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Ricordando Leopoldo Trieste

Leopoldo Trieste (Reggio Calabria, 03/05/1917; Roma 25/01/2003) merita di essere ricordato, a quasi dieci anni dalla sua scomparsa, nella sua complessità di intellettuale ed artista completo, dalle mille sfaccettature, che ha saputo spaziare dal tragico al comico; nasce come drammaturgo, autore di testi teatrali e sceneggiature cinematografiche (Preludio d’amore, ’46, Giovanni Paolucci; Il cielo è rosso, ‘50 e Febbre di vivere, ’53, Claudio Gora; I fuorilegge, ’51, Aldo Vergano), prosegue nel suo percorso professionale come “attore per caso”, adattando il suo estro culturale e dando vita ad un particolare binomio vita-scena che si fortifica e si caratterizza negli anni:una timidezza, una ritrosia nel proporsi certamente insolita nel mondo dello spettacolo in genere; la notevole presenza scenica conviveva infatti con una camaleontica attitudine al mimetismo, quasi a volersi scusare di trovarsi davanti alla macchina da presa, connotando elegantemente il tutto con fine ironia e pacato umorismo, dando vita a dei personaggi secondari, i classici “non protagonisti” assolutamente indimenticabili nella loro caratterizzazione, assecondando ora i toni malinconici, ora quelli più grotteschi, anche con un semplice sguardo o espressione del viso.

Dopo la laurea in Lettere a Roma ed aver vinto alcuni premi letterari, Trieste si diploma, nel 1941, in regia al Centro Sperimentale di Cinematografia della capitale, con il cortometraggio Vecchia Roma; ha già all’attivo alcune scritture teatrali (Una notte ai Quattro di picche, Nascere un uomo, Ulisse Moser, Il lago, Racconto d’amore, Trio a solo), ma è a partire dal ’45 che la sua produzione al riguardo assume caratteristiche inedite ed importanti con La frontiera, che viene rappresentato al Quirino di Roma, proseguendo con Cronaca (’46), primo dramma in Italia sull’Olocausto e N.N. , sulla gioventù del dopoguerra, che avrebbe ispirato Pietro Germi per il film Gioventù perduta (’48).Trieste si fa portatore del “realismo in teatro”con rappresentazioni scarne, crude, un teatro per stessa ammissione dell’autore, “squadrato coi martelli di pietra”, lo stesso stile che ritroveremo nei suoi unici due film come regista, Città di notte, ’58, e Peccato degli anni verdi, ’60.

Chiamato da Fellini per interpretare lo sposino Ivan Cavalli ne Lo sceicco bianco, ’50, prendendo il posto di Peppino De Filippo, all’ultimo momento risultato non disponibile, delinea con la sua interpretazione uno dei primi ritratti d’italiano piccolo-borghese, tutto “vizi privati e pubbliche virtù”, perso nell’ immaginario alquanto squallido del suo sogno, ingraziarsi lo zio, “alta personalità in Vaticano”, per una rapida carriera d’impiegato comunale al paese:da qui in poi sarà un susseguirsi di brevi, salaci interpretazioni, più di 100 film, tre Nastri d’Argento come miglior attore non protagonista (’65, Sedotta e abbandonata, Pietro Germi; dove interpretava un nobile decaduto; ’85, Enrico IV, Marco Bellocchio; ’96, L’uomo delle stelle, nel ruolo di un reduce muto, di Giuseppe Tornatore, per il quale riceve anche il David di Donatello).

