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Addio a Maria Pia Casilio

E’ morta a Roma all’eta’ di 77 anni Maria Pia Casilio, tra le più valide e simpatiche caratteriste del nostro cinema, 150 i titoli all’attivo, in particolare nell’ambito della commedia all’italiana, anche se il suo esordio è legato al periodo neorealista, il ruolo della servetta incinta in Umberto D., ’52, Vittorio De Sica.

Dai lineamenti aggraziati e capace di vivide caratterizzazioni, tra le mie preferite quelle che la vedevano come rivale della “bersagliera” Gina Lollobrigida in Pane, amore e fantasia, ’53, Luigi Comencini, nel contendersi il timido carabiniere Stelluti, Alberto Risso, o nei panni di Elvira, la girl friend di Alberto Sordi-Nando Mericoni in Un americano a Roma, Steno, ’54, Maria Pia Casilio lasciò il cinema intorno la metà degli anni ’60 per dedicarsi alla famiglia, lavorando saltuariamente al doppiaggio ed occasionalmente in qualche film (Noi uomini duri, Maurizio Ponzi, ’87, Tre uomini ed una gamba, Massimo Venier e il trio Aldo Giovanni & Giacomo, ’97 ).

C’era una volta lo sceneggiato Rai: Il conte di Montecristo (1966)


Ogni volta che assisto ad una “moderna” fiction, in particolar modo della Rai, ancor di più se trattasi di un adattamento di qualche grande romanzo (vedi il recente pastrocchio Violetta), la mia mente, non del tutto ottenebrata dalla sciatteria della messa in scena, vuoi per la regia latitante al servizio di una sceneggiatura complice, vuoi per interpretazioni attoriali incerte tra “che si deve fare per campare” e il classico “è uno sporco lavoro ma qualcuno deve pur farlo”, torna piacevolmente indietro nel tempo: riaffiorano ricordi non ben definiti in bianco e nero e altri, più nitidi e concreti, a colori, come Le avventure di Pinocchio, ’72, cinque puntate dirette da Luigi Comencini, o Sandokan, ’76, sei episodi per la regia di Sergio Sollima.

Visto che per me è un periodo un po’ particolare e non riesco a frequentare il cinema come vorrei ed ero aduso a fare, sia per problemi familiari, sia per una sciagurata programmazione nella mia zona, ho avuto modo di visionare proprio un “vecchio” sceneggiato Rai, Il conte di Montecristo, 1966, recentemente distribuito da Bur senzafiltro in un’edizione comprendente tre dvd per otto episodi, insieme all’omonimo romanzo di Alexandre Dumas padre, a mio avviso una lodevole iniziativa (la collana prevede altri binomi romanzo-sceneggiato, come I promessi sposi o l’Odissea), che permette un agevole confronto tra il libro e la sua trasposizione visiva, quest’ ultima da sempre e classicamente oggetto di discussioni o quanto meno di curiosità sulla resa complessiva rispetto alla pagina scritta.

Ciò che mi ha piacevolmente colpito è in primo luogo l’adattamento molto fedele, finale compreso, all’opera di Dumas, pregevole feuilleton pubblicato a puntate sul Journal des Debats tra il 1844 e il 1846, con una sceneggiatura, opera di Edmo Fenoglio, anche regista, e di Fabio Storelli, capace di sfrondare dove necessario per far risaltare al meglio e con rara efficacia i temi portanti del romanzo,visualizzandoli con suggestiva gradualità, dall’invidia e grettezza umana nei confronti dei propri simili, al desiderio di vendetta che si tramuta man mano in una sorta d’onnipotenza superomistica: Edmond Dantès pensa di potersi sostituire a Dio nel distribuire in egual misura giustizia, perdono e misericordia, per poi venire a patti con se stesso, con il proprio passato e i tormentati ricordi di un amore interrotto ma non sopito, donando quella felicità che non è riuscito e forse mai riuscirà mai a godere in pieno, aprendo comunque le porte alla speranza.

