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Un ricordo di Andrea Crisanti

Lunedì 7 maggio ci ha lasciati lo scenografo e costumista Andrea Crisanti (foto), che ha collaborato nel corso della sua carriera con i più grandi registi italiani, vincendo due David di Donatello, nel ’94 per Una pura formalità , Giuseppe Tornatore, e nel 2005 per Cuore sacro, Ferzan Özpetek, senza dimenticare i suoi lavori in ambito internazionale, come Nostalghia, ’83, Andrej Tarkovskij, o le coproduzioni I vestiti nuovi dell’imperatore, 2001, Alan Taylor, e Il consiglio d’Egitto, 2002, Emidio Greco, con il quale ottenne il Nastro d’Argento.

Nato a Roma nel 1936, dopo gli iniziali studi classici Crisanti si orientò verso quelli artistici, assecondando il grande talento per il disegno e la pittura, che lo condurranno alla specializzazione in scenografia presso l’Accademia di Belle Arti della Capitale; agli inizi degli anni ’50 iniziò a frequentare gli studi di Guido La Regina e Giovanni Consolazione, esponendo le sue opere pittoriche in via Margutta e in diverse mostre collettive, anche se la sua passione per il teatro e il cinema lo porterà a lavorare nello stesso periodo come secondo assistente di Mario Garbuglia, per il film La grande guerra ’59, Mario Monicelli: prenderà così avvio la sua attività cinematografica, con varie collaborazioni (Mario Chiari ed Enzo Del Prato, assistente ed art director dello scenografo Gianni Polidori).

Sarà però il 1969 l’anno di svolta della sua carriera, quando Francesco Rosi (foto), che alla 69ma Mostra d’Arte Cinematografica di Venezia (29 agosto-8 settembre) riceverà il Leone d’ Oro alla Carriera, lo chiamerà a lavorare per Uomini contro, dando vita ad un sodalizio artistico ultraventennale, sino a La tregua (’97): Crisanti contribuirà a conferire alle pellicole del regista e sceneggiatore una connotazione estremamente realista, nel riuscire a coniugare documentazione e stile, senso dell’azione ed impegno civile, come ne Il caso Mattei ,’72 (Palma d’Oro a Cannes), che verrà proiettato nella città lagunare il prossimo 31 agosto, giorno in cui Rosi riceverà il suddetto riconoscimento, nella versione restaurata, opera della Film Foundation di Martin Scorsese, con il sostegno di Gucci.

Crisanti lavorò anche con Sergio Leone per Giù la testa,’71, proseguendo la sua attività per tutti gli anni ‘80 (opere, tra le altre, come Salto nel vuoto, ’80 e Diavolo in corpo, ’86, Marco Bellocchio; L’avvertimento,’80, Damiano Damiani; Identificazione di una donna,’82, Michelangelo Antonioni, Nuovo Cinema Paradiso, ’88, Giuseppe Tornatore) e ’90 ( ancora Tornatore, Stanno tutti bene, ’90, e il già citato Una pura formalità; Il ladro di bambini, ’92, Gianni Amelio) sino ai tempi recenti (Ferzan Özpetek, La finestra di fronte, 2003, Cuore Sacro, 2005, Mine Vaganti, 2010, il recente Magnifica presenza; Michele Soavi, Arrivederci amore, ciao!, 2005, e Il sangue dei vinti ; Paolo e Vittorio Taviani, La masseria delle allodole, 2006; Theo Anghelopulos, La Polvere del Tempo, 2011).

Membro dell’EFA (European Film Academy), dal 2010 Crisanti è stato preside della Scuola Nazionale di Cinema e tra i soci fondatori dell’Associazione ASC (Associazione Italiana Scenografi Costumisti Arredatori), mantenendo la carica di Presidente dal 1995 fino al 2005.