Tra le altre caratterizzazioni possiamo ricordare il commediografo de I vitelloni di Fellini, intimamente ed ironicamente autobiografico, il pittore Carmelo Patanè di Divorzio all’italiana, Pietro Germi, film che gli dà la grande notorietà o, andando avanti negli anni, il Sig. Roberto nel Padrino Parte II , ’74, di Francis Ford Coppola, il prete censore munito di campanella in Nuovo Cinema Paradiso, ’88, di Tornatore, senza dimenticare, a dimostrazione dell’estrema duttilità, i lavori televisivi, dal Circolo Pickwick, ’68, a Il cane di terracotta, 2000, episodio della serie tv de Il Commissario Montalbano, ma non mi va di sminuirne la figura nell’ambito di un freddo elenco, soprattutto per non evidenziare l’avvertita mancanza di un simile personaggio a tutto tondo nell’attuale panorama cinematografico italiano e nella nostra società, dove sgomitate e sgambetti per assicurarsi i noti 15 minuti di celebrità a filo di telecamera, sono ormai divenuti più importanti di un sorriso, anche solo timidamente accennato, di un porgersi al pubblico apparentemente sommesso; Trieste è stato non protagonista sullo schermo, ma protagonista assoluto nei cuori di quanti lo hanno seguito e amato per anni.

Dorian Gray, “la malafemmina”

Maria Luisa Mangini, attrice di rivista e cinematografica meglio nota con il nome d’arte di Dorian Gray, è morta suicida a Torcegno, in Trentino, dove si era ritirata a metà degli anni sessanta, abbandonando definitivamente le scene.

Nata a Bolzano nel 1936, debutta a soli 14 anni nella rivista Votate per Venere (‘50) con Erminio Macario e Gino Bramieri, proseguendo la carriera nel teatro di rivista al fianco di Wanda Osiris (Gran baldoria, di Garinei e Giovannini), Alberto Sordi, Ugo Tognazzi e Raimondo Vianello ed in seguito al cinema, prendendo parte a numerosi film degli anni ‘50, soprattutto commedie.

Infatti, tra i suoi ruoli più importanti va senz’altro ricordato quello dell’attrice di teatro Marisa in Totò, Peppino e… la malafemmina (’56), la “donna di malaffare” del titolo che si innamora di Gianni-Teddy Reno, lo studente nipote dei fratelli Caponi, Totò e Peppino De Filippo; Federico Fellini la volle ne Le notti di Cabiria, affidandole il ruolo di Jessy, l’amante di Amedeo Nazzari.Prese anche parte anche a Il grido di Michelangelo Antonioni nei panni della benzinaia Virginia. Ricevette un Nastro d’Argento per il film Mogli pericolose, ’58, di Luigi Comencini, come migliore attrice non protagonista.

Altri film di un certo spessore cui ha preso parte Il mattatore, ’60 di Dino Risi, Crimen, Mario Camerini e l’ultima sua apparizione sul grande schermo, Fango sulla metropoli, ‘65. Poi, a soli 30 anni, rimasta incinta, il suddetto ritiro dalle scene, sino al tragico odierno ritorno, riportandoci bruscamente il ricordo di una donna sinuosamente affascinante, dotata di un certa ironia ed autoironia, dote quest’ultima a volte piuttosto rara nel mondo dello spettacolo, capace con classe ed intelligenza di saper andare, brillantemente, ben oltre il solito ruolo di “bellona di turno”.

La strada (1954)


