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La piccola bottega degli orrori (The Little Shop of Horrors, 1960)

Roger Corman (Detroit, 1926) è da considerarsi tra gli autori e produttori americani più geniali e versatili, capace di volgere lo sguardo al cinema degli esordi, colto nella sua primigenia essenzialità visiva suscitante emozione, divertimento o semplice stupore, e, allo stesso tempo, di andare oltre, partendo dalla semplice intuizione di qualsivoglia tendenza ed arrivando alla sua realizzazione pratica, facendo tesoro tanto di valide idee espresse nelle sceneggiatura, quanto degli esigui budget a disposizione, spesso ridicoli rispetto a quelli delle grandi majors.

Tra i suoi film da regista (l’esordio è del ’55, Five Guns West), ricordando come nella qualità di produttore abbia consentito il debutto, tra gli altri, di “mostri sacri” quali Francis Ford Coppola (Dementia 13, ’63), Martin Scorsese (Boxcar Bertha, ’72) o Joe Dante (Hollywood Boulevard, ’76, diretto insieme ad Allan Arkush ), ho scelto La piccola bottega degli orrori perché a mio avviso contiene i tratti salienti di tutta la sua produzione: un budget di 30mila dollari, lo sfruttamento di una scenografia già esistente, il tempo necessario a girarlo, ormai assunto a leggenda, circoscritto in due giorni (e una notte), l’originalità dello script (Charles B.Griffith), inedita contaminazione tra noir, commedia ed horror, giocando con il surreale e il grottesco.

La voce del sergente Fink (Wally Campo), raccontando un caso del quale si è dovuto occupare, ci introduce nei bassifondi di New York, nel modesto negozio di fiori del signor Mushnick (Mel Welles), la cui clientela è quantomeno bislacca, come Burson (Dick Miller), che adora fare uno spuntino con i garofani, in attesa della cena a base di gardenie fritte, o la signora Shiva (Leola Wendorff), nella cui famiglia i lutti si susseguono a velocità incredibile; il pomposo proprietario ha poi due assistenti, la graziosa commessa Audrey (Jackie Joseph) e il garzone Seymour (Jonathan Haze), timido ed imbranato, oppresso da una madre ipocondriaca (il medicinale ideale, buono per tutti i mali, è al 90% di tasso alcolico…) e prossimo al licenziamento, dal quale si salva proponendo come attrattiva per il negozio una pianta insolita da lui coltivata, la quale però appare refrattaria ad ogni concime che non sia sangue umano…

Girato per gran parte in interni, con un forte impatto teatrale, il film sfrutta la sopra citata contaminazione con spavalda disinvoltura e il tocco leggiadro di un umorismo estremamente acre, volto a connotare una satira sociale visualizzata con una certa sapidità, sia nelle figure di contorno che nel protagonista Seymour, perdente in cerca di riscatto sociale che resterà vittima di se stesso.

La regia di Corman fa sì che i vari elementi più che integrarsi tra di loro nel corso della narrazione vengano semplicemente a delinearsi sino a contrapporsi, caratteristica che troveremo in varie pellicole di genere degli anni ’70 e ’80, dando vita ad un horror soprattutto di sensazione, visto che sul raccapriccio predomina un ben più evidente senso dell’assurdo, con invito ad accettarlo nella sua compiuta concretezza; da segnalare, infine, l’esordio di tal Jack Nicholson nella parte di un masochista, “vittima” di Seymour improvvisato dentista, che già sfodera il suo ghigno da “Lupo Cattivo”, e, a conferma della validità del soggetto, la riproposizione, ’82, in chiave musical off Broadway (Howard Ashman e Alan Menken) , da cui derivò, ’86, il forse più famoso film di Frank Oz.

