Archivi delle etichette: alberto sordi

Addio a Maria Pia Casilio

E’ morta a Roma all’eta’ di 77 anni Maria Pia Casilio, tra le più valide e simpatiche caratteriste del nostro cinema, 150 i titoli all’attivo, in particolare nell’ambito della commedia all’italiana, anche se il suo esordio è legato al periodo neorealista, il ruolo della servetta incinta in Umberto D., ’52, Vittorio De Sica.

Dai lineamenti aggraziati e capace di vivide caratterizzazioni, tra le mie preferite quelle che la vedevano come rivale della “bersagliera” Gina Lollobrigida in Pane, amore e fantasia, ’53, Luigi Comencini, nel contendersi il timido carabiniere Stelluti, Alberto Risso, o nei panni di Elvira, la girl friend di Alberto Sordi-Nando Mericoni in Un americano a Roma, Steno, ’54, Maria Pia Casilio lasciò il cinema intorno la metà degli anni ’60 per dedicarsi alla famiglia, lavorando saltuariamente al doppiaggio ed occasionalmente in qualche film (Noi uomini duri, Maurizio Ponzi, ’87, Tre uomini ed una gamba, Massimo Venier e il trio Aldo Giovanni & Giacomo, ’97 ).

Un americano a Roma (1954)

Nando Mericoni (Alberto Sordi), romano di Trastevere con mente e cuore volti a Kansas City, ha coltivato negli anni, la capitale occupata dai Tedeschi e poi liberata dagli Americani, un personalissimo american dream, forgiato sulla fervida immaginazione scaturitagli dalla visione di vari film d’oltreoceano, la quale fa sì che viva in una sorta di realtà a sé stante, un palcoscenico dove esternare al meglio le sue grandi potenzialità, in particolare artistiche, non comprese, ovviamente, da quanti gli stanno vicino, genitori, amici, come l’allibito “Cicalone” (Carlo Delle Piane), e la girl friend Elvira (Maria Pia Casilio), con tanto di sonora pernacchia come unico apprezzamento per la sua esibizione nei panni di Santi Bairon, Gene Kelly de’ noantri, sul palco di un teatro di borgata; avvilito, ma non ancora domo, il nostro tenta un gesto estremo: ispirandosi a La 14ma ora di Hathaway, sale sul Colosseo e minaccia di buttarsi giù se non si farà in modo di organizzare la sua partenza per gli agognati Usa…

La pur abile e sciolta regia di Steno (Stefano Vanzina), anche tra gli autori della sceneggiatura (Sordi, Lucio Fulci, Ettore Scola, Sandro Continenza), non salva Un americano a Roma da quello che è il suo difetto principale, un procedere frammentario, una serie di sketch che si sostanziano come l’allungamento di uno solo, quello da cui trae ispirazione l’intera pellicola, tra gli episodi di Un giorno in pretura, di poco precedente, dove esordisce il personaggio del “malato d’America”, arrestato per atti osceni (sorpreso da un vigile a fare il bagno in una marrana, questi gli preleva i vestiti, per cui è costretto a far ritorno nudo a casa); se tra le righe si intuisce la volontà di approfondire il tema, anche con toni sferzanti, di una certa esterofilia già ben radicata nel costume italiano, tutto si ferma a livello di farsa più che di vera e propria commedia, nobilitata però dai toni grotteschi che l’ Albertone nazionale conferisce alla sua caratterizzazione, regalando battute e scene ormai assurte e consacrate a livello di cult.

Entrato definitivamente nelle grazie del pubblico dopo il successo de I vitelloni di Fellini, Sordi sfrutta al meglio, qui ancora più spontaneamente che concretamente, quella sua innata capacità di individuare determinati aspetti della società, farli propri ed esasperarli, trasferendoli in vari personaggi, operazione d’altronde già svolta nei programmi radiofonici d’esordio: ecco quindi l’attenta vestizione di Nando, t-shirt, jeans a tubo, cinturone di cuoio borchiato, bracciale di eguale fattura e, immancabile, il cappellino da baseball, l’arredo della sua camera con gagliardetti, poster, addirittura un boccione dell’acqua “come quelli degli uffici della Quinta Strada” e, soprattutto, un linguaggio ai limiti dell’assurdo, una logorroica cantilena che mescola inglese, spesso con vocaboli inventati o mutuati, storpiandoli, dall’italiano, romanesco e altri dialetti, con esiti esilaranti; tra le scene ormai leggendarie certamente quella della cena ‘mericana (marmellata, yogurt, mostarda, latte…), per poi, dopo l’assaggio, gettarsi a capofitto sul piatto di maccheroni lasciatogli pronto da “mami” e attaccarsi al fiasco di vino, sino ad un attimo prima disprezzati come “roba da carrettieri”, ma altrettanto bella è quella della sopra citata esibizione e conseguente pernacchione, con la battuta, capolavoro d’artificio linguistico per aggirare la censura, volta al suo autore: “Ormai hai 21 anni, è ora che tu sappia di chi sei figlio…”