Addio a Ben Gazzara

Ben Gazzara

E’ morto a New York, sua città natale, all’età di 81 anni, l’attore Ben Gazzara, americano ma di origini italiane (i suoi genitori erano emigranti siciliani), per le conseguenze di un cancro al pancreas, che lo affliggeva da tempo.
Biagio Anthony Gazzara, il suo vero nome, si avvicinò piuttosto giovane al mondo dello spettacolo, unendosi ad una compagnia teatrale, frequentando per due anni l’università per poi lasciarla, dedicandosi all’ Actor’s Studio ed iniziare, a partire dagli anni cinquanta, a prendere parte ad alcune produzioni messe in scena a Broadway, facendosi notare ne La gatta sul tetto che scotta, di Tennessee Williams, dove interpretava, diretto da Elia Kazan, il ruolo di Brick, poi portato al cinema da Paul Newman, nella trasposizione ad opera di Richard Brooks.

La prima apparizione sul grande schermo risale al 1957, Un uomo sbagliato (The Strange One, Jack Garfein), apparendo poi in vari film, tra i quali si possono certamente ricordare titoli come Anatomia di un omicidio, Otto Preminger o Risate di gioia, Mario Monicelli, anche se sarà la collaborazione con il regista John Cassavetes a dar vita alle sue interpretazioni migliori (Mariti, Husbands, ’70; L’assassinio di un allibratore cinese, The Killing of a Chinese Bookie, ’76, La sera della prima, Opening Night, ‘77).

Tra gli anni ottanta e novanta Gazzara alternò la sua attività tra cinema e televisione (…e tutti risero, ’81, Peter Bogdanovich, Una gelata precoce, An Early Frost, ’85, tv movie incentrato sul tema dell’Aids), anche in Italia (Storie di ordinaria follia, 81, Marco Ferreri, Il camorrista, ’86, primo film di Giuseppe Tornatore, Don Bosco, Leandro Castellani), lavorando sino all’ultimo pur ricoprendo sempre piccole parti, essenzialmente come pregevole, intenso, caratterista, anche se in pellicole di prestigio, come The Big Lebowsky dei Fratelli Coen, ’98 o Dogville, 2003, Lars Von Trier.

Ricordando Leopoldo Trieste

Leopoldo Trieste (Reggio Calabria, 03/05/1917; Roma 25/01/2003) merita di essere ricordato, a quasi dieci anni dalla sua scomparsa, nella sua complessità di intellettuale ed artista completo, dalle mille sfaccettature, che ha saputo spaziare dal tragico al comico; nasce come drammaturgo, autore di testi teatrali e sceneggiature cinematografiche (Preludio d’amore, ’46, Giovanni Paolucci; Il cielo è rosso, ‘50 e Febbre di vivere, ’53, Claudio Gora; I fuorilegge, ’51, Aldo Vergano), prosegue nel suo percorso professionale come “attore per caso”, adattando il suo estro culturale e dando vita ad un particolare binomio vita-scena che si fortifica e si caratterizza negli anni:una timidezza, una ritrosia nel proporsi certamente insolita nel mondo dello spettacolo in genere; la notevole presenza scenica conviveva infatti con una camaleontica attitudine al mimetismo, quasi a volersi scusare di trovarsi davanti alla macchina da presa, connotando elegantemente il tutto con fine ironia e pacato umorismo, dando vita a dei personaggi secondari, i classici “non protagonisti” assolutamente indimenticabili nella loro caratterizzazione, assecondando ora i toni malinconici, ora quelli più grotteschi, anche con un semplice sguardo o espressione del viso.

