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“Zalex”: ancora pochi giorni per partecipare al concorso sull’importanza delle Regole

Ho ricevuto il seguente comunicato stampa da EnergiECalabria- Movimento Creativo e provvedo alla sua pubblicazione:
Scadono sabato 28 aprile i termini per la consegna dei lavori al concorso Zalex, indetto da EnergiECalabria-Movimento creativo, destinato agli studenti delle scuole medie delle province di Reggio Calabria e Firenze.

Il concorso muove dallo slogan “Operare nelle Regole per la costruzione di un mondo migliore è bellissimo e anche… artistico!”, nel nome di Zalex, il simpatico “normal-eroe” delle “Regole”, nato dal pennello di Mattia Papp e dalla creatività di Naic Pezz, e ispirato a Zaleuco Locrese, uno dei primi legislatori del mondo occidentale, citato anche dall’insigne giurista fiorentino Piero Calamandrei.

Tre le sezioni previste:audiovisivo, fotografia, fumetto, per un unico tema ispiratore: il rispetto delle regole. La giuria, nominata da EnergiECalabria e composta da cinque membri, espressione del mondo della scuola, della cinematografia e della fotografia, sarà resa nota entro sabato 5 maggio 2012 e provvederà, a suo insindacabile giudizio, a stilare per ogni sezione la graduatoria di merito dei tre vincitori ed eventuali menzionati, i cui nomi saranno comunicati durante la manifestazione di premiazione, che si svolgerà il 2 giugno prossimo a Locri.

Grazie alla gentile ospitalità della storica “Galleria Tornabuoni” di Firenze, alcune delle opere vincitrici saranno esposte anche in Toscana.
Informazioni e aggiornamenti su www.energiecalabria.it

“Zalex”, concorso di EnergiECalabria su Arte e Rispetto delle Regole

All’insegna dello slogan Operare nelle Regole per la costruzione di un mondo migliore è bellissimo e anche… artistico!, l’associazione EnergiECalabria-Movimento creativo, presieduta da Antonio Pezzano, ha lanciato il concorso Zalex, dal nome del “normal-eroe” nato dal pennello di Mattia Papp e dalla creatività di Naic Pezz, e ispirato a Zaleuco Locrese, uno dei primi legislatori del mondo occidentale: tema ispiratore, il rispetto delle regole.

Il concorso è destinato agli studenti delle scuole medie di I grado delle province di Reggio Calabria e di Firenze, che sono invitati a esprimersi attraverso i più moderni mezzi di comunicazione: l’audiovisivo, la fotografia e il fumetto, quindi tre sezioni cui è possibile partecipare come singolo, come gruppo o come classe o scuola, in maniera del tutto gratuita, con premio finale ai primi tre classificati e attestato di merito ai menzionati per ciascuna di esse; il termine per l’invio dei lavori è previsto per il 28 aprile 2012.

Un gemellaggio di impegno sociale tra le scuole dei due territori, nel ricordo del grande legislatore magno-greco e dell’insigne giurista fiorentino Piero Calamandrei, che trovò ispirazione anche in Zaleuco per un suo scritto sui giudici locresi. Inoltre, grazie alla gentile ospitalità della storica Galleria Tornabuoni di Firenze, alcune opere saranno esposte anche in Toscana.

La giuria, nominata da EnergiECalabria e composta da cinque membri, espressione del mondo della scuola, della cinematografia e della fotografia, sarà resa nota entro sabato 5 maggio 2012, e provvederà, a suo insindacabile giudizio, a stilare per ogni sezione la graduatoria di merito dei tre vincitori ed eventuali menzionati, i cui nomi saranno comunicati durante la manifestazione di premiazione, che si svolgerà a Locri (RC), nell’Auditorium del Palazzo della Cultura, nella seconda metà di maggio.

Quanti volessero partecipare al concorso potranno approfondire meglio le tematiche cui dovranno ispirarsi attraverso la visione del docu-film Memorie incantate, diretto da Antonio Ciano e frutto di un lavoro corale, promosso nel 2009 da EnergiECalabria, disponibile nelle scuole, anche su richiesta, oppure attraverso la riduzione online su You Tube o sul sito dell’associazione. Il bando completo e tutte le info su www.energiecalabria.it. (Fonte:comunicato stampa EnergiECalabria).