Ventuno anni più tardi, in Di che segno sei?, di Sergio Corbucci, rincontriamo Nando, ora guardia del corpo di un industriale milanese: i tempi sono cambiati, scatta inevitabile una certa malinconia, appare allora preferibile il ricordo dell’ingenuo perdigiorno sfoderante pollice ed indice a mo’ di 6 colpi contro il “gatto mammone” spia straniera, lasciando presagire, sostituendo a “fine”, nell’ultima inquadratura, “the end”, il perdurare di uno dei tanti peccatucci italici, questo almeno veniale.

Anna Longhi, simpatica “buzzicona”


E’ morta a Roma, all’ età di 76 anni, in seguito alle complicanze di una polmonite, la attrice Anna Longhi, nota consorte cinematografica di Alberto Sordi in vari film da lui diretti, che la fa esordire al suo fianco ne Le vacanze intelligenti, uno dei tre episodi del film Dove vai in vacanza?, ’78, facendo sì che la Longhi, sino allora sarta, diventasse, vuoi per la corporatura, vuoi per il carattere estroverso, dalla battuta sempre pronta, con quell’ aria sorniona e la tipica bonomia di fondo, una delle più valide caratteriste del nostro cinema, anche se presente in poche pellicole.

Il ruolo della “moglie di Sordi” in questo film come ne Il tassinaro, ’83, e Un tassinaro a New York, ’87, non va confuso con quello dell’altra, sempre simpaticissima, “buzzicona”, soprannome affibbiato ad entrambe dall’ Albertone nazionale, la Rossana di Lorenzo- Erminia de Le coppie, ’70, episodio La camera, e Il comune senso del pudore, ’75, stesso personaggio, anche per Sordi, in ambedue i film.

La Longhi ha avuto poi piccole parti in produzioni internazionali come Un incantevole Aprile,’91 Mike Newell, Il talento di Mr Ripley, ’99, Anthony Minghella, o in altri film italiani, come Peperoni ripieni e pesci in faccia, 2004, di Lina Wertmuller, La cena per farli conoscere, 2006, di Pupi Avati e Sms-sotto mentite spoglie, 2007, di Vincenzo Salemme; nel ’98 aveva preso parte ad una mini serie tv di Carlo Vanzina, Anni 50, mentre ultimamente era apparsa spesso in televisione nell’insolito ruolo di opinionista “ruspante”.

Dorian Gray, “la malafemmina”

Maria Luisa Mangini, attrice di rivista e cinematografica meglio nota con il nome d’arte di Dorian Gray, è morta suicida a Torcegno, in Trentino, dove si era ritirata a metà degli anni sessanta, abbandonando definitivamente le scene.

Nata a Bolzano nel 1936, debutta a soli 14 anni nella rivista Votate per Venere (‘50) con Erminio Macario e Gino Bramieri, proseguendo la carriera nel teatro di rivista al fianco di Wanda Osiris (Gran baldoria, di Garinei e Giovannini), Alberto Sordi, Ugo Tognazzi e Raimondo Vianello ed in seguito al cinema, prendendo parte a numerosi film degli anni ‘50, soprattutto commedie.

Infatti, tra i suoi ruoli più importanti va senz’altro ricordato quello dell’attrice di teatro Marisa in Totò, Peppino e… la malafemmina (’56), la “donna di malaffare” del titolo che si innamora di Gianni-Teddy Reno, lo studente nipote dei fratelli Caponi, Totò e Peppino De Filippo; Federico Fellini la volle ne Le notti di Cabiria, affidandole il ruolo di Jessy, l’amante di Amedeo Nazzari.Prese anche parte anche a Il grido di Michelangelo Antonioni nei panni della benzinaia Virginia. Ricevette un Nastro d’Argento per il film Mogli pericolose, ’58, di Luigi Comencini, come migliore attrice non protagonista.

Altri film di un certo spessore cui ha preso parte Il mattatore, ’60 di Dino Risi, Crimen, Mario Camerini e l’ultima sua apparizione sul grande schermo, Fango sulla metropoli, ‘65. Poi, a soli 30 anni, rimasta incinta, il suddetto ritiro dalle scene, sino al tragico odierno ritorno, riportandoci bruscamente il ricordo di una donna sinuosamente affascinante, dotata di un certa ironia ed autoironia, dote quest’ultima a volte piuttosto rara nel mondo dello spettacolo, capace con classe ed intelligenza di saper andare, brillantemente, ben oltre il solito ruolo di “bellona di turno”.