Dopo la laurea in Lettere a Roma ed aver vinto alcuni premi letterari, Trieste si diploma, nel 1941, in regia al Centro Sperimentale di Cinematografia della capitale, con il cortometraggio Vecchia Roma; ha già all’attivo alcune scritture teatrali (Una notte ai Quattro di picche, Nascere un uomo, Ulisse Moser, Il lago, Racconto d’amore, Trio a solo), ma è a partire dal ’45 che la sua produzione al riguardo assume caratteristiche inedite ed importanti con La frontiera, che viene rappresentato al Quirino di Roma, proseguendo con Cronaca (’46), primo dramma in Italia sull’Olocausto e N.N. , sulla gioventù del dopoguerra, che avrebbe ispirato Pietro Germi per il film Gioventù perduta (’48).Trieste si fa portatore del “realismo in teatro”con rappresentazioni scarne, crude, un teatro per stessa ammissione dell’autore, “squadrato coi martelli di pietra”, lo stesso stile che ritroveremo nei suoi unici due film come regista, Città di notte, ’58, e Peccato degli anni verdi, ’60.

Chiamato da Fellini per interpretare lo sposino Ivan Cavalli ne Lo sceicco bianco, ’50, prendendo il posto di Peppino De Filippo, all’ultimo momento risultato non disponibile, delinea con la sua interpretazione uno dei primi ritratti d’italiano piccolo-borghese, tutto “vizi privati e pubbliche virtù”, perso nell’ immaginario alquanto squallido del suo sogno, ingraziarsi lo zio, “alta personalità in Vaticano”, per una rapida carriera d’impiegato comunale al paese:da qui in poi sarà un susseguirsi di brevi, salaci interpretazioni, più di 100 film, tre Nastri d’Argento come miglior attore non protagonista (’65, Sedotta e abbandonata, Pietro Germi; dove interpretava un nobile decaduto; ’85, Enrico IV, Marco Bellocchio; ’96, L’uomo delle stelle, nel ruolo di un reduce muto, di Giuseppe Tornatore, per il quale riceve anche il David di Donatello).

Tra le altre caratterizzazioni possiamo ricordare il commediografo de I vitelloni di Fellini, intimamente ed ironicamente autobiografico, il pittore Carmelo Patanè di Divorzio all’italiana, Pietro Germi, film che gli dà la grande notorietà o, andando avanti negli anni, il Sig. Roberto nel Padrino Parte II , ’74, di Francis Ford Coppola, il prete censore munito di campanella in Nuovo Cinema Paradiso, ’88, di Tornatore, senza dimenticare, a dimostrazione dell’estrema duttilità, i lavori televisivi, dal Circolo Pickwick, ’68, a Il cane di terracotta, 2000, episodio della serie tv de Il Commissario Montalbano, ma non mi va di sminuirne la figura nell’ambito di un freddo elenco, soprattutto per non evidenziare l’avvertita mancanza di un simile personaggio a tutto tondo nell’attuale panorama cinematografico italiano e nella nostra società, dove sgomitate e sgambetti per assicurarsi i noti 15 minuti di celebrità a filo di telecamera, sono ormai divenuti più importanti di un sorriso, anche solo timidamente accennato, di un porgersi al pubblico apparentemente sommesso; Trieste è stato non protagonista sullo schermo, ma protagonista assoluto nei cuori di quanti lo hanno seguito e amato per anni.