Ricordando Leopoldo Trieste

Leopoldo Trieste (Reggio Calabria, 03/05/1917; Roma 25/01/2003) merita di essere ricordato, a quasi dieci anni dalla sua scomparsa, nella sua complessità di intellettuale ed artista completo, dalle mille sfaccettature, che ha saputo spaziare dal tragico al comico; nasce come drammaturgo, autore di testi teatrali e sceneggiature cinematografiche (Preludio d’amore, ’46, Giovanni Paolucci; Il cielo è rosso, ‘50 e Febbre di vivere, ’53, Claudio Gora; I fuorilegge, ’51, Aldo Vergano), prosegue nel suo percorso professionale come “attore per caso”, adattando il suo estro culturale e dando vita ad un particolare binomio vita-scena che si fortifica e si caratterizza negli anni:una timidezza, una ritrosia nel proporsi certamente insolita nel mondo dello spettacolo in genere; la notevole presenza scenica conviveva infatti con una camaleontica attitudine al mimetismo, quasi a volersi scusare di trovarsi davanti alla macchina da presa, connotando elegantemente il tutto con fine ironia e pacato umorismo, dando vita a dei personaggi secondari, i classici “non protagonisti” assolutamente indimenticabili nella loro caratterizzazione, assecondando ora i toni malinconici, ora quelli più grotteschi, anche con un semplice sguardo o espressione del viso.

Dopo la laurea in Lettere a Roma ed aver vinto alcuni premi letterari, Trieste si diploma, nel 1941, in regia al Centro Sperimentale di Cinematografia della capitale, con il cortometraggio Vecchia Roma; ha già all’attivo alcune scritture teatrali (Una notte ai Quattro di picche, Nascere un uomo, Ulisse Moser, Il lago, Racconto d’amore, Trio a solo), ma è a partire dal ’45 che la sua produzione al riguardo assume caratteristiche inedite ed importanti con La frontiera, che viene rappresentato al Quirino di Roma, proseguendo con Cronaca (’46), primo dramma in Italia sull’Olocausto e N.N. , sulla gioventù del dopoguerra, che avrebbe ispirato Pietro Germi per il film Gioventù perduta (’48).Trieste si fa portatore del “realismo in teatro”con rappresentazioni scarne, crude, un teatro per stessa ammissione dell’autore, “squadrato coi martelli di pietra”, lo stesso stile che ritroveremo nei suoi unici due film come regista, Città di notte, ’58, e Peccato degli anni verdi, ’60.

Chiamato da Fellini per interpretare lo sposino Ivan Cavalli ne Lo sceicco bianco, ’50, prendendo il posto di Peppino De Filippo, all’ultimo momento risultato non disponibile, delinea con la sua interpretazione uno dei primi ritratti d’italiano piccolo-borghese, tutto “vizi privati e pubbliche virtù”, perso nell’ immaginario alquanto squallido del suo sogno, ingraziarsi lo zio, “alta personalità in Vaticano”, per una rapida carriera d’impiegato comunale al paese:da qui in poi sarà un susseguirsi di brevi, salaci interpretazioni, più di 100 film, tre Nastri d’Argento come miglior attore non protagonista (’65, Sedotta e abbandonata, Pietro Germi; dove interpretava un nobile decaduto; ’85, Enrico IV, Marco Bellocchio; ’96, L’uomo delle stelle, nel ruolo di un reduce muto, di Giuseppe Tornatore, per il quale riceve anche il David di Donatello).

Tra le altre caratterizzazioni possiamo ricordare il commediografo de I vitelloni di Fellini, intimamente ed ironicamente autobiografico, il pittore Carmelo Patanè di Divorzio all’italiana, Pietro Germi, film che gli dà la grande notorietà o, andando avanti negli anni, il Sig. Roberto nel Padrino Parte II , ’74, di Francis Ford Coppola, il prete censore munito di campanella in Nuovo Cinema Paradiso, ’88, di Tornatore, senza dimenticare, a dimostrazione dell’estrema duttilità, i lavori televisivi, dal Circolo Pickwick, ’68, a Il cane di terracotta, 2000, episodio della serie tv de Il Commissario Montalbano, ma non mi va di sminuirne la figura nell’ambito di un freddo elenco, soprattutto per non evidenziare l’avvertita mancanza di un simile personaggio a tutto tondo nell’attuale panorama cinematografico italiano e nella nostra società, dove sgomitate e sgambetti per assicurarsi i noti 15 minuti di celebrità a filo di telecamera, sono ormai divenuti più importanti di un sorriso, anche solo timidamente accennato, di un porgersi al pubblico apparentemente sommesso; Trieste è stato non protagonista sullo schermo, ma protagonista assoluto nei cuori di quanti lo hanno seguito e amato per anni.