Il moralista (1959)

Nella storia del cinema molti sono i film a sfidare il tempo facendosi forza di una concreta attualità, sia in riferimento al periodo in cui furono girati, sia ai tempi odierni, almeno in linea di massima e come spunto per analizzare gli eventuali mutamenti verificatisi nel costume e nella società in genere; trattasi di opere frutto spesso di una felice intuizione, nate da un’osservazione critica della realtà e che risaltano per l’interpretazione offerta dai protagonisti capaci di ovviare, con felici caratterizzazioni, tanto a sceneggiature che, più in particolare, a regie prive di particolari slanci inventivi.

Quanto detto è certamente valido per il film in esame, Il moralista, regia di Giorgio Bianchi (1904-1967), sceneggiatura “a più mani” (Luciana Corda, Ettore M. Margadonna, Rodolfo Sonego, Vincenzo Talarico, Oreste Biancoli) ed un cast estremamente indovinato che ha le sue punte di diamante in Alberto Sordi, Vittorio De Sica e Franca Valeri.

Il presidente (De Sica) dell’OIMP, Organizzazione Internazionale della Moralità Pubblica, ha validi motivi per essere contento del nuovo segretario dell’ente, Agostino Salvi (Sordi), uomo moralmente irreprensibile, serio e morigerato, pronto a lanciarsi con la foga cieca del censore su quanto ritenga possa offendere il comune senso del pudore, procedendo a testa bassa nella sua nobile missione volta a chiudere locali pubblici su richiesta di preoccupate madri di famiglia o tagliare scene a suo dire indecenti in vari film, quando non interviene già nel titolo; il presidente vedrebbe poi di buon occhio una possibile unione del funzionario con la figlia Virginia (Valeri), di ritorno da Londra con arie da donna vissuta ed emancipata.Inviato a Monaco di Baviera a presenziare ad un importante congresso, Agostino rivelerà ben presto la sua vera natura, visto che gestisce uno squallido giro di ragazze da sfruttare in equivoci night club; anche gli altri componenti dell’associazione non sono certo immacolati, ad iniziare proprio dal presidente, incline alle grazie di una procace attricetta ben conscia di poter fare a meno di una scuola di recitazione.

Se regia e sceneggiatura mostrano più di un cedimento, visualizzando una farsa composta da più episodi in qualche modo tenuti insieme, risolta nel generico “il più pulito tra di voi ha la rogna”, rimane sempre valida la sua funzione di micidiale sberleffo alla censura imperante del periodo, d’impronta democristiana, con un riferimento più che probabile alla figura di Agostino Greggi, assessore DC al Comune di Roma ed animatore di un’associazione con fini morali.

Il ponte tra finzione e realtà è estremizzato nell’ interpretazione di un Sordi ormai conscio delle proprie capacità espressive, estremamente verosimigliante sia nell’abbigliamento che nella caratterizzazione fisica:tra vestito grigio, occhialini tondi e capelli ritti, trova la sua sublimazione nello sguardo invasato e nel sorriso ghignante di chi sa di poter farsi forza di una legittimata prevaricazione. Non sono certo da meno De Sica, imperituro e maturo dongiovanni, e la sempre brava Valeri, che evolve ulteriormente il suo personaggio di donna emancipata, almeno in apparenza, ma ben distante dal solito immaginario maschile, costretta alla solitudine. Da non sottovalutare infine, in questi tristi tempi di prostituzione dell’immagine, la valenza del film nel farci notare la nostra beata involuzione, perennemente e pericolosamente sospesi tra “vizi privati e pubbliche virtù”.

Mario Monicelli (1915-2010)

Mario Monicelli non c’è più. Si è suicidato lanciandosi dal quinto piano dell’ Ospedale San Giovanni di Roma, dove era ricoverato nel reparto di urologia. Soffriva infatti di un tumore alla prostata. Ho appreso la notizia con grande sconforto e sono tuttora sconvolto, non certo per la morte in sé o le circostanze e modalità tramite le quali si è verificata, in fondo coerenti con quella gagliarda strafottenza che gli era propria nella vita, pur connotata da una certa malinconia. Vi potrà sembrare strano, e così è anche per me, avendolo conosciuto solo attraverso le sue opere e le interviste rilasciate negli anni, ma è come se mi avesse lasciato un fraterno amico di vecchia data, capace di aiutarti a considerare la vita, ad osservare la realtà che ci circonda, con uno sguardo diverso, magari velato da un leggero, disincantato, cinismo, facendo sì che quella piega a mò di smorfia tra le labbra si trasformi in un sorriso, pur se appena accennato e dal retrogusto un po’ amaro.