Nastri d’Argento 2011: le nomination

Si è svolta ieri sera, venerdì 27 maggio a Roma, presso Villa Medici, sede dell’ Académie de France, la serata dedicata alle nomination per i Nastri d’Argento 2011, 65ma edizione, i premi assegnati dal Sindacato Nazionale Giornalisti Cinematografici Italiani (SNGCI), con lo scopo di valorizzare il cinema italiano e le sue professionalità; la cerimonia di premiazione, la Notte delle Stelle, si svolgerà al Teatro Antico di Taormina, sabato 25 giugno. Nell’elenco, le ormai consuete cinquine per ogni categoria, con in testa Habemus Papam di Nanni Moretti, sette nomination, risalta un certo equilibrio tra le commedie (dal 2010 è stata istituita un’apposita categoria al riguardo, quella, appunto della “miglior commedia”) e il cinema autoriale, cui è stata dedicata molta attenzione, come testimoniano il Nastro Speciale dell’anno, attribuito a Noi credevamo di Mario Martone, il Nastro del 65mo conferito a Pupi Avati per Una sconfinata giovinezza, premiando il coraggio del regista nell’ “affrontare con delicatezza e straordinaria intensità un tema personale e sociale importante, cinematograficamente inedito” o, infine, la Menzione Speciale a Giuseppe Tornatore per L’ultimo Gattopardo: Ritratto di Goffredo Lombardo; con rammarico ho notato nell’elenco delle attrici non protagoniste l’ assenza di Giovanna Ralli, tra le più brave e poliedriche interpreti del nostro cinema: il “siparietto” in Immaturi con Ricky Memphis e Maurizio Mattioli (nominati per questo film come migliori attori non protagonisti), è tra le parti più riuscite della pellicola, se non la più riuscita, grazie anche alla felice combinazione di dolcezza e sottile ironia che la Ralli ha saputo conferire al suo personaggio di madre.


Regista del miglior film italiano: Nanni Moretti (Habemus Papam); Saverio Costanzo (La solitudine dei numeri primi); Pasquale Scimeca (Malavoglia); Marco Bellocchio (Sorelle mai); Claudio Cupellini (Una vita tranquilla).

Miglior regista esordiente: Edoardo Leo (18 anni dopo); Aureliano Amadei ( 20 sigarette); Alice Rohrwacher (Corpo celeste); Ascanio Celestini (La pecora nera); Massimiliano Bruno (Nessuno mi può giudicare).

Nastro Speciale-Commedia:Luca Miniero (Benvenuti al Sud); Giacomo Ciarrapico, Mattia Torre e Luca Vendruscolo (Boris il film);Gennaro Nunziante (Che bella giornata); Fausto Brizzi (Femmine contro Maschi); Gianni Di Gregorio (Gianni e le donne); Paolo Genovese (Immaturi e La banda dei Babbi Natale); Lucio Pellegrini (La vita facile); Fausto Brizzi ( Maschi contro Femmine); Massimiliano Bruno (Nessuno mi può giudicare); Giulio Manfredonia (Qualunquemente); Giovanni Albanese (Senza arte né parte).

Miglior produttore: Tilde Corsi, Gianni Romoli e Claudio Bonivento (20 sigarette; “in collaborazione con Rai Cinema”; Benvenuti al Sud “Medusa con Cattleya” ) ;Pietro Valsecchi (Che bella giornata); Nanni Moretti e Domenico Procacci (Habemus Papam); Fabrizio Mosca (Una vita tranquilla e Into Paradiso).

Miglior attrice protagonista: Isabella Ragonese (Il primo incarico); Angela Finocchiaro (La banda dei Babbi Natale e Benvenuti al Sud); Alba Rohrwacher (La solitudine dei numeri primi); Donatella Finocchiaro (Manuale d’Amore 3 e Sorelle mai); Paola Cortellesi (Nessuno mi può giudicare e Maschi contro Femmine).

Miglior attore protagonista: Claudio Bisio e Alessandro Siani (Benvenuti al Sud); Raoul Bova (Nessuno mi può giudicare); Emilio Solfrizzi (Se sei così, ti dico sì); Toni Servillo (Una vita tranquilla e Il gioiellino); Kim Rossi Stuart (Vallanzasca – Gli angeli del male).

Miglior attore non protagonista:Rocco Papaleo (Che bella giornata);Geppy Gleijeses (Gorbaciof); Ricky Memphis e Maurizio Mattioli (Immaturi);Giorgio Colangeli (La donna della mia vita e Tatanka); Giuseppe Battiston (La passione, Figli delle stelle e Senza arte né parte).