Un mercoledì da leoni ( Big Wednesday, 1978)

John Milius (1944), è tra le personalità più controverse del cinema statunitense, non sempre visto di buon occhio dalla critica, soprattutto per il suo orientamento verso la destra più conservatrice. Ottimo sceneggiatore (Apocalypse Now, ‘’79, Francis Ford Coppola, L’uomo dai sette capestri, John Huston, solo per citarne alcuni) e regista di buon polso (l’esordio con Dillinger, ’73, l’esotico e avventuroso Il vento e il leone, ’75), ha dato vita ad opere fortemente connotate da temi personali e ricorrenti, quali il senso dell’onore, l’amicizia, il rispetto reciproco tra le persone, con sullo sfondo toni epici volti ad esaltare sia la natura e i suoi elementi, sia colui che vi sta al centro, l’uomo, l’essere umano, spesso in conflitto con essa, risultando vincitore non fosse altro che per aver preso parte alla lotta, senza tirarsi mai indietro; vi è un certo richiamo all’epica di John Ford, non a caso spesso citato da Milius in varie interviste.

Un mercoledì da leoni, di cui è regista e sceneggiatore insieme a Dennis Aaberg, è tra i suoi film più noti e più riusciti, conciliando spettacolarità e toni intimistici e nostalgici, venati di autobiografia, quasi elegiaci: il plot narrativo delinea una divisione strutturale e temporale, dal sapore metaforico (la coincidenza con alcuni grandi eventi della storia americana), in stagioni, con una grande mareggiata (da sud, ovest e nord), l’occasione migliore per i patiti del surf di mettere in mostra la propria abilità.

Tra questi, siamo in California, vi sono tre amici, Jack (William Katt), Matt (Jan-Michael Vincent) e Leroy (Gary Busey), dapprima (estate ’62) allegri e spensierati, dediti al loro sport preferito, assistiti da Bear (Sam Melville), ex campione ed abile costruttore delle tavole, tra feste e gite in Messico, poi (autunno ’65), alle prese con la chiamata alle armi per il Vietnam: Matt, che intanto si è sposato ed è padre di un a bambina, e Leroy riescono a farla franca con qualche trucco, Jack invece parte per il fronte. Inverno ’68, Jack torna integro dalla guerra, dove ha trovato la morte un comune amico, la sua ragazza, con la quale non si è voluto impegnare, è ormai sposata e i suoi amici non sono più quelli di un tempo: occorrerà attendere 4 anni, la grande mareggiata del’74, perché il gruppo si riunisca, affrontando un’onda gigantesca…

Tra romanzo di formazione, forse un po’ grezzo, e forte simbolismo sul malessere di una generazione e di una nazione in totale cambiamento, Milius delinea attraverso i tre protagonisti diverse modalità di affrontare la vita, i cambiamenti e le scelte che spesso impone, e, secondo la sua logica, tre diversi modi di essere americani, rimpiangendo, senza grandi approfondimenti, l’idea di un’ America che non c’è più; i valori dell’amicizia, il senso dell’appartenenza ad un gruppo e della solidarietà sono certo importanti, ma l’uomo dovrà far fronte alle avversità sempre da solo.

Un film che, al di là dell’ideologia espressa, merita di essere ricordato, oltre che per le splendide riprese a filo d’acqua e per la bella colonna sonora (Basil Poledouris), con tempi musicali e montaggio praticamente coincidenti, per l’ estrema sincerità di cui è soffuso.

“Un bel giorno mi imbarcai su un cargo…” Ciao Angelo


Angelo Infanti è morto ieri sera in un ospedale di Tivoli , dove era stato ricoverato qualche giorno prima per un infarto. Dopo la recente scomparsa di Vincenzo Crocitti, se ne va un altro grande caratterista, rappresentante del nostro cinema più popolare, capace di delineare personaggi indimenticabili senza troppi sforzi, sfruttando la mimica dei gesti e dello sguardo, vantando inoltre una grande presenza scenica. Alzi la mano chi non ricorda il viveur fanfarone Manuel Fantoni, alias Cuticchia Cesare, nello splendido Borotalco,’82, di Carlo Verdone: “Un bel giorno mi imbarcai su un cargo battente bandiera liberiana…”, degna conclusione di tutte le fregnacce che ha impiantato ad uso e consumo dell’imbranato venditore di enciclopedie che lo ascolta affascinato.

