C’era una volta una vecchina di nome Lolotta (Emma Gramatica), che viveva in una modesta casetta, poco lontano dalla città di Milano; un bel giorno, mentre innaffiava il suo orticello, allarmata da alcuni insoliti vagiti si avvicinò alla piantagione di cavoli e tra le foglie vi notò un neonato, lo prese con sé, crescendolo con infinito amore, sino al giorno della sua morte, quando il bambino, chiamato Totò, venne affidato ad un orfanotrofio, per uscirne ormai grandicello (Francesco Golisano), pronto ad affrontare il mondo; conosciuto casualmente un barbone, Totò veniva da questi ospitato nella sua capanna, su un grande spiazzo ai margini dei costruendi palazzoni, dove vivevano altri diseredati, per integrarsi man mano nella loro comunità, aiutandoli a costruire una vera e propria “altra città” di baracche, con tanto di denominazione delle vie; la vita sembrava scorrere tranquilla, il nostro stringeva amicizia con la domestica Edvige (Brunella Bovo), scoprendo la lieve delicatezza dell’innamoramento, tutti sembravano accontentarsi di una vita modesta, quanto bastava per sopravvivere, ma all’improvviso dal terreno ecco zampillare un liquido chiamato petrolio…
Diretto da Vittorio De Sica, anche sceneggiatore insieme a Cesare Zavattini, autore del soggetto (il suo romanzo Totò il buono), e, in qualità di collaboratori, Suso Cecchi D’amico, Mario Chiari, Adolfo Franci, Miracolo a Milano si caratterizza per un’inedita sperimentazione, abbandonando la vacua ripetizione dei noti schemi del Neorealismo e insistendo maggiormente, invece, sui toni surreali e favolistici propri della poetica zavattiniana, con pennellate ora grottesche ora amaramente sarcastiche, dando vita ad una connotazione stilistica giocata sul contrasto tra questi nuovi, predominanti, elementi e l’elegia a volte manieristica di De Sica, destinati ad incontrarsi e fondersi lungo l’iter narrativo in momenti di pura poesia; la costruzione complessiva abbandona la “tecnica del pedinamento” espressa nella coincidenza con il tempo reale, restando comunque ben saldi i riferimenti sociologici, introdotti con gradualità, rispettando la forma propria di un apologo fantastico, che trova il suo culmine nel celebre finale, in Piazza Duomo, i barboni in volo sulle scope, una scena ripresa da Steven Spielberg in E.T.The Extra-Terrestrial, ’82, con le biciclette in luogo delle ramazze sottratte agli spazzini.
Al centro di tutto la figura di Totò, l’uomo, l’essere umano nella sua primigenia purezza ed originario, perpetuo, candore di bimbo appena venuto al mondo, che ama il suo prossimo al punto da immedesimarsi anche fisicamente in esso, affrontando la vita con gioiosa spontaneità, rivolgendo saluti e gentilezze a quanti incontra per strada, nella fiduciosa convinzione di essere ricambiato; è poi l’uomo della “speranza fraintesa”, colui che può migliorare lo stato delle cose soltanto assecondando il modus vivendi degli “ultimi”, offrendogli dignità esistenziale, ma non elargendo tutto ciò che possano desiderare, rendendoli in tal modo simili ai ricchi: ecco il citato acre sarcasmo zavattiniano, con le differenze sociali, in odor di conflitto, a farsi ostacolo insuperabile, a meno di non optare per una omologante contaminazione; alla fine a predominare è un messaggio certamente utopico ma tuttora valido, la fuga alla ricerca “di un regno dove buongiorno voglia dire veramente buongiorno” come rifondante, ed universale, salvezza; all’insegna del nemo propheta in patria, Nastro d’Argento per la miglior scenografia (Guido Fiorini) a parte, Palma d’oro e Premio Fipresci a Cannes e Miglior Film straniero del ’51 per i critici di New York.










