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Claudio Sottocornola: domani in rete la terza parte del progetto Working Class, “Anni ’60″

Claudio Sottocornola

Domani, giovedì 31 maggio, sul sito www.claudiosottocornola-claude.com, sarà disponibile in video la terza parte del progetto web Working Class, ideato dal “’filosofo del pop” Claudio Sottocornola: dopo il grande interesse suscitato, arriva anche su su Youtube il percorso attraverso le canzoni nella Storia recente italiana che, a partire dall’ultimo giorno di ogni mese, da marzo (ultimo appuntamento il 31 luglio), propone un nuovo live, mix delle sue famose lezioni-concerto sul territorio.

Anni ‘60 segue a Teen-agers di ieri e di oggi e Decenni, già in rete, e rappresenta l’occasione per entrare nel vivo del repertorio più amato da Sottocornola, che non ha mai nascosto di considerare quel mitico decennio, anagraficamente associato per lui agli anni dell’infanzia, un periodo aureo e irripetibile della Storia del secondo Novecento, quando “si affacciavano alla ribalta… personaggi come Bob Dylan e Allen Ginsberg, Andy Warhol e Lou Reed, dove cinema, letteratura, rock e arte varia si fondevano nell’elaborazione di un modello culturale che sarebbe diventato planetario”. Anche se la musica che arrivava in Italia risultava edulcorata rispetto ai contenuti più caustici e corrosivi del rock anglosassone, dallo jé-jé al beat, dal flower power alla contestazione studentesca, il nostro Paese riuscì comunque ad elaborare in quegli anni una colonna sonora pop-rock e d’autore che sarà poi esportata in tutto il mondo.

Se nella prima parte si va dalla associazione di Volare con Stand by me (l’una apre e l’altra chiude il percorso), all’insistenza sul repertorio delle grandi dive di quegli anni (troviamo Cuore e Fortissimo della Pavone, insieme ad un medley con La partita di pallone e Il ballo del mattone; di Mina Se telefonando ma anche E se domani, di Patty Pravo Se perdo te), fino all’analisi della grande canzone d’autore (Sapore di sale di Paoli, La musica è finita di Bindi, Geordie di Fabrizio de André), nella seconda invece prevale l’attenzione alle nuove istanze critiche e alla fine del decennio, con brani quali Che colpa abbiamo noi dei Rokes o la beatlesiana e struggente Let it be, quasi epitaffio dell’intera decade.

Ci si sofferma così sull’inestricabile intreccio fra canzone e società, storia e costume, quotidiano ed epocale, tracciando ritratti dei grandi personaggi della canzone riletti come icone di un’intera generazione: pagine d’ intensa emozione, tutte giocate sulla stretta attualità in cui il filosofo-performer rilegge, ricolloca e reinterpreta i suoi brani prediletti, con piglio malinconico e risentito quanto basta per fa passare il messaggio che quelli erano davvero, per lui ma forse anche per noi, giorni migliori.

Addio a Lucia Mannucci

Dopo la scomparsa di Lucio Dalla, un’altra perdita per la musica italiana: è morta Lucia Mannucci, l’ultima componente del Quartetto Cetra, storica formazione musicale, nata negli anni Quaranta, che comprendeva Virgilio Savona, suo marito, morto tre anni fa, Felice Chiusano, scomparso nel 1990 e Giovanni “Tata” Giacobetti, morto nel 1988. Il Quartetto Cetra, noto tanto per i brillanti testi delle canzoni, scanzonati ed ironici, che per la grande capacità d’elaborazione vocale dei temi propri del jazz e dello swing, ha lasciato anche un segno nella storia della televisione italiana, con la trasmissione Biblioteca di Studio Uno, regia di Antonello Falqui, conquistando una grande popolarità grazie alle parodie di vari classici della letteratura, dai toni sempre garbati e dalla notevole raffinatezza nella messa in scena.