Non è neanche da trascurare il ruolo del misterioso seduttore della povera Magda (Irina Sanpiter) nel precedente Bianco, rosso e Verdone, giocato com’è tra sguardi silenti e l’uso parco e mirato dei dialoghi. Nato a Zagarolo, nei pressi di Roma nel 1939, Infanti si era accostato al mondo del cinema intorno agli anni ‘60. Al suo attivo risultano più di cento partecipazioni, comprendendo nel novero anche le serie tv, alternando ruoli in capolavori della storia del cinema, come in numerosissimi film di genere: Il Padrino di Francis Ford Coppola, dove recitava il ruolo di Fabrizio, nell’intermezzo siciliano del film, Il gattopardo di Luchino Visconti, o ancora All’ombra del delitto di Claude Chabrol e poi tutta una serie “all’italiana”, dai poliziotteschi alle commedie, non disdegnando il filone erotico ( la serie Emanuelle nera). La sua ultima apparizione sul grande schermo risale allo scorso anno, nella parte del padre di Claudia Gerini nella commedia Ex.

Il padrino (The Godfather, 1971)

Francis Ford Coppola (Detroit, 1939) è un autore dotato, in egual misura, di un geniale intuito e di un gusto per l’eccesso proprio di molti suoi film, con esiti non sempre convincenti; diplomatosi in drammaturgia alla Hofstra University e specializzatosi in cinematografia alla University of California di Los Angeles, lavora con Roger Corman, esordendo nel ’63 con l’horror Terrore alla tredicesima ora. Scrive sceneggiature (Patton, generale d’acciaio, un Oscar), dando vita, nel ’71, al suo primo successo, Il padrino, tratto dall’omonimo romanzo di Mario Puzo, autore della sceneggiatura insieme allo stesso Coppola, un Oscar dei tre in totale (miglior attore, Marlon Brando, miglior film).

America, anni ‘40:come consuetudine, durante la festa per le nozze della figlia, il “padrino” don Vito Corleone (Brando) promette aiuto e protezione a parenti e amici. Sollozzo, a nome della “famiglia” Tartaglia, chiede finanziamenti e appoggi per il traffico di droga e il rifiuto scatena la lotta tra le due cosche, don Vito viene ferito gravemente; il figlio minore Mike (Al Pacino), laureato ed eroe di guerra, lo salva da un secondo attentato e, stupendo il fratello Sonny (James Caan) e il fratellastro “consigliori” Tom (Robert Duvall), organizza un incontro con Sollozzo e un corrotto capitano di polizia uccidendoli entrambi; per evitare vendette, “emigra” in Sicilia e qui s’innamora di Apollonia e la sposa, ma quando questa muore in un attentato e Sonny viene ucciso dai rivali, torna negli Stati Uniti. Dopo un vano tentativo di riappacificazione fra le varie “famiglie”, Don Vito, poco prima di morire, nomina “padrino” Mike, il quale si rivela tanto spietato da far uccidere anche il cognato “traditore”, dopo averne battezzato il figlio.

Girato con sapida lentezza, senza complicati movimenti di macchina o zoom invasivi, ma sempre funzionali alla narrazione, come nello splendido inizio, valorizzando l’interpretazione degli attori (Brando su tutti, voce roca e gesti lenti), il film ha toni solenni ed epici, da tragedia greca, con il sapiente utilizzo di ogni elemento, anche folcloristico o caricaturale, per conferire all’opera la giusta atmosfera, cioè quella corrispondente all’immaginario del regista e degli spettatori. Nessun manicheismo bene-male, ma la loro mescolanza, come nella scena del battesimo, dove il montaggio alterna con disinvoltura le scene “sacre” a quelle della mattanza ordita da Mike; sottolineata dalla musica di Nino Rota, potente appare la ricostruzione storica prima, psicologica poi, incentrata sulla figura di Mike, il passaggio dal vecchio al nuovo, da una criminalità ancorata agli antichi codici dell’onore e del rispetto, a quella più volta al potere e a tutto ciò che può offrire. Due sequel: Il padrino parte II, ’74, sei Oscar (film, regia, sceneggiatura, scenografia, De Niro attore non protagonista, la musica di Rota), ben riuscito, e Parte III, ’90, avvincente, ma troppo intriso della megalomania dell’autore.