Grazie a lui ho potuto capire che il principe della risata, l’immenso Totò, non era soltanto una marionetta dalla comicità stralunata e surreale, ma offriva la possibilità di delineare personaggi a tutto tondo (Guardie e ladri, ’51, coregia di Steno; Totò e Carolina,’55, prima firma autonoma), con una capacità espressiva più realistica e dai toni soffusamente chapliniani; ho poi ammirato la concreta capacità del nostro cinema di dar vita ad un grande affresco corale ed una fedele ricostruzione storica (La grande guerra, ’59, Leone d’oro a Venezia), facendoci vedere la guerra al di fuori di ogni retorica, dal punto di vista della trincea e di due eroi per caso (Gassman e Sordi), il cui sacrificio, come quello di tanti passerà inosservato; ho riso e continuerò a ridere sino alle lacrime nel vedere Monica Vitti interpretare La ragazza con la pistola, ’68, primo ruolo non drammatico dell’attrice e raffigurazione grottesca di una possibile emancipazione delle donne del Sud, così come nel sentire Gassman, nei panni inediti di Peppe “er pantera”, balbettare “è scc…sc…scientifico!” (I soliti ignoti, ’58) per commentare la bontà del colpo progettato ai danni del banco dei pegni, insieme alla scalcagnata banda di cui è a capo, simbolo di un’Italia ancora non in preda al boom economico, sospesa tra tradizione ed innovazione. O ancora sempre lo stesso Gassman cavaliere male in arnese (L’armata Brancaleone, ’66), sullo sfondo di un Medioevo demitizzato, lontano dalla scolastica iconografia oleografica e romantica.

Andando avanti negli anni, Monicelli riesce sempre a captare le mutazioni in atto negli italici costumi, dando vita a film come Amici miei,’75, da un’idea di Pietro Germi, mettendo in scena le disillusioni di chi non è riuscito a cambiare lo stato delle cose, e trova conforto in un gruppo affiatato di amici che elevano la goliardia a stile di vita, sospesi tra normalità borghese e voglia di metter tutto in burla, o l’estremo tentativo di evoluzione della nostra commedia (Un borghese piccolo piccolo, ’77), volta al tragico grazie, in tal caso, anche ad una magistrale interpretazione di Sordi. Tra gli anni ’80 e i ’90 non si possono dimenticare opere come Speriamo che sia femmina, ’86, estrema e sentita caratterizzazione della pavidità maschile contrapposta alla generosità femminile, sottolineata comunque con il noto stile graffiante, o Parenti serpenti, ’91, lucido, fosco, spietato e, al solito, lungimirante, ritratto della crudeltà insita nella tipica “buona famiglia”.

Nel 2006 gira Le rose nel deserto, che può considerarsi la summa delle tematiche sviluppate nel corso della sua carriera, mentre nel 2008 alla 65ma Mostra del Cinema di Venezia presenta fuori concorso il documentario Vicino al Colosseo c’è Monti, omaggio alla Roma di una volta e suo ultimo lavoro, prodotto dalla Inspire Production di Gianvito e Alessandro Casadonte, con sede a Montepaone (CZ). Mi sono volutamente soffermato sui titoli a mio parere più rappresentativi, tralasciando altri ugualmente meritevoli di ricordo, per non tediare con il solito “coccodrillo” di circostanza, perché ciò che mi preme sottolineare è come Monicelli, coadiuvato da grandi sceneggiatori ( tra gli altri, Sonego, Age e Scarpelli, Vincenzoni, Suso Cecchi d’Amico) e valorizzando i migliori attori del periodo, sia stato, a parer mio, colui che ha dato al circoscritto genere della “commedia all’italiana” la connotazione forse più autoriale, trasferendo sullo schermo la visualizzazione di un’ Italia che non gli piaceva, una estremizzazione dei suoi vizi mai compiaciuta o compiacente, dal retrogusto amaro, dai toni cinici e beffardi, un melange di farsa e burla dalle ascendenze letterarie.

La risata che scaturisce dalla visione dei suoi film non è sempre immediata, è qualcosa che va oltre la superficie e che si avvicina sempre più all’oggetto dello scherno, invece che prenderne le distanze, acquisendo in tal modo un’inedita connotazione drammatica che convergerà man mano in una spietata e lucida satira di costume, un discorso che si farà sempre più esplicito, riuscendo a coinvolgere gli spettatori, catalizzando attenzione e risate di pari passo.Difficile che un autore, un personaggio, di tal calibro possa considerarsi veramente scomparso… No, Monicelli non è morto, è semplicemente partito per un viaggio, alla ricerca di un posto dove poter osservare questo pazzo mondo alla luce di un inedito punto di vista.
Ciao Mario, e grazie.