In secondo luogo, sono rimasto affascinato dall’accurata messa in scena, un impatto certamente teatrale ma un respiro fortemente cinematografico nella diluizione delle varie vicende, pur con una lentezza nella proposizione che lascia interdetti rispetto ai ritmi odierni, non solo televisivi, ma affascina per come gli attori riescono a reggere i primi e primissimi piani, una caratteristica di Fenoglio, con una recitazione mai enfatica o sopra le righe, attenta, misurata, a partire da Andrea Giordana, praticamente esordiente, a suo agio tanto nei panni di Dantès che in quelli del Conte di Montecristo, oltre che nei vari travestimenti, sottolineandone dolori e tormenti d’animo, furori divini e angosce terrene.

Ma tutto il cast, per lo più d’estrazione teatrale, è capace di grandi interpretazioni e caratterizzazioni, dalla Mercedes di Giuliana Lojodice, al Fernando Mondego di Alberto Terrani, passando per Achille Millo (Danglars), Quinto Parmeggiani (Caderousse) ed Enzo Tarascio (Villefort), senza dimenticare Sergio Tofano, indimenticabile Abate Faria, Luigi Pavese (Morrel) o la breve apparizione di Mario Scaccia nel ruolo di Luigi XVIII.

Non si possono fare a meno di menzionare poi i costumi di Danilo Donati, le musiche di Gino Marinuzzi jr., le scene di Lucio Lucentini e la fotografia di Mario Bernardo, tutto contribuisce insomma a rendere questo sceneggiato, pur nella considerazione dell’epoca di realizzazione, qualcosa di unico e certo memorabile nel suo insieme, tanto da farmi venire il dubbio che la mancata riproposizione “in chiaro” o ad orari non carbonari di tali opere sia dovuta all’eventualità che molti, in particolare i più giovani, possano notare la palpabile differenza, in meglio, con quanto attualmente passa il convento, fatte le dovute eccezioni, ovviamente. Come diceva Andreotti? Ah, sì, “A pensar male si fa peccato ma spesso ci si indovina”…

Dorian Gray, “la malafemmina”

Maria Luisa Mangini, attrice di rivista e cinematografica meglio nota con il nome d’arte di Dorian Gray, è morta suicida a Torcegno, in Trentino, dove si era ritirata a metà degli anni sessanta, abbandonando definitivamente le scene.

Nata a Bolzano nel 1936, debutta a soli 14 anni nella rivista Votate per Venere (‘50) con Erminio Macario e Gino Bramieri, proseguendo la carriera nel teatro di rivista al fianco di Wanda Osiris (Gran baldoria, di Garinei e Giovannini), Alberto Sordi, Ugo Tognazzi e Raimondo Vianello ed in seguito al cinema, prendendo parte a numerosi film degli anni ‘50, soprattutto commedie.

Infatti, tra i suoi ruoli più importanti va senz’altro ricordato quello dell’attrice di teatro Marisa in Totò, Peppino e… la malafemmina (’56), la “donna di malaffare” del titolo che si innamora di Gianni-Teddy Reno, lo studente nipote dei fratelli Caponi, Totò e Peppino De Filippo; Federico Fellini la volle ne Le notti di Cabiria, affidandole il ruolo di Jessy, l’amante di Amedeo Nazzari.Prese anche parte anche a Il grido di Michelangelo Antonioni nei panni della benzinaia Virginia. Ricevette un Nastro d’Argento per il film Mogli pericolose, ’58, di Luigi Comencini, come migliore attrice non protagonista.

Altri film di un certo spessore cui ha preso parte Il mattatore, ’60 di Dino Risi, Crimen, Mario Camerini e l’ultima sua apparizione sul grande schermo, Fango sulla metropoli, ‘65. Poi, a soli 30 anni, rimasta incinta, il suddetto ritiro dalle scene, sino al tragico odierno ritorno, riportandoci bruscamente il ricordo di una donna sinuosamente affascinante, dotata di un certa ironia ed autoironia, dote quest’ultima a volte piuttosto rara nel mondo dello spettacolo, capace con classe ed intelligenza di saper andare, brillantemente, ben oltre il solito ruolo di “bellona di turno”.