Gianni Amelio dirige il 27° Torino Film Festival

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Da domani, venerdì 13, proseguendo sino a sabato 21 novembre 2009, prenderà il via il 27° Torino Film Festival, temporalmente susseguente alle manifestazioni di Venezia e Roma.

Nuovo direttore, per la prima volta alla direzione di un festival, il regista calabrese Gianni Amelio, insieme ad Emanuela Martini: succede a Nanni Moretti, dal quale, ringraziandolo per il lavoro sinora svolto e la visibilità data al Festival, prende comunque subito le distanze: “con me Torino sarà all’insegna del rigore della passione. Da regista devo portare il mio gusto e la mia esperienza, ma devo aprire ad altri spettatori diversi da me, altrimenti se selezionerei solo quelli che mi piacciono, rischierei di fare un festival con tre film”.

Ed infatti il cartellone delle opere in programma si presenta indiscutibilmente ricco: 254 opere, tra lungometraggi, medio e corti, delle quali 42 in prima mondiale, con l’inaugurazione affidata a Nowhere Boy di Sam Taylor Woods (artista inglese da noi sconosciuta o quasi, ma molto famosa all’estero), sulla storia di un adolescente di nome John Lennon, e 16 in concorso, tra i cui titoli, dopo tre anni di assenza, vi sono due film italiani (Santina di Gioberto Pignatelli, ispirato a La Storia di Elsa Morante e La bocca del lupo di Pietro Marcello).
Trattasi comunque di opere provenienti un po’ da tutto il mondo, aventi come tema dominante il nostro tempo attuale, sospeso tra solitudine, follia, disperazione ( il filippino Baseko Bakal Boys, protagonisti due bambini che cercano di sopravvivere a Manila o Adas di Roland Vranik, dai toni apocalittici), sulle quali deciderà la giuria presieduta da Sandro Petraglia.

La concorrenza delle già citate Venezia e Roma? “Nessun problema”, afferma Amelio, “Ci costringono ad essere più creativi ed innovativi, come quando si apre una libreria dove ce n’è già un’altra, è una cosa positiva, non mi spaventa. Serve a darsi un carattere ed un’ identità e quella di Torino non è scalfibile, non assomiglia a nessun altro festival”.
Ecco quindi il nuovo Gran Premio Torino, che verrà assegnato a Emir Kusturika, per la geniale inventiva dei suoi film, ed alla casa di produzione americana Zoetrope di Francis Ford Coppola, per il suo contributo al rinnovarsi dell’industria cinematografica statunitense, due personali dedicate al regista Nicholas Ray e al giapponese Nagisa Oshima, o l’inedita sezione, voluta proprio da Amelio, Figli e amanti, dove sei registi(Paolo Sorrentino, Gianni Zanasi, Davide Ferrario, Mario Martone, Matteo Garrone e Marco Bellocchio) parleranno dei loro “film del cuore” o che comunque hanno dato ispirazione e suggerimenti per la realizzazione delle loro opere.

Da non dimenticare infine il TorinoFilmLab, laboratorio internazionale che sostiene concretamente registi di tutto il mondo al loro primo o secondo film, nato nel 2008 grazie al direttore del Museo del Cinema Alberto Barbera e che vede coinvolti 120 tra sceneggiatori, registi, produttori e venditori, e il sottofondo musicale che diviene una delle colonne portanti della manifestazione (oltre al citato film d’apertura, si segnala il documentario di Jonathan Demme su Neil Young e Oil City Confidential, di Julian Temple, sulla band dei Dr Feelgood).