Archivio delle Categorie: Fumetti e cartoni animati

Animēshon – Rassegna del cinema di animazione giapponese a Taurianova (RC)

Sono venuto casualmente a conoscenza di una bella manifestazione, Animēshon – Rassegna del Cinema di animazione giapponese, curata dall’Associazione culturale Parallelo 38 di Taurianova (RC), che ha già avuto il suo avvio venerdì 23 marzo con la proiezione de La città incantata, ed è poi proseguita venerdì 20 aprile con Nausicaä della Valle del Vento, entrambe opere di Hayao Miyazaki, ma continuerà sino al 7 dicembre, come dal programma che potete leggere di seguito.

Venerdì 11 maggio: Il mio vicino Totoro (1988, Hayao Miyazaki); venerdì 1 giugno: Porco Rosso (1992, Hayao Miyazaki); venerdì 28 giugno: Principessa Mononoke (1997, Hayao Miyazaki); venerdì 13 luglio: Il castello errante di Howl ((2004, Hayao Miyazaki); venerdì 27 luglio: Akira (1988, Katsuhiro Ōtomo); venerdì 17 agosto:Tokyo Godfathers (2003, Satoshi Kon); venerdì 7 settembre: Metropolis (2001, Rintarō, pseudonimo di Shigeyuki Hayashi); venerdì 5 ottobre: Ghost in the shell (1995, Mamoru Oshii); venerdì 2 novembre: Ghost in the shell II (2004, Mamoru Oshii); venerdì 7 dicembre: Memories (1995, Kōji Morimoto,Tensai Okamura, Katsuhiro Otomo). Le proiezioni si terranno alle ore 18:00, presso l’ Ex Palazzo Municipale di Taurianova, sito in Via XX Settembre.

The Avengers -3D-

Scritto e diretto da Joss Whedon, più noto come sceneggiatore, soprattutto televisivo (la serie Buffy), qui alla sua seconda regia (l’esordio nel 2004, Serenity), The Avengers è un film che si sostanzia, nel bene e nel male, come un classico esempio di comic movie. Suoi cardini principali sono il distacco dal realismo propriamente detto e la spettacolarità, quest’ultima mai fine a se stessa, che vanno di pari passo con bilanciate dosi d’ironia e grezzo tratteggio psicologico dei vari personaggi, senza alcuna intenzione di allontanarsi dal puro e semplice intrattenimento.

La poliedricità pop di Whedon, anche fumettista, infatti, visualizza lo script, nella sua composizione essenziale, almeno questa è stata la mia impressione, proprio come un albo a fumetti, traendo linfa vitale tanto dall’ omonima serie della Marvel (il primo numero risale al ’63, opera di Stan Lee, Jack Kirby e Dick Ayers) che dagli indizi disseminati da quest’ultima nel corso degli anni nelle pellicole dedicate ai suoi supereroi, tante tessere destinate alla composizione, non certo definitiva, d’ un agognato mosaico.

Ecco quindi un prologo abbastanza lento nel raccogliere i suddetti elementi, con il malvagio Loki (Tom Hiddleston), fratellastro di Thor (Chris Hemsworth ) che si impossessa del tessaract e dichiara guerra al genere umano, a suo dire meritevole solo di essere comandato (corsi e ricorsi storici …), portando il capo dello Shield, Nick Fury (Samuel L. Jackson ) alla decisione estrema di costituire un gruppo di super disadattati (parole sue, più o meno) a protezione del pianeta: Steve Rogers/Capitan America (Chris Evans), Tony Stark / Iron Man (Robert Downey Jr. ), il citato divino Thor e lo scienziato Bruce Banner (Mark Ruffalo) in “dolce attesa” di divenire verde dall’ira (Hulk). In forza al gruppo anche gli agenti Natasha Romanoff / Vedova Nera (Scarlett Johansson ) e Clint Barton/ Occhio di Falco (Jeremy Renner), quest’ultimo inizialmente soggiogato dal nemico…

Si prosegue con una parte centrale statica e sin troppo farraginosa, giocata com’è sull’introduzione progressiva dei magnifici, nella difficoltà di trovare un accordo concreto per una lotta comune, con gran spolvero dei loro tormenti interiori e scaramucce da prime stelle nel rinfacciarseli, per poi arrivare all’atto finale, una mezz’ora conclusiva densa d’azione ed effetti speciali nel centro di New York.