Miglior attrice non protagonista: Valentina Lodovini (Benvenuti al Sud); Carolina Crescentini (Boris il film e 20 sigarette); Anita Caprioli e Pasqualina Scuncia (Corpo celeste); Marta Gastini (Il rito); Anna Foglietta (Nessuno mi può giudicare).

Miglior soggetto:Nanni Moretti, Federica Pontremoli e Francesco Piccolo (Habemus Papam); Roberta Torre (I baci mai dati); Paolo Genovese (Immaturi); Pupi Avati (Una sconfinata giovinezza); Filippo Gravino (Una vita tranquilla).

Migliore sceneggiatura: Massimo Gaudioso (Benvenuti al Sud); Antonio Capuano (L’amore buio); Pasquale Scimeca, Nennella Buonaiuto e Tonino Guerra (Malavoglia); Massimiliano Bruno, Edoardo Falcone e Fausto Brizzi (Nessuno mi può giudicare);Daniele Gaglianone (Pietro).

Migliore fotografia: Alessandro Pesci (Habemus Papam); Fabio Cianchetti ( La solitudine dei numeri primi); Duccio Cimatti (Malavoglia); Michele Paradisi (Tatanka); Arnaldo Catinari ( Vallanzasca – Gli angeli del male).

Migliore montaggio: Marco Spoletini ( Corpo celeste e La banda dei Babbi Natale); Jacopo Quadri (Gangor); Esmeralda Calabria ( Habemus Papam); Francesca Calvelli (Sorelle mai e La solitudine dei numeri primi); Consuelo Catucci ( Vallanzasca – Gli angeli del male).

Migliore scenografia: Francesco Frigeri (Amici Miei – Come tutto ebbe inizio); Paola Bizzarri ( Habemus Papam); Sabrina Balestra (Il primo incarico); Antonello Geleng e Marina Pinzuti Ansolini ( La solitudine dei numeri primi); Giuliano Pannuti (Una sconfinata giovinezza).

Migliori costumi:Alfonsina Lettieri (Amici Miei – Come tutto ebbe inizio); Lina Nerli Taviani (Habemus Papam); Loredana Buscemi (I baci mai dati); Francesca Sartori ( La passione); Roberto Chiocchi (Qualunquemente).

Migliore sonoro in presa diretta: Mario Iaquone ( Il gioiellino e 20 sigarette); Emanuele Cecere (L’amore buio); Valentino Gianni (La vita facile); Maricetta Lombardo (Malavoglia); Vito Martinelli ( Pietro e Tatanka).

Migliore colonna sonora: Carlo Siliotto ( Il padre e lo straniero); Massimiliano Pani e Franco Serafini ( La banda dei Babbi Natale); Francesco Sàrcina e Paolo Buonvino (La scuola è finita); Pasquale Catalano (La versione di Barney e L’amore buio); Negramaro (Vallanzasca – Gli angeli del male)

Migliore canzone originale: Checco Zalone (Che bella giornata); Gaetano Curreri, Vasco Rossi e Noemi ( Femmine contro Maschi); Alex Britti ( Immaturi); Raphael Gualazzi (Manuale d’Amore 3); Francesco Cerasi, Emilio Solfrizzi e Alessio Bonomo ( Se sei così, ti dico sì).

Miglior film europeo:Mike Leigh (Another Year); Tom Hooper ( Il discorso del re); Susanne Bier (In un mondo migliore); François Ozon ( Potiche – La bella statuina); Xavier Beauvois (Uomini di Dio).

Miglior film extraeuropeo: Clint Eastwood (Hereafter); Darren Aronofsky ( Il cigno nero); Christopher Nolan ( Inception); David Fincher ( The Social Network); Debra Granik ( Un gelido inverno).


Nastro speciale dell’anno 2011: Mario Martone ( Noi credevamo); Nastro d’argento alla carriera: Emidio Greco, Fulvio Lucisano e Marina Piperno; Nastro speciale del 65mo: Pupi Avati ( Una sconfinata giovinezza); Menzione speciale:Giuseppe Tornatore ( L’ultimo Gattopardo: Ritratto di Goffredo Lombardo).