Maria Schneider, regina dell’ Ultimo tango

E’ morta a 58 anni l’attrice francese Maria Schneider, nota soprattutto per il ruolo dell’affascinante Jeanne, amante di Marlon Brando in Ultimo tango a Parigi di Bernardo Bertolucci, che le diede notorietà internazionale, all’età di 19 anni. Era da tempo malata di cancro. Figlia dell’attore francese Daniel Gelin e della proprietaria di una libreria di Parigi, la Schneider esordisce sul grande schermo nel ‘69, con Madly – Il piacere dell’uomo, accanto ad Alain Delon, cui seguono La tardona (‘71) e Cari genitori (’72); subito dopo il citato e controverso Ultimo tango, film crepuscolare e disperatamente erotico, sul quale, e sul suo autore, come è noto, si scagliarono pesantemente i dardi della censura, che la legò per sempre nell’immaginario cinefilo e non solo, a quel ruolo “dannato”.

Prese poi parte a Professione: reporter di Michelangelo Antonioni, ’75, mentre negli anni successivi continuò a lavorare nel cinema, pur interpretando soprattutto ruoli minori: tra questi vanno sicuramente ricordati il sottovalutato e sempre interessante Cercasi Gesù di Luigi Comencini (‘82) in cui recitava a fianco di Beppe Grillo, e Jane Eyre di Franco Zeffirelli (’96).

La sua ultima apparizione cinematografica risale al 2008 con il film francese Cliente di Josiane Balasko. Fu prodiga anche in attività extracinematografiche, tanto che nel ’96 produsse il disco-tributo dedicato a Lucio Battisti, Señor Battisti, interpretato insieme a Cristiano Malgioglio.

“Signorsì sior maresciallo, comandi…”


Ho parlato di Roberto Risso, all’anagrafe Pietro Roberto Strub, qualche settimana fa, scrivendo di Pane, amore e fantasia, ’53, regia di Luigi Comencini, il film che gli diede la grande notorietà, dove interpretava Stelluti Pietro, carabiniere veneto ligio al dovere, timido ed impacciato, innamorato, ricambiato, della bella Maria “Pizzicarella la Bersagliera”- Gina Lollobrigida.

Ruolo che avrebbe ripetuto, sempre con notevole successo,di pubblico e di critica, l’anno seguente con il sequel Pane, amore e gelosia, sempre di Comencini. Oggi la notizia della sua morte:tra pochi giorni, il 22 novembre, avrebbe compiuto 85 anni.

Tipico giovanotto dalla bella presenza, fotogenico e dotato di naturale simpatia, Risso seppe sfruttare queste sue doti per circa dieci anni nel mondo del cinema, caratterista in vari film vertenti sul genere leggero sentimentale, quasi sempre come “bravo ragazzo della porta accanto”, educato e cortese, offrendo al riguardo un’interpretazione magari senza particolari “picchi”, ma estremamente semplice e “spontanea”.

Difficile non sorridere e anche non commuoversi, nel vederlo intento nei timidi approcci con la “Lollo” o duettare, nella tipica inflessione veneta del suo personaggio, con Vittorio De Sica, voce bassa, timorosa e rispettosa, ma granitico nelle sue convinzioni.

Il suo debutto risale al ’50, poco più di una semplice apparizione, ne Il leone di Amalfi, di Pietro Francisci, per poi essere scelto, un anno dopo, da Léonide Moguy per il primo ruolo di un certo rilievo, il seduttore di Anna Maria Pierangeli in Domani è un altro giorno, che gli aprì definitivamente le porte per le sue successive caratterizzazioni, dai citati Pane, amore in poi, senza però che gli venissero mai offerti ruoli diversi, ecco perché sul finire degli anni Sessanta, dopo essersi rivolto per un po’ di tempo alla produzione, si ritirò dalle scene per dedicarsi al mondo della moda.

