Resistenza in maniera più riflessiva, se non propriamente distaccata, alla ricerca di una maggiore obiettività.

Sarebbe un’operazione didascalica obietteranno probabilmente in molti, mentre secondo me la sua funzione potrebbe essere essenzialmente didattica, al di là dell’ intrattenimento puro e semplice, in coerenza con la funzione di “servizio pubblico”, ormai, più che dimenticata, travisata nel significato corrente di “fare audience”, superare anche di un solo spettatore la concorrenza, in nome di una qualità omologata e standardizzata, buona per tutti ma veramente valida per nessuno.

Totò e Carolina (1955)

Totò e Carolina, probabilmente tra i titoli meno noti della vasta filmografia di Totò, viene spesso ricordato soltanto come uno dei casi più eclatanti di censura cinematografica del nostro paese, avendo subito tanti di quei tagli e “aggiustamenti” da uscire nelle sale un anno dopo la prevista distribuzione e ridimensionato nella durata complessiva: la versione “integrale” attualmente disponibile in dvd è frutto di una paziente opera filologica di recupero, ad opera del critico Tatti Sanguineti in collaborazione con la Cineteca di Bologna, rispettosa del montaggio originale, come voluto da Mario Monicelli, qui alla sua prima regia autonoma dopo i trascorsi con Steno.

In realtà, i motivi per apprezzare l’opera sono ben altri: in primo luogo Monicelli, autore anche della sceneggiatura insieme a Rodolfo Sonego, Age e Scarpelli, su soggetto di Ennio Flaiano, inizia con mano sapientemente ferma a spargere i semi di quei succosi frutti che nasceranno in seguito, cerca di staccarsi tanto dal Neorealismo che dalla comicità propria dell’avanspettacolo e vira, con punte drammatiche, verso la sapida satira di costume, pur se al riguardo l’opera si ferma allo stadio di valido tentativo, causa una certa indecisione tra i vari stilemi che la privano di una connotazione chiaramente definita.

In secondo luogo è l’occasione per gustare ogni sfumatura della poliedricità propria del Principe della risata, qui, come già in Guardie e ladri,’51, attore a tutto tondo, capace con pochi gesti e sguardi di passare dal comico al tragico, conferendo toni estremamente realistici e pregni di profonda umanità all’interpretazione dell’agente di P.S. Antonio Caccavallo, vedovo con un figlio e l’anziano padre a far da “donna di casa”, il quale durante una retata a Villa Borghese esce dai ranghi d’autista, desideroso com’è di una promozione ( 9.000 £ in più di stipendio), ed inserisce nel gruppo delle lucciole una ragazza dall’aria assente, identificata in questura come Carolina De Vico (Anna Maria Ferrero), domestica.
Il commissario (Arnoldo Foà), appurato che Carolina ha tentato il suicidio, per paura di uno scandalo intima a Caccavallo di riportarla al suo paese, alla ricerca di parenti o di “un povero fesso” che la prenda con sé, ma lungo il tragitto da Roma a Montefalcone, imprevisti e sorprese non mancheranno…

Le sequenze a suo tempo eliminate ed ora visibili, insieme ad alcuni dialoghi riportati all’originalità, dal “scusate eccellenza” rivolto da un agente a qualche altolocato aprendo la portiera di un’auto durante la suddetta retata, a Bandiera Rossa intonata da un gruppo di comunisti a bordo di un camion (con Totò che durante un sorpasso urla “buttatevi a destra”…), rendono la pellicola più compiuta e caratterizzata, confermando l’estrema validità del suo assunto di base, un impietoso ritratto dell’ Italia del dopoguerra, chiaramente fastidioso per i politici dell’epoca, specie se a farsene rappresentante era un attore fortemente popolare come Totò.

E’ lui infatti, affiancato dalla brava Ferrero, l’attonito testimone dei cambiamenti in atto in un paese in bilico tra tradizione e modernità, che appare incerto su come conciliare le diverse istanze scaturenti da entrambe e su quale direzione prendere definitivamente, dove un certo bigottismo insieme alla rigidità propria dell’ordine costituito divengono parametri di riferimento: ma se la carità cristiana dei vari pretonzoli (il curato del paese) si espleta solo all’interno di un confessionale e quella dei buoni borghesi (i prozii di Carolina) nel tenere un rosario tra le mani, e se le regole codificate si esauriscono in una pedissequa applicazione, allora a prevalere saranno le leggi scritte nel cuore degli uomini, quelle della bontà d’animo e della solidarietà, le uniche che possono dare ai “poveri fessi” come Caccavallo e alle donne illuse dalla vita come Carolina una vera e profonda ragione d’esistere, all’insegna del rispetto della dignità umana e della comprensione reciproca.