Qui finalmente il buon Whedon dimostra di essere anche un valido regista, con qualche asso nella manica, vedi l’estrema mobilità della macchina da presa che gira intorno al gruppo superomistico, ora d’ accordo nel menare le mani per la salvezza del mondo, riuscendo anche a dare un minimo di significato ad un 3d sinora trattenuto nella primigenia funzionalità effettistica da drive- in, ovvero, senza troppi sofismi, dal sentore di presa per i fondelli.

Fil rouge tra le varie vicende e i rapporti con il resto dell’allegra brigata sembra essere l’umorismo sornione di Stark/Iron Man, ben reso, tra un gigionismo e l’altro, da Downey Jr., moderno dandy erede del miglior De La Vega, che fa da efficace contraltare alla pomposità retorica di Capitan America (colpa della divisa …) o alla magniloquenza inutilmente shakespeariana di Thor, visto che il contrasto con Oki (ben reso nell’interpretazione di Hiddleston come villain da operetta) si trasforma qui in un piagnisteo su chi sia stato il cocco di papà Odino.

Da non sottovalutare la corporalità validamente strizzata in tutina nera della Johansson, il cui duetto con Renner, per quanto efficace tra detto e non detto riguardo trascorsi sentimentali e lavorativi, avrebbe meritato un maggiore approfondimento; molto bella invece la rappresentazione dimessamente dolente espressa da Ruffalo, umanità esibita e mostruosità trattenuta, con il colosso ben reso in motion capture.

Che dire in conclusione? Di un albo a fumetti si possono apprezzare tante cose, insieme o prese singolarmente, dal senso dell’avventura all’eroismo sofferto in odor di sacrificio, passando per la visionarietà barocca e la vacua ampollosità dei dialoghi, poi lo si ripone e, convinti o meno, si attende l’uscita del prossimo numero … E’ il merchandising bellezza, e non puoi farci nulla, anche perché, morale lapalissiana di tutta l’operazione, “l ‘unione (Marvel più Disney distributrice ) fa la forza”.

Pirati! Briganti da strapazzo -3D-

Pirati!Briganti da strapazzo, ultima realizzazione della factory inglese Aardman Animations (Wallace & Gromit e la maledizione del coniglio mannaro, Oscar miglior film d’animazione nel 2006), sceneggiato da Gideon Defoe sulla base di un suo racconto, diretto da Peter Lord, con la co-regia di Jeff Newitt, è un valido esempio di come una tecnica di ripresa “antica”, la stop motion, possa validamente integrarsi con quelle più moderne o comunque ormai d’uso frequente e comune, quando non abusato.

Il film convince, in primo luogo, a livello tecnico, con un’incredibile mobilità ed espressività dei pupazzi in plastilina e latex unite ad una certosina, estremamente veritiera, ricostruzione di ogni ambiente, dalle piratesche Blood Islands alla Londra vittoriana del 1837, con dovizia di particolari anche negli interni e a bordo di ogni singola imbarcazione: computer grafica e 3d vengono utilizzati funzionalmente per dare inedita profondità e veridicità al cielo e alla superficie del mare, altrimenti impossibili da ottenere.

In secondo luogo, poi, avvince il plot narrativo, che vede protagonista Capitan Pirata e la sua scalcagnata ciurma a solcare i mari con un altrettanto malmesso veliero, per cercare d’eguagliare e superare nelle imprese e nei cospicui bottini quanto messo in atto dalla concorrenza, in vista dell’assegnazione del premio di “Pirata del’anno”: arrembaggio dopo arrembaggio, dagli esiti sempre più sconfortanti, l’assalto definitivo sarà quello alla nave di Charles Darwin, il quale constatato come Polly, l’amato pappagallo di bordo, sia in realtà l’ultimo esemplare di dodo, farà sì che il Capitano si rechi a Londra nelle inediti vesti di scienziato, imbattendosi nell’acerrima nemica dei pirati, la regina Vittoria…