Addio a Gino Latilla

Gino Latilla (foto), tra le voci storiche della nostra canzone, felice espressione del “bel canto all’italiana”, è morto ieri mattina, domenica 11 settembre, a Firenze, presso l’ospedale di Santa Maria Nuova, dopo una lunga malattia; nato a Bari nel 1926, Latilla crebbe artisticamente alla scuola del padre Mario, anch’egli cantante, esordendo nel ’48 presso il Teatro Manzoni di Bologna con Mailù, proseguendo la sua carriera con varie tournée in Germania e negli Stati Uniti, per essere poi assunto in Rai, nel ’52, partecipando ad alcune trasmissioni radiofoniche, nell’orchestra del Maestro Cinico Angelini.

Il suo nome è legato soprattutto al Festival di Sanremo, ai numerosi successi riscossi nelle varie edizioni, a partire da Vecchio scarpone, ’53, rievocazione a ritmo di marcia degli anni giovanili, purtroppo per molti coincidenti con quelli della guerra, cantata insieme a Giorgio Consolini, con il quale ottenne il terzo posto, per poi classificarsi al primo nel ’54 con la tenera e struggente Tutte le mamme, sempre in coppia con Consolini e contemporaneamente al terzo con E la barca tornò sola , con il Duo Fasano e Franco Ricci; sempre nell’ambito sanremese si ricordano titoli quali Casetta in Canadà, ’57, quarto posto, cantata insieme a Carla Boni (che sposerà nel ’58, per poi separarsi), così come Timida serenata, ’58, poi Io sono il vento, ’59, in coppia con Arturo Testa, e Il mare nel cassetto, ’61, cantata insieme a Milva; altri successi furono Amico tango,’53, con Nilla Pizzi, Tchumbala bey, Marietta monta in gondola, entrambe del ’54, Serenatella sciuè sciue,’57.

L’Italia della radio, il bel paese in bianco e nero dei filmati storici e dei ricordi di molti, reduce dal secondo conflitto, sospesa tra antichi valori ed innovazione, in odore di boom economico, si riconosceva nei testi di quelle canzoni e si faceva trasportare dall’armoniosa melodia, assicurandone il successo, almeno sino agli anni ’60, quando iniziarono ad imporsi nuove tendenze musicali e Latilla, probabilmente intuendo il cambiamento, abbandonò le scene per divenire funzionario Rai, tornandovi negli anni ’80, all’interno del gruppo Quelli di Sanremo, insieme ad altre “vecchie glorie” (Pizzi, Consolini, Boni); il tentativo di rievocazione apparve però da subito un po’ triste, subentrando, ed avendo la meglio, la rimembranza, che nella mente diviene spesso elegia, dell’Italia dei “vecchi scarponi” o delle “casette piccoline in Canadà, con vasche, pesciolini e tanti fiori di lillà”.

C’è chi dice no


Firenze. Tre giovani (nel significato “moderno” del termine), Irma (Paola Cortellesi), medico, Max (Luca Argentero), giornalista, Samuele (Paolo Ruffini), assistente di Diritto Penale, tutti precari, sono alle prese con la cocente frustrazione di vedere svanire la possibilità di un contratto definitivo, dopo anni di studi e sacrifici per materializzare aspirazioni e progetti, non accontentandosi di soluzioni di ripiego: gli vengono infatti preferiti, rispettivamente, la fidanzata del primario, la figlia dell’editore, il genero di un barone universitario (Giorgio Albertazzi), tutti, ovviamente, con i loro alti meriti (e curriculum gonfiato ad hoc); ritrovatisi ad una riunione di ex compagni di liceo, i tre, stanchi di sopraffazioni ed abusi, si organizzeranno per dar vita ad una vera e propria rappresaglia, all’insegna dello stalking creativo, contro i colleghi raccomandati, oltre che tentare di organizzare un movimento, ma il sistema ha rodati meccanismi ed oliati ingranaggi per reagire …