Dopo il successo de I vitelloni (‘53) e l’ episodio Agenzia matrimoniale del film L’amore in città, Federico Fellini con La strada dà vita ad un inedito e più compiuto percorso cinematografico, visualizzando sullo schermo in chiave onirica e favolistica le proiezioni del proprio inconscio più recondito. Frutto di un soggetto a lungo pensato, sin dai tempi de Lo sceicco bianco, e la cui realizzazione venne più volte rimandata, la sceneggiatura è scritta da Fellini stesso e Tullio Pinelli, con la supervisione di Ennio Flaiano.
Gelsomina (Giulietta Masina) una povera ragazza, semplice e ingenua, infantile per certi versi, orfana di padre, viene ceduta dalla madre, già con numerose bocche da sfamare, all’artista girovago Zampanò (Anthony Quinn) per diecimila lire.
Se la ragazza si approccia al mondo con disincanto e stupore, forse riuscendo in virtù di ciò a vedervi quanto altri non vedono, pur non comprendendone a pieno il significato, Zampanò è invece rude e violento, avvezzo all’alcol e all’uso della forza pur di insegnare alla sventurata il mestiere e piegarla alla sua volontà.
Viaggiano attraverso l’Italia, di paese in paese, a bordo di una motocarrozzetta, esibendosi nelle piazze, l’uno in numeri da forzuto, l’altra facendogli da spalla, buffo ed improvvisato clown, sino a quando, esasperata, non trovando corrispondenza nel suo affetto, fugge via, facendo conoscenza con un funambolo, il Matto (Richard Basehart), uomo sensibile, un po’ filosofo, un po’ poeta, che le spiega come tutto nella vita abbia un significato ed una sua utilità, da un semplice sassolino ad ogni essere umano: compito di Gelsomina è stare vicino a Zampanò, aiutarlo a vedere la realtà così come la vede lei.
Gli eventi precipitano, finendo a lavorare nello stesso circo il Matto e Zampanò, che non comprende la sua ironia, litigano spesso e, dopo una serie di accadimenti, all’ennesimo diverbio, il primo troverà la morte. Gelsomina impazzisce e Zampanò, non riuscendo minimamente ad immedesimarsi nella sua sofferenza, l’abbandona in una zona desolata, mentre dorme; qualche anno più tardi, giunto al seguito di un circo in un piccolo paese, casualmente, verrà a sapere della sua scomparsa. Dopo lo spettacolo, ubriaco, solo su una spiaggia, si abbandonerà al pianto, guardandosi attorno smarrito, come un bimbo che osserva il mondo per la prima volta.
Sospeso tra crudo realismo ed elegia, dai toni lirici ed intensi, accentuati dalla musica di Nino Rota e dalla interpretazione della Masina in particolare (Quinn a volte può apparire monocorde, mentre Basehart è un po’ sopra le righe), con qualche eccesso figurativo e simbolico, il film descrive l’incontro tra esseri umani apparentemente diversi, ma in sostanza simili nella loro elementarità di vita, per quanto diversamente estrinsecata, che non riescono però mai a relazionarsi veramente o volgere verso un’ evoluzione, se non a caro prezzo; inconsueto incontro tra immaginazione e realtà, con reciproche confluenze ma senza una sostanziale prevalenza dell’una sull’altra, La strada è un’opera che lascia spazio a varie interpretazioni e alle più intime sensazioni, facendoci sentire protagonisti di quel buffo spettacolo che è la vita: difficile non immedesimarsi in Gelsomina, facendo nostra la sua capacità e volontà, nonostante tutto, di continuare a sognare, di fare leva sull’ immaginazione, di guardare le cose con eterna meraviglia e sperare che anche gli altri lo facciano, o in Zampanò, abbrutiti dal quotidiano, conquistati solo da quanto si vuole, e si riesce, a vedere e toccare con mano o, infine, nel Matto, sforzandoci, dopo una rapida occhiata a quanto ci sovrasta, di dare una risposta ai nostri tanti “perché”, forse non esaustiva, ma comunque bastevole per andare avanti. Tra i premi, l’Oscar come “miglior film straniero” (sino a questo momento denominato “Oscar Speciale”).

La V edizione del Festival Internazionale del Film di Roma


Prenderà il via giovedì 28 ottobre la V edizione del Festival Internazionale del Film di Roma, per concludersi il 5 novembre, con la cerimonia di premiazione. La formula, perfezionata ed arricchita, è quella che ha fatto sì che il Festival riscontrasse sin dagli esordi un grande successo di pubblico, conciliando vocazione popolare e qualità delle proposte offerte: dare risalto agli spettatori, con tanto di sfilata sul red carpet in comune con i divi, come è giusto che sia, visto che sono loro a decretare il successo o meno di un film, quali che siano gli sforzi produttivi protesi o i pareri espressi dalla critica. Infatti, ad ulteriore testimonianza di quanto detto, ad ogni possessore di biglietto all’ingresso in sala viene consegnata una tessera relativa al film in programmazione, così da poter esprimere il proprio gradimento, partecipando all’assegnazione del Premio Marco Aurelio del pubblico per il miglior film.