Addio a Lucio Dalla

Lucio Dalla

La notizia, per quanto certo inaspettata, a poche settimane dalla sua partecipazione a Sanremo, come direttore d’orchestra e co-autore del brano eseguito da Pierdavide Carone, Nanì, ormai ha trovato conferma: il cantautore Lucio Dalla è morto, colpito da un attacco cardiaco a Montreux, in Svizzera, dove si trovava per una serie di concerti. Il 4 marzo avrebbe compiuto 69 anni.

Attivo sulla scena musicale italiana da cinquant’anni, dagli inizi jazzistici (clarinetto e sassofono) Dalla è poi poi passato ecletticamente, e con un certo istrionismo di fondo, attraverso vari generi musicali, quali il beat, indicativamente tra il ’64 e il ’72, per pi stringere una collaborazione con il poeta bolognese Roberto Roversi, dal ’73 al ’76, ed arrivare così alla definitiva affermazione come autore completo, tra il ‘77 e il ‘93, sino alla fase pop degli ultimi anni, sempre incline, comunque, a superare le classiche barriere del genere, tra sperimentazioni, spesso divertite ancor prima che divertenti, volte ad estenderne i confini verso la classica melodia “all’ italiana” e la lirica.

Da cinefilo ricordo la sua partecipazione a qualche classico “musicarello”, ma soprattutto la parte di Ermanno ne I sovversivi, dei fratelli Paolo e Vittorio Taviani, per la quale ottenne una candidatura come migliore attore alla 23ma Mostra d’Arte Cinematografica di Venezia nel’67, e poi Borotalco, 1982, di Carlo Verdone, dove l’artista è rappresentato e visualizzato dalle sue canzoni a far da colonna sonora e dall’ammirazione sfegatata della sua fan Nadia (Eleonora Giorgi): da oggi in poi sarà certo così per tanti di noi, o almeno per quanti hanno ammirato e seguito il suo estro artistico nel corso degli anni, magari consapevoli (Disperato Erotico Stomp) che in questo strano e vecchio mondo “l’impresa eccezionale, dammi retta, è essere normale” .

Walter Chiari – Fino all’ultima risata

Alessio Boni e Bianca Guaccero

Ho sempre considerato Walter Chiari come una delle figure più complesse e meno comprese nell’ambito dello spettacolo italiano, probabilmente prigioniero del suo stesso straordinario eclettismo, volto a delineare, unendo tradizione e modernità, un’inedita, almeno nel nostro paese, figura di entertainer, ancora prima che d’attore propriamente detto, anche nella spesso abusata aggettivazione “comico”. Capace di sfruttare tanto una mimica non legata a precise caratteristiche fisiche, che un’esuberante interazione con il pubblico per dar vita a diversi personaggi, anche con il semplice racconto di una barzelletta, era lontano anni luce dalla classica “macchietta” e pur predominando man mano toni più malinconici, credo sia riuscito a mantenere sino all’ultimo quell’aria da ragazzo mai propriamente cresciuto, forse anche ammantata da un certo spirito goliardico.

Ricordo con piacere molti suoi sketch televisivi, alcuni ho avuto modo di rivederli o di vederli per la prima volta “da grande” (la riproposizione dei fratelli De Rege o Il Sarchiapone, entrambi con Carlo Campanini) in programmi come Storia di un altro italiano, sette puntate di Tatti Sanguineti, e man mano, appassionandomi al personaggio, ho cercato i vari film a cui ha preso parte negli anni, rimanendo colpito in particolare dalla sua interpretazione ne Il giovedì, Dino Risi, ’63, come da quella offerta in Bellissima di Visconti, ‘51 o ne La rimpatriata, ’63, Damiano Damiani, limitandomi a qualche titolo tra i tanti, per ragioni di brevità e giusto per evidenziare il già citato eclettismo, specie in presenza di valide scritture.