Grande pregio di questa ennesima commedia italiana, C’è chi dice no, è la ritrovata voglia del nostro cinema di portare sullo schermo, con il linguaggio che gli è tradizionalmente proprio, una benvenuta indignazione verso quelli che sono ormai veri e propri istituti endemici del nostro come di altri paesi, la raccomandazione e la sua deriva “più comprensibile”, la cosiddetta “segnalazione”, anche se, ancora una volta, pur apprezzando la valida regia (Giambattista Avellino), una sceneggiatura (Fabio Bonifacci) compatta e capace, pur cavalcando qualche luogo comune, di incisive sottolineature (la scena in cui emergono i vari taroccamenti nei concorsi d’accesso all’università, tra scambi di favori di ogni genere), tre protagonisti estremamente affiatati e convincenti nelle loro interpretazioni, oltre che indovinati personaggi di contorno (Albertazzi su tutti), non si può far a meno di notare come la felice intuizione iniziale si stemperi man mano nella mancanza di una forte connotazione, non riuscendo ad andare oltre a quello che ormai sembra essere divenuto un inevitabile cliché, imbastire un prodotto d’intrattenimento comunque valido e complessivamente riuscito.

Inutile (forse, comunque “c’è chi dice no”) fare confronti con il passato, pensare come avrebbero sfruttato un tema forte, d’impegno civile come questo, registi del calibro di Monicelli, Risi, Germi, ma non ci si può accontentare sempre e soltanto della bella confezione, perché alla lunga sembra di vedere lo stesso film, ci si sente vicino ai personaggi, grazie allo sfruttamento di un tema che ci riguarda un po’ tutti, si ride senza sensi di colpa, si soffre un po’ per una certa invadenza della musica, che fa tanto videoclip e fiction televisiva, e si finisce con il restare invischiati, quasi senza accorgersene, vista la mancanza di un vero e proprio lieto fine, nella solita melassa accomodante e giustificatrice, la pacca sulla spalla espressa dal “così fan tutti”, dell’essere comunque contenti del proprio gesto di ribellione espresso in quanto tale, con un accenno ad una sua probabile diffusione, godendo di quel che si ha, dell’amicizia ritrovata e di un amore nascente.

Rimane, ripeto, la validità sostanziale della presa di posizione, più che la sua concretizzazione effettiva, in fondo affidata all’amara constatazione espressa dal barone interpretato da Albertazzi: “Dove andrà a finire questo paese? Nessuno studia più un cazzo”. E così sia…

Amici miei – Come tutto ebbe inizio


“Cos’è il genio? E’ fantasia, intuizione, decisione e validità d’esecuzione”: questa frase del Perozzi (Philippe Noiret, doppiato da Renzo Montagnani), volta a commentare una feroce burla del Necchi (Duilio Del Prete) improvvisata al momento in una scena del mai dimenticato Amici miei, ’75, di Mario Monicelli (subentrato a Pietro Germi, autore del soggetto, morto dopo le prime riprese), mi è d’aiuto nell’uscire dall’imbarazzo che provo nel commentare la visione di Amici miei – Come tutto ebbe inizio, suo prequel.
L’intuizione appartiene agli sceneggiatori del citato originale, Piero De Bernardi, Leo Benvenuti e Tullio Pinelli, i quali anni orsono avevano caldeggiato l’idea di portare le celebri “zingarate” indietro nel tempo; la decisione, ancora prima che dei produttori, è frutto del regista Neri Parenti, il quale, volendo dar vita al classico sogno nel cassetto, magari smarcandosi dai soliti prodotti di cassetta (perdonatemi il gioco di parole), ha infuso vita al progetto, collaborando alla sceneggiatura insieme al citato De Bernardi, cui si sono aggiunti in fase di scrittura Fausto Brizzi e Marco Martani, tradendo, purtroppo, gli altri due necessari requisiti, fantasia e validità d’esecuzione, quest’ultima almeno solo in parte, salvata dalla ricca e curata scenografia messa in atto da Francesco Frigeri e dai costumi di Alfonsina Lettieri.
Una voce narrante ci introduce nella Firenze del 1487, sospesa tra il chi vuol esser lieto sia di Lorenzo il Magnifico e gli atti di contrizione del Savonarola, con l’incombente minaccia del morbo della peste prossimo a giungere in città; cinque amici, il consigliere comunale Duccio Villani di Masi (Michele Placido), l’oste Cecco Alemari (Giorgio Panariello), il cerusico Jacopo (Paolo Hendel), lo sfaccendato Manfredo Alemanni (Massimo Ghini) e il nobile Filippo (Christian De Sica) sfuggono alle responsabilità lavorative o familiari, ingegnandosi nell’escogitare una serie di scherzi sia a danno del prossimo, sia, ancora più ferocemente, di loro stessi, esorcizzando in tal modo la paura del tempo che passa; tra i primi particolarmente terribile quello ordito contro il legnaiolo Alderighi (Massimo Ceccherini), mentre tra i secondi quello contro Cecco, complice il Magnifico in persona…
Più che del paventato “reato di lesa maestà”, il film si macchia di “lesa attualità”, retrodatando, con timoroso rispetto e presuntuosi eccessi filologici (la supercazzola finale su tutto), anche pesantemente didascalici (la voce fuori campo), le gesta dei cinque bischeri, decontestualizzandole col pretesto di conferirgli valore universale, evitando così qualsiasi riferimento con il reale (limitato, bonariamente, al “popolo grullo cui gli si fa credere ciò che si vole” o “all’essere buco” del cerusico): identica operazione e consunto spunto narrativo messi in atto con i film natalizi (la “premiata ditta” è quella, lo dico senza pregiudizi di sorta), girati in location lontane e dal fascino “esotico”.
Le stesse burle, per quanto ben orchestrate, richiamano altrettante situazioni di nostrane commedie d’antan, strappando qualche sorriso e lasciando un sentore malinconico, tra volgarità, prevedibili, e un vago senso di straniamento che accompagna dapprima i protagonisti, semplici figurine di carta che si stagliano sullo sfondo, e poi noi spettatori. Detto per inciso, già i due sequel (Amici miei atto II, ’83, di Monicelli e Atto III, ’85 di Nanni Loy, entrambi con Montagnani nel ruolo di Necchi, sostituendo Del Prete) per quanto divertenti e ben diretti, avevano perso quell’aura di magica spensieratezza ed allegra spontaneità propri dell’originale.
O Pietro, o Mario, suvvia, riposate pure tranquilli, s’è fatto tutto per celia, o che l’avevate presa per una cosa seria? Voi l’eravate adusi al moralizzar sfottendo, come recita l’antico adagio, costoro invece pensano a rimpinguar le casse di soldini belli, convinti di poterci sempre prendere per li fondelli…