Venendo ai dati squisitamente tecnici, la produzione del Festival è a cura della Fondazione Cinema per Roma, presidente Gian Luigi Rondi, Francesca Via direttore generale. Piera Detassis è il direttore artistico del Festival, mentre Mario Sesti, Gianluca Giannelli e Gaia Morrione sono responsabili rispettivamente delle sezioni L’Altro Cinema/Extra, Alice nella città, Occhio sul Mondo / Focus. Nell’ambito della Selezione Ufficiale i film in concorso saranno sedici, di cui quattro italiani, come all’ultima edizione della Mostra del Cinema di Venezia, sperando in una accoglienza migliore: Una vita tranquilla di Claudio Cupellini con Toni Servillo, Io sono con te di Guido Chiesa, La scuola è finita di Valerio Jalongo con Valeria Golino, Gangor di Italo Spinelli.

Tra le produzioni americane, a risaltare sono Last Night di Massy Tadjedin con Keira Knightley, Sam Worthington ed Eva Mendes e Rabbit Hole di John Cameron Mitchell con Nicole Kidman, Aaron Eckhart e Dianne Wiest. A giudicare i film in tale sezione, una giuria internazionale, abbastanza eterogenea, volto ad abbracciare vari settori culturali: il presidente Sergio Castellitto ( foto) sarà infatti affiancato dalla giornalista e scrittrice Natalia Aspesi, dal regista Ulu Grosbard ( Innamorarsi, L’Assoluzione), dallo scrittore Patrick McGrath (Follia, Spider), dal regista Edgar Reitz (sua la serie Heimat), ed infine Olga Sviblova direttrice del Museo della Arti Multimediali di Mosca.

Oltre ai consueti Premi Marc’Aurelio (miglior film, miglior attore/attrice,Gran Premio della Giuria), sarà loro compito assegnare anche la Targa Speciale del Presidente della Repubblica Italiana a quel film che meglio di altri riuscirà a dare la giusta rilevanza ai valori umani e sociali. In collaborazione con il Dipartimento della Gioventù della Presidenza del Consiglio dei Ministri, a partire da quest’edizione, viene istituito il Premio Marc’Aurelio Esordienti, volto a premiare il miglior regista o il miglior interprete alla sua opera prima. Riguardo invece i film Fuori Concorso della Selezione Ufficiale, ecco, tra gli altri, Crime d’amour, ultimo film girato da Alain Corneau, che ci ha lasciato lo scorso 30 agosto, poi il pilot della serie Boardwalk Empire, firmato da Martin Scorsese, con Steve Buscemi, The Kids Are All Right di Lisa Cholodenko con Annette Bening e Juliane Moore ( foto, che riceverà il Premio Marc’Aurelio all’attore, assegnato dalla sezione L’Altro Cinema / Extra), Let Me In di Matt Reeves e Il padre e lo straniero di Ricky Tognazzi con Alessandro Gassman e Ksenya Rappoport.

Degna di nota la sezione Spettacolo / Eventi Speciali, sorta di linea comune che attraversa tutte le sezioni, nata per quei progetti che non limitano il loro interesse alla sola proiezione e alle rigide regole dell’anteprima, all’insegna di commistioni di genere (arte visiva, letteratura, televisione, nuove tecnologie, diversi formati). In questa area del Festival sarà possibile, ad esempio, assistere all’anteprima mondiale dei primi venti minuti di Dylan Dog: Dead of Night di Kevin Munroe. All’interno del programma Omaggi, a venti anni dalla scomparsa, sarà ricordato uno dei nostri più grandi attori, Ugo Tognazzi: oltre a far precedere ogni film in concorso nelle varie sezioni da alcuni estratti delle sue interpretazioni, sarà proiettata l’anteprima del documentario Ritratto di mio padre firmato dalla figlia Maria Sole Tognazzi.