Più che alla recente saga de I pirati dei Caraibi, Defoe e Lord si rifanno soprattutto ai classici film pirateschi della Hollywood del tempo che fu (vedi le carte di navigazione, qui animate, ad indicare la rotta seguita), cavalcando allegramente qualche anacronismo citazionista (Jane Austen a passeggio sottobraccio con il lynchiano Elephant Man, il Re Pirata addobbato alla Elvis), all’insegna di un tono scanzonato, beffardo, divertente e irriverente, con più di uno sberleffo al potere costituito e a certa boria esibizionista della scienza:basterebbe al riguardo soffermarsi su come viene raffigurata la regina Vittoria, con tanto di clamorose “sorprese sotto l’abito” o un Darwin timido e verginello, che esterna la sua attività d’esploratore soprattutto nei confronti del gentil sesso.

Comunque più di un personaggio offre gustose caratterizzazioni, con il piacere di giocarci su, magari facendo pensare a qualche rivelazione che non vi sarà (la donna travestita da bucaniere), o giocando con una comicità da cinema muto (lo scimmiotto maggiordomo di Darwin che si esprime con bigliettini consoni alle varie situazioni):a farla da padrone sono intelligenza ed humour squisitamente britannico, uniti a punte grottesche e surreali, con più di un riferimento, e qui devo giocoforza unirmi a quanto già scritto da altri, al gruppo comico dei Monty Python.

Se tale accostamento è intuibile dagli adulti, per i più piccini, tra varie scene divertenti (dalla sera del prosciutto alla devastazione della casa di Darwin con una vasca da bagno), è comunque avvertibile, inserito con una certa grazia, senza forzatura alcuna, opportunamente centellinato sino al finale, il messaggio volto ad evidenziare come il premio, il riconoscimento più grande che si possa ottenere nella vita, è l’amicizia affettuosa e sincera offerta dai propri compagni di viaggio, con qualche accenno, inoltre, a tematiche ambientaliste ed animaliste.

In sostanza un valido prodotto d’intrattenimento per tutti, bambini e adulti non accompagnati da minori, che forse richiede un minimo d’adattamento rispetto ad altre realizzazioni più furbescamente impostate ed ammiccanti, ma un’ora e mezzo di sana allegria e sincero stupore è garantita. Hurrah!
********************************************************
Nella versione originale la voce di Capitan Pirata è di Hugh Grant, quella della regina Vittoria di Imelda Staunton, sostituiti in Italia da Christian De Sica e Luciana Littizzetto (con buoni risultati nel primo caso, qualche vago cedimento verso il romanesco a parte, discreti nel secondo, con una certa insistenza verso i toni striduli).

“Zalex”, concorso di EnergiECalabria su Arte e Rispetto delle Regole

All’insegna dello slogan Operare nelle Regole per la costruzione di un mondo migliore è bellissimo e anche… artistico!, l’associazione EnergiECalabria-Movimento creativo, presieduta da Antonio Pezzano, ha lanciato il concorso Zalex, dal nome del “normal-eroe” nato dal pennello di Mattia Papp e dalla creatività di Naic Pezz, e ispirato a Zaleuco Locrese, uno dei primi legislatori del mondo occidentale: tema ispiratore, il rispetto delle regole.

Il concorso è destinato agli studenti delle scuole medie di I grado delle province di Reggio Calabria e di Firenze, che sono invitati a esprimersi attraverso i più moderni mezzi di comunicazione: l’audiovisivo, la fotografia e il fumetto, quindi tre sezioni cui è possibile partecipare come singolo, come gruppo o come classe o scuola, in maniera del tutto gratuita, con premio finale ai primi tre classificati e attestato di merito ai menzionati per ciascuna di esse; il termine per l’invio dei lavori è previsto per il 28 aprile 2012.

Un gemellaggio di impegno sociale tra le scuole dei due territori, nel ricordo del grande legislatore magno-greco e dell’insigne giurista fiorentino Piero Calamandrei, che trovò ispirazione anche in Zaleuco per un suo scritto sui giudici locresi. Inoltre, grazie alla gentile ospitalità della storica Galleria Tornabuoni di Firenze, alcune opere saranno esposte anche in Toscana.