Nuovo Cinema Paradiso (1989)

Giuseppe Tornatore (Bagheria, 27/05/1956) è stato tra quegli autori che, sul finire degli anni ’80, hanno ridato prestigio al nostro cinema, anche in ambito internazionale, pur tra dubbi e diffidenze. Dopo esperienze documentaristiche e in tv, collabora con Giuseppe Ferrara per la sceneggiatura di Cento giorni a Palermo (’84), debuttando nell’ ’86 con Il camorrista, Nastro d’Argento come miglior regista esordiente.

L’incontro con il produttore Cristaldi darà vita nell’89 a Nuovo Cinema Paradiso, che, dopo l’insuccesso iniziale e tagli per 30’, vincerà il Gran Premio della Giuria al 42° Festival di Cannes e l’Oscar come miglior film straniero. Roma, il regista Salvatore Di Vita (Jacques Perrin) riceve dal paese di Giancaldo, in Sicilia, la telefonata della madre (Pupella Maggio), che gli comunica la morte di un certo Alfredo: la memoria lo porterà indietro nel tempo, quando bimbo (Salvatore Cascio) di 10 anni, figlio di un disperso in Russia, il cinema “Paradiso” del paese rappresentava per lui, come per tanti, l’unico divertimento: nella sala ad ogni proiezione una variegata platea, chiassosa ma capace di grandi emozioni, con il “parroco-gestore”(Leopoldo Trieste) a dare il placet per il passaggio sullo schermo dei film, dopo aver imposto vari tagli al proiezionista Alfredo (Philippe Noiret). Questi è legato da sincera amicizia al bambino, che vede in lui un nuovo padre. Quando la cabina si incendia, Alfredo, che per le ustioni al volto resterà cieco, viene salvato da Salvatore che lo sostituirà nel Nuovo Cinema Paradiso. Salvatore, ormai adolescente, si innamora di Elena (Agnese Nano), una ragazza benestante, ma il padre di lei contrasta il loro amore: chiamato alle armi, vedrà respinte tutte le lettere che le invia; tornerà al paese per partire definitivamente, seguendo il consiglio di Alfredo di non farsi prendere da nostalgie inutili. Si torna al presente, Salvatore è a Giancaldo per il funerale, il cinema, fatiscente, viene demolito; torna a Roma tra i ricordi e il rimpianto dell’amore perduto e con un regalo di Alfredo, una speciale “pizza” dei vari tagli del parroco-gestore, la cui visione lo commuove e gli fa intuire come il cinema, nonostante tutto, sia destinato all’immortalità.

Autore di soggetto e sceneggiatura, Tornatore mette in atto sia un’opera autobiografica per clima e ambientazione che una struggente dichiarazione d’amore verso il cinema, quello “vero” che si proietta nel buio di una sala, centro di aggregazione succedaneo alla classica piazza: vengono vagliati gusti e reazioni del pubblico, che interagisce con i divi protagonisti dei film, rappresentativi di varie epoche storiche, scandendone con un’aura di magia il ciclo temporale. Sospeso tra rinnovato melodramma e commedia, l’estrema sincerità di fondo fa dimenticare la propensione alla facile macchietta e qualche prolissità. Tornatore è un affabulatore di immagini, morbidamente sottolineate dalla musica di Morricone, dando risalto al’innata espressività del piccolo Cascio e alla sorniona caratterizzazione di Noiret, come degli altri attori. Nella poetica confluenza tra realtà e finzione, il “Cinema Paradiso” è la visualizzazione dei nostri sogni e della nostra innocenza perduta, memoria storica del nostro passato che ci aiuta ad affrontare meglio il presente.