Sempre all’interno di tale programma, verrà celebrata, a cento anni dalla nascita, la figura del grande regista giapponese Akira Kurosawa con la proiezione di Rashōmon, e verrà anche ricordato il regista Satoshi Kon, recentemente scomparso, con la proiezione di Perfect Blue, primo psycho-thriller nella storia dell’animazione giapponese; anche la sezione Occhio sul Mondo/ Focus volge quest’anno lo sguardo al Giappone, con sette film selezionati tra anteprime europee ed internazionali ed una retrospettiva dedicata allo Studio Ghibli, il celebre studio cinematografico di film d’animazione, nato dal sodalizio dei registi Takahata Isao e Miyazaki Hayao. Infine, la sceneggiatrice Suso Cecchi d’Amico verrà premiata con il Premio Marc’Aurelio alla Memoria.

Riguardo il programma della sezione L’Altro Cinema / Extra, dodici i documentari che concorreranno per il Premio Marc’Aurelio al miglior documentario, assegnato da un’apposita giuria internazionale guidata da Folco Quilici, mentre fuori concorso previsti 4 documentari e 8 lungometraggi. Ampio spazio in tale ambito alle forme più innovative e meno consuete del settore audiovisivo: dai video maker d’avanguardia della Post Tv, passando per la selezione di filmini famigliari (realizzata in collaborazione con l’archivio Home Movies di Bologna) arrivando infine ai film brevi, con la visione dei primi corti narrativi in 3D mai girati e prodotti in Italia. Previsto infine un ricordo dell’attore e regista Corso Salani con un omaggio dal titolo Per Corso, Percorso.

Alice nella città, la sezione ragazzi del Festival, prevede 14 film in concorso a contendersi i due Premi Marc’Aurelio Alice nella città, assegnati da due diverse giurie scelte su scala nazionale, una composta da ragazzi sotto i 12 anni, l’altra al di sopra. Sarà presentato il secondo film delle Winx, le fatine italiane, Winx Club 3D Magica Avventura, di Iginio Straffi, e verrà dato spazio al delicato tema della scuola, sempre più di attualità, al centro di opere come Asse Mediano di Michele Mossa, Un sasso nello stagno di Felice Cappa e Waiting for ‘Superman’ del premio Oscar Davis Guggenheim.

Un programma ricco, estremamente variegato, che sa seguire le nuove tendenze ma senza farsene influenzare , mettendole in risalto e coinvolgendo alla grande il pubblico, al di là di schematismi o intellettualismi a volte fini a sé stessi: non resta che augurare “Lunga e dolce vita al Grande Cinema”, come recita la campagna di comunicazione di questa quinta edizione, in occasione del cinquantenario de La dolce vita, capolavoro di Federico Fellini, ampiamente omaggiato in occasione dei suoi 50 anni, con l’anteprima mondiale della versione restaurata dalla Cineteca di Bologna, il 30 ottobre, e l’allestimento di tre mostre specifiche.

Epizephiry International Film Festival 2011 e il “Premio Nazionale Leopoldo Trieste”

La Direzione Artistica di Epizephiry International Film Festival è già al lavoro per definire le novità della quinta edizione della manifestazione che si terrà durante l’anno 2011, che si preannuncia ricca di film, proiezioni, mostre, retrospettive di alto livello.
In particolare la citata Direzione Artistica ha messo in atto un’operazione di rilevanza nazionale, portare all’interno del film festival il Premio Nazionale Leopoldo Trieste che dal 2004 era stato momentaneamente messo da parte dagli ideatori per motivi tecnici e di organizzazione. Al grande attore e sublime caratterista sarà quindi dedicato in primo luogo un premio che verrà assegnato, da una apposita giuria di esperti nominata dal Direttore Artistico in sintonia con i curatori del premio, al “miglior interprete” della sezione mediometraggi e docufiction selezionati tra i finalisti della quinta edizione e poi un’apposita retrospettiva con proiezioni, mostre e dibattiti nei giorni di svolgimento del Festival. I curatori di questa sezione speciale saranno Enzo Di Chiera (già collaboratore e giurato di EIFF) e Pino “Puccio” Circosta che già lo avevano ideato e organizzato a Caulonia (RC) negli anni 2003 e 2004.
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Leopoldo Trieste (Reggio Calabria, 3 maggio 1917 – Roma, 25 gennaio 2003) è stato un attore, regista, sceneggiatore e drammaturgo italiano. Nell’immediato dopoguerra fornì al teatro una trilogia sulla guerra e sulla violenza: La frontiera (1945), Cronaca (1946), N.N. (1947). Il secondo dramma ispirò poi liberamente il film di Claudio Gora Febbre di vivere (1953), cui Trieste collaborò. Lanciato come interprete da Federico Fellini (Lo sceicco bianco, 1952; I vitelloni, 1953), diresse a sua volta Città di notte (1958) e Il peccato degli anni verdi (1960), per dedicarsi poi totalmente alla carriera di caratterista, con frequenti apparizioni in commedie all’italiana (Divorzio all’italiana, 1961; Il medico della mutua, 1968; Piso Pisello, 1981) ma anche in grandi produzioni come r Nuovo Cinema Paradiso, 1988, L’uomo delle stelle, 1995. Negli anni sessanta e settanta ha partecipato anche a diversi sceneggiati televisivi, quali Le inchieste del commissario Maigret e Il Circolo Pickwick.