Alla luce di queste mie considerazioni, ho atteso con una certa curiosità, mista a prevenzione, lo ammetto, la messa in onda (Rai Uno, domenica 26 e lunedì 27 febbraio) della miniserie Walter Chiari- Fino all’ultima risata, regia e sceneggiatura (quest’ultima insieme a Luca Rossi) di Enzo Monteleone e con Alessio Boni protagonista principale (tra gli altri interpreti Bianca Guaccero, Caterina Misasi, Anna Drijver, Dajana Roncione), sperando, pur nell’ambito di un prodotto televisivo, che venisse fatta risaltare sia la complessa personalità dell’artista sia, particolare a mio avviso non secondario, il clima proprio dei vari anni in cui il nostro si trovò a calcare le scene, i mutamenti di costume, le trasformazioni in atto nella società, anche in considerazione delle note vicende legate alla droga che ne comportarono la detenzione in carcere nel ’70.

Purtroppo dopo la visione la delusione è stata cocente: non solo niente di quanto avevo sperato si è palesato sullo schermo, ma tutto si è risolto nella pur ottima interpretazione di Boni, allo stesso tempo pregio e limite della fiction, con il voler rendere alla perfezione, dalla parlata alla gestualità, in ogni minima espressione, la figura di Chiari, insistendo soprattutto sulla consueta parabola di uomo “normale”, o “comune” che dir si voglia, sopraffatto dall’improvviso successo e conseguente incapacità o spavalda incoscienza nel gestirlo.
Ecco, quindi, la solita sfilata dei vizi che affliggono gli uomini di spettacolo (cocaina, gioco d’azzardo, catalogo ragionato di belle donne) e qualche vano tentativo di redenzione (il matrimonio con Alida Chelli, la nascita del figlio Simone), con il solo risultato di banalizzarne la contraddizione uomo-artista, al’insegna del classico “se non sono gigli son pur sempre figli, vittime di questo mondo”, citando, forse a sproposito, De Andrè.

Anche nella considerazione di un prodotto tv improntato alla godibilità complessiva e alla conseguente consolazione auto assolutoria degli alti indici d’ascolto, il ricordo, la sua elaborazione, è certo qualcosa di molto complesso, che va ben al di là della pedissequa imitazione di una smorfia o di un tic o di una regia e di una sceneggiatura improntate alla mera funzionalità della messa in scena: dal cosiddetto servizio pubblico, espressione quanto mai abusata, ne convengo, è lecito pretendere di più.

Dal Vangelo secondo Adriano

Adriano Celentano

Come riportato nelle Scritture, in loro adempimento, apriti cielo, spalancati terra, verrà il giorno in cui del Tempio Ariston di Sanremo non resterà pietra su pietra…
Lingue di fuoco si abbatteranno sul palco, Morandi non avrà neanche il tempo di mormorare “stiamo uniti” e Papaleo di assecondarlo sempre più (inutilmente) stralunato, la forza aerea (probabilmente celeste, anche l’ira divina si aggiorna) lancerà le sue bombe su quei pochi cantanti che in qualche modo siano riusciti nel frattempo ad esibirsi cercando di dare un senso al consueto luccicante baraccone nazional-popolare dell’assurdo, sempre più statico, farraginoso e auto celebrativo.

Ma ecco, sta scritto che una figura si ergerà dalle macerie, colui che porterà pace e serenità ai nostri poveri cuori afflitti e oppressi, ricordandoci la bellezza del Regno dei Cieli della quale anche preti, frati, testate cattoliche si sono ormai dimenticati. Lui (Joan) scenderà dal suo dorato ritiro in quel di Galbiate per adempiere la sua missione, da bravo e disincantato moralizzatore, comunicare al mondo le ovvietà più disarmanti, non limitandosi ad esporre il proprio pensiero, com’è giusto che sia per ognuno di noi, ma preoccupandosi d’ imporlo come verità rivelata e calata dall’alto con modalità messianiche in odor d’ Apocalisse, il tutto inframmezzato, e appena ammorbidito, da qualche canzone o gag vagamente statica, cercando d’avviare un inedito trio con gli improvvisati discepoli Morandi e Pupo o di duettare con Papaleo, tra gli eletti che lo riconoscono come “ sua immensità”.