Oggi come ieri e Baarìa: così lontani, così vicini

Quest’estate ho assistito alla proiezione a Bivongi, in anteprima nazionale, del film Oggi come ieri, del regista calabrese Gregorio Calabretta, autore anche del soggetto e della sceneggiatura.
Con i pochi mezzi a disposizione, potendo fare affidamento su comparse ed attori non professionisti( tutti bivongesi ed alla loro prima esperienza cinematografica), il regista ha realizzato un affascinante viaggio nel tempo dai toni elegiaci, illustrando con rispetto e malinconica esaltazione valori, usi e costumi di un nostro passato neanche tanto lontano.

Il film ha inizio grosso modo negli anni ottanta, con il ritorno del protagonista a Bivongi, suo paese natale: alla vista della sua vecchia abitazione, così come di ogni angolo del paese, si lascerà andare ai ricordi, passando dal passato al presente e viceversa, arrivando così alla Bivongi di fine anni ’40, dominata dalla contrapposizione tra la borghesia latifondista e i contadini che curano le terre, i quali iniziano a rivendicare i loro diritti e ad organizzare uno sciopero; viene visualizzata la vita della povera gente, i miseri pasti, l’osteria come punto di ritrovo, si delineano i caratteri di tanta, varia, umanità e sullo sfondo si inserisce la storia d’amore tra il protagonista e la figlia di un ricco possidente, ostacolata per la differenza sociale tra i due e che porterà la donna a sposare un suo pari, che il regista sublima metaforicamente nell’amore mai cessato per la propria terra; nel finale, passato e presente si ricongiungono, con l’incontro chiarificatore tra l’uomo e la donna.
Molto valido il montaggio, curato dallo stesso regista e da Fausto Colubriale e bella la colonna sonora di Igor Gullà.

Pur se a molti il confronto potrà apparire stridente, avendo visto in questi giorni il film Baarìa di Giuseppe Tornatore, ho notato alcuni punti di contatto tra le due opere, come il poetico fluire del tempo, il rimpianto e il rispetto per una civiltà antica e i suoi valori fondanti, il valore dell’impegno politico anche come tentativo di riscatto sociale, pur se poi si esprimerà nell’assunto gattopardiano “che tutto cambi perchè tutto resti uguale”: ovviamente il film di Tornatore appare ben più complesso nella sua struttura, abbracciando settanta anni di storia nazionale e locale, facendo coincidere avvenimenti storici con le vicende private dei protagonisti, prediligendo toni onirici e metafisici, puntando sul fascino perduto del cinema come capacità di esprimere poesia e forza ammaliatrice, a scapito di verosimiglianza e attenzione a particolari eventi della storia patria.

Oggi come ieri vede come produttore il Comune di Bivongi, insieme al Teatro Studio Mediterraneo, con il patrocinio dell’ Amministrazione Provinciale di Reggio Calabria, Baarìa ha i mezzi forniti da una grande casa di produzione, può contare su un enorme battage pubblicitario e avanzerà di gran passo verso la conquista dei botteghini nazionali ed internazionali, facendo incetta di premi, o almeno è quello che gli si augura, anche come segnale di speranza per il nostro cinema. E qui a mio parere risalta l’ evidente contraddizione di un mercato ormai globalizzato, con tutti che hanno o sembrano avere le stesse possibilità per poter esprimere le proprie potenzialità, in una produzione diffusamente di massa, dove però opere di registi che potrebbero avere un loro spazio ed un loro pubblico, rischiano di non emergere, soffocate da una strana idea di progresso che, anche a causa di investimenti non sempre mirati e tagli ingiustificati, sembra aver lasciato per strada l’idea stessa del cinema come modalità espressiva e il suo valore didattico, dimenticando anche quell’artigianalità creativa che ha dato vita in passato ad una vera industria filmica. Certo, non ne sono sempre scaturiti capolavori, ma di fronte alla odierna medietà assunta a cifra stilistica, ne vien fuori una dignità artistica da valorizzare e tenere da esempio.