I vitelloni (1953)

Seconda regia di Federico Fellini, terza considerando Luci del varietà, ’51, codiretto con Lattuada, dopo l’esordio con Lo sceicco bianco, I vitelloni è il suo film più nitido dal punto di vista stilistico, dove il tema onirico appare più vagheggiato che effettivamente visualizzato.

Sceneggiato da Fellini insieme a Pinelli e Flaiano, il film, vincitore tra l’altro del Leone d’argento a Venezia, ruota intorno alle vicende di cinque trentenni che si lasciano vivere in una città di provincia (forse la Rimini del regista), comoda placenta dove coltivare le illusioni di una vita diversa, senza mai impegnarsi in alcun lavoro, tra noia ed ignavia, seduti ai tavolini di un bar o chini sul biliardo, con qualche breve attimo di maturità imposto per lo più dall’esterno.

Ce li presenta la voce narrante: Alberto (Sordi), cocco di mamma ciarliero burlone, che scansa le responsabilità, e si fa mantenere dalla sorella, che se ne andrà di casa con un uomo sposato; Leopoldo (L. Trieste), aspirante commediografo, sogna grandi glorie, ma avrà una delusione da un capocomico di passaggio in città con la sua compagnia, il quale tenterà un ambiguo approccio; Riccardo (R. Fellini), può contare su una gran bella voce impostata, ma non la sfrutta per pigrizia, e Fausto (Franco Fabrizi), seduttore di provincia “bamboccione”, mai pago di squallide avventure neanche una volta sposatosi, dopo averla messa incinta, con Sandra (Leonora Ruffo), sorella di Moraldo (Franco Interlenghi), il più giovane ed introverso del gruppo, che passa le notti ad ascoltare il fischio del treno, sino a quando una mattina vi salirà su, senza dire niente a nessuno, abbandonando lo stato di eterna adolescenza.

Fellini descrive con rapide pennellate un vero e proprio mondo a parte, dando vita ad un’inedita forma di racconto, articolato in determinati capitoli principali, nel quale si inseriscono varie situazioni secondarie, che troveranno poi la loro unione nella partenza di Moraldo, alter ego del regista, anche se ognuno dei personaggi ne presenta alcune note autobiografiche. Nel sentore di un’Italia postbellica che vuole cambiare, uscire dai suoi provincialismi per proiettarsi verso nuovi confini, il neorealismo appare prevaricato da toni esistenzialisti (il mare d’inverno) e grotteschi misti a malinconia (il ballo di carnevale, con Sordi “lucido ubriaco”), con punte di sarcasmo, pur bonario e sornione (il famoso “gesto dell’ombrello” rivolto da Sordi ai lavoratori, con tanto di pernacchia, dall’ auto che poi finirà per fermarsi).Da qui inizia il cammino sia per il grande Maestro, che con La strada darà vita ad un inedito e più compiuto percorso filmico, che per Sordi, il cui nome i distributori non vollero inserire nel cartellone del film, d’ora in poi beniamino del grande pubblico.