Pane, amore e fantasia (1953)

Luigi Comencini (1916-2007), regista e sceneggiatore, si è imposto con uno stile particolare, allontanandosi dai toni neorealisti, o mitigandoli con uno taglio suggestivamente morbido ed armonioso, avvicinandosi agli stilemi propri della cosiddetta “commedia all’italiana”; i personaggi dei suoi film, grazie anche a valide sceneggiature, sono sempre calati nel reale, caratterizzati da varie sfaccettature, estremamente vivi e autentici. La sua estrema sensibilità, si è poi esternata felicemente verso il mondo dell’ infanzia, sin dal documentario Bambini in città, ’46, passando per il bellissimo sceneggiato tv Le avventure di Pinocchio ed arrivando al suo ultimo film, Marcellino, ’92.

Il grande successo di pubblico arriva nel ’53, con Pane, amore e fantasia, che si attira gli strali del mondo intellettuale e della critica, reo a dir loro di aver tradito il neorealismo: gli stessi giudizi negativi rivolti due anni prima a Renato Castellani per Due soldi di speranza, il cui plot narrativo è del resto molto simile, considerando che lo sceneggiatore, Ettore Margadonna, è lo stesso, insieme a Comencini.

A Sagliena, Italia centromeridionale, paese che ancora porta i segni della guerra e di qualche scossa di terremoto, giunge il maresciallo Antonio Carotenuto (Vittorio De Sica), per dirigere la locale stazione dei Carabinieri. Scapolo maturo e con arie da uomo di mondo, la vita di paese sembra andargli stretta, pur se tra gli abitanti vi è chi attira la sua attenzione: la giovane Maria De Ritis (Gina Lollobrigida), detta “Pizzicarella la Bersagliera”, segretamente innamorata del timido carabiniere Stelluti (Alberto Risso), e la levatrice del paese, Annarella (Marisa Merlini), anche lei con qualcosa da nascondere.
Dopo alterne e colorite vicende, sarà proprio il maresciallo a dare una svolta definitiva tanto ai propri che agli altrui problemi sentimentali.

L’immaginario paesino si eleva al ruolo di arcadico microcosmo, simbolo dell’Italia del dopoguerra, passata attraverso l’esperienza fascista e la lotta di liberazione, alla ricerca di una propria identità. Non a caso al centro del film ruotano, come elementi risolutori, le figure del maresciallo, l’autorità costituita, e di don Emidio (Virgilio Riento), il prete del paese, del quale esprime tutta la rassegnazione e il fatalismo.

Tra riprese in esterni, l’uso della presa diretta, i dialoghi in dialetto o sottolineati da vari inflessioni, il neorealismo è filtrato dai toni umoristici ed allegri propri della commedia, che avanzano prepotentemente, evidenziati da scaramucce sentimentali, sapidi battibecchi (come quelli tra De Sica e Tina Pica, la domestica Caramella) e momenti di spontanea e sincera tenerezza. Indimenticabile De Sica, più bonario padre di famiglia che impenitente dongiovanni, pronto ad arrendersi all’amore rappresentato dalla bella Annarella-Merlini, una delle nostre caratteriste più valide, nonostante il suo insistito “per me…oramai…” di fronte a chi gli paventi una probabile unione.

La “Lollo” non sarà mai più così a suo agio come nel ruolo della bella popolana, che, evolvendo il personaggio di Carmela (Maria Fiore) del citato Due soldi di speranza, ben rappresenta un nuovo modello di donna, di ascendenze goldoniane, che si fa padrona del proprio destino. Due sequel, Pane amore e gelosia, ’54, stessi regista e attori, Pane amore e…, ’55, regia di Risi e la Loren protagonista, e l’ indefinito Pane amore e Andalusia, ’58, di Xavier Setò.

Che mangi?
Pane.
E dentro che ci metti?
Fantasia, marescià !

(Breve dialogo tra il maresciallo Carotenuto-De Sica ed un abitante di Sagliena, in una scena del film)