“Memorie incantate” a Firenze


La Fondazione Ernesto Balducci ed EnergiECalabria, movimento creativo, presentano il convegno sul tema Mafia e Legalità – Locri e l’attualità del pensiero di Zaleuco: utopia o motivo di speranza?, un incontro-dibattito che avrà luogo a Firenze, venerdì 25 febbraio, alle ore 16:00, nella Sala Verde delle Scuole Pie Fiorentine.

La manifestazione prenderà il via, presente in sala il regista dell’opera Antonio Ciano, con la proiezione del docu-film Memorie incantate, opera realizzata nella Locride da OffiCinemAPERTO per EnergiECalabria all’interno del proprio Laboratorio Audiovisivo Zaleuco. Seguirà la tavola rotonda, cui parteciperanno Francesco Cascini, magistrato e saggista, Andrea Bigalli dell’associazione Libera, Eros Cruccolini, già presidente consiglio comunale di Firenze, e Antonio Pezzano, presidente di EnergiECalabria.

Nell’occasione saranno inoltre illustrate le linee guida per una proposta di legge d’iniziativa popolare mirante all’introduzione nella scuola di un Corso di Formazione al rispetto delle Regole. Memorie incantate, presentato fuori concorso al Magna Graecia Film Festival 2010 ed inserito nella rete didattica di Libera (link alla riduzione on line http://www.youtube.com/watch?v=f7v3a8G8JJQ) è un’opera frutto di un progetto laboratoriale, condivisa e collettiva, con oltre cento, tra giovani attori e filmakers della Locride e, soprattutto, semplici appassionati, che hanno preso parte alla realizzazione del film, della durata di quasi 50 minuti, dando vita a un lavoro corale: partendo dall’incontro immaginario tra Zaleuco, l’antico legislatore locrese, padre del diritto nel mondo occidentale, e Valentina, una “ragazza di Locri” , un intero territorio, attraverso le voci reali dei protagonisti, si pone degli interrogativi, sempre più pressanti e attuali, sullo smarrimento dei valori della legalità e della giustizia proprio in quelle zone dove le regole hanno avuto i loro natali. Insegnanti, magistrati, cittadini comuni, tutti si rendono testimoni tanto del disagio che di un altrettanto tangibile desiderio di riscatto.
Info: fondazionebalducci@virgilio.it – 055 599147 – 055 599240