E come dimenticare i cassa integrati, l’Italia che ha perso la bellezza, la politica? Il nostro riserva al riguardo, nella sua magnificente e sgangherata misericordia, pillole di confortante saggezza, non dimenticandosi, ovvio, di salvare anche se stesso, lanciando invettive ed insulti a quanti hanno semplicemente messo in atto il loro diritto di critica, certo non capendo, la storia si ripete, la bontà del verbo, preferendo le tenebre alla luce. Se non fosse che Celentano propone ormai da anni lo stesso copione (tutto ebbe inizio con il film Joan Lui, ‘85), avrebbe avuto probabilmente più senso uno spettacolo a sé stante, considerando lunghezza e lentezza dell’esibizione (un’ora e più), alla fine apparsa come un’appropriazione indebita e impudica, facendo risaltare ancora di più, merito o demerito, ai posteri l’ardua sentenza, la solita teatralizzazione surreale di un mondo a parte, tra amenità e finta umanità.

Addio a Gino Latilla

Gino Latilla (foto), tra le voci storiche della nostra canzone, felice espressione del “bel canto all’italiana”, è morto ieri mattina, domenica 11 settembre, a Firenze, presso l’ospedale di Santa Maria Nuova, dopo una lunga malattia; nato a Bari nel 1926, Latilla crebbe artisticamente alla scuola del padre Mario, anch’egli cantante, esordendo nel ’48 presso il Teatro Manzoni di Bologna con Mailù, proseguendo la sua carriera con varie tournée in Germania e negli Stati Uniti, per essere poi assunto in Rai, nel ’52, partecipando ad alcune trasmissioni radiofoniche, nell’orchestra del Maestro Cinico Angelini.

Il suo nome è legato soprattutto al Festival di Sanremo, ai numerosi successi riscossi nelle varie edizioni, a partire da Vecchio scarpone, ’53, rievocazione a ritmo di marcia degli anni giovanili, purtroppo per molti coincidenti con quelli della guerra, cantata insieme a Giorgio Consolini, con il quale ottenne il terzo posto, per poi classificarsi al primo nel ’54 con la tenera e struggente Tutte le mamme, sempre in coppia con Consolini e contemporaneamente al terzo con E la barca tornò sola , con il Duo Fasano e Franco Ricci; sempre nell’ambito sanremese si ricordano titoli quali Casetta in Canadà, ’57, quarto posto, cantata insieme a Carla Boni (che sposerà nel ’58, per poi separarsi), così come Timida serenata, ’58, poi Io sono il vento, ’59, in coppia con Arturo Testa, e Il mare nel cassetto, ’61, cantata insieme a Milva; altri successi furono Amico tango,’53, con Nilla Pizzi, Tchumbala bey, Marietta monta in gondola, entrambe del ’54, Serenatella sciuè sciue,’57.

L’Italia della radio, il bel paese in bianco e nero dei filmati storici e dei ricordi di molti, reduce dal secondo conflitto, sospesa tra antichi valori ed innovazione, in odore di boom economico, si riconosceva nei testi di quelle canzoni e si faceva trasportare dall’armoniosa melodia, assicurandone il successo, almeno sino agli anni ’60, quando iniziarono ad imporsi nuove tendenze musicali e Latilla, probabilmente intuendo il cambiamento, abbandonò le scene per divenire funzionario Rai, tornandovi negli anni ’80, all’interno del gruppo Quelli di Sanremo, insieme ad altre “vecchie glorie” (Pizzi, Consolini, Boni); il tentativo di rievocazione apparve però da subito un po’ triste, subentrando, ed avendo la meglio, la rimembranza, che nella mente diviene spesso elegia, dell’Italia dei “vecchi scarponi” o delle “casette piccoline in Canadà, con vasche, pesciolini e tanti fiori di lillà”.