La giuria, nominata da EnergiECalabria e composta da cinque membri, espressione del mondo della scuola, della cinematografia e della fotografia, sarà resa nota entro sabato 5 maggio 2012, e provvederà, a suo insindacabile giudizio, a stilare per ogni sezione la graduatoria di merito dei tre vincitori ed eventuali menzionati, i cui nomi saranno comunicati durante la manifestazione di premiazione, che si svolgerà a Locri (RC), nell’Auditorium del Palazzo della Cultura, nella seconda metà di maggio.

Quanti volessero partecipare al concorso potranno approfondire meglio le tematiche cui dovranno ispirarsi attraverso la visione del docu-film Memorie incantate, diretto da Antonio Ciano e frutto di un lavoro corale, promosso nel 2009 da EnergiECalabria, disponibile nelle scuole, anche su richiesta, oppure attraverso la riduzione online su You Tube o sul sito dell’associazione. Il bando completo e tutte le info su www.energiecalabria.it. (Fonte:comunicato stampa EnergiECalabria).

Il Gatto con gli Stivali- 3 D-

Spin off e prequel di quel Shrek con il quale nel 2001 la Dreamworks riuscì ad emancipare e rendere “adulto” il mondo dei cartoons e delle fiabe contemporaneamente, a colpi di smitizzazione, perfida ironia ed un linguaggio dai continui rimandi filmici, Il Gatto con gli Stivali eleva a ruolo di protagonista il micio spadaccino, entrato in qualità di comprimario nel secondo episodio della saga e che, almeno per quanto mi riguarda, ne ha reso più digeribili gli ultimi due capitoli, anche nella versione obesa apparsa in Shrek e vissero felici e contenti (“Sfamami, se osi!”).

Il Gatto, infatti, lontano parente di quello apparso nella fiaba di Perrault, mi aveva letteralmente ammaliato nel suo essere così fascinosamente doppio: da un lato ineffabile schermidore e cavaliere solitario dal savoir faire antico e corteggiatore di leggiadre micine, compendio di tanti eroi leggendari (Zorro in primo luogo, considerando la “p” di puss, micio, come firma in luogo della “z”), oltre che alter ego di Antonio Banderas (suo doppiatore anche nella versione italiana, a partire da Shrek terzo) nei modi ineffabilmente latini, dall’altro preda improvvisa della sua natura felina, che si manifesta in tutte le sue caratteristiche, dal rigurgito delle palle di pelo, agli occhioni spalancati alla bisogna, in un primo piano probabilmente tra i più belli e memorabili della storia del cinema, non solo d’animazione.

Venendo alla pellicola in questione, diretta da Chris Miller, per la sceneggiatura di Tom Wheeler, appare incentrata sui trascorsi del nostro eroe, soffermandosi sulla sua infanzia di gattino orfano, accolto nell’orfanotrofio di San Ricardo, dove stringe amicizia con Humpty Alexander Dumpty, il quale gli rivela l’esistenza dei fagioli magici che permetterebbero di rintracciare la mitica oca dalle uova d’oro, anche se le loro strade ad un certo punto si divideranno bruscamente, per poi ritrovarsi di nuovo insieme, sempre alla ricerca dell’agognato tesoro; accanto a loro, a fronteggiare i terribili Jack e Jill, in possesso proprio dei suddetti fagioli magici, l’affascinante gatta Kitty Zampe di velluto…

Della sfrontata irriverenza propria dell’opera originale è rimasto essenzialmente il gusto di prendere più fiabe, e i loro protagonisti, vedi l’ uovo Humpty (da Attraverso lo specchio e quel che Alice vi trovò di Lewis Carrol, e ancor prima protagonista di una filastrocca inglese), miscelare il tutto e confezionare una inedita e sapida salsa, che ha come ben bilanciati ingredienti più generi: cappa e spada, spaghetti western, commedia e anche musical, grazie alle musiche spagnoleggianti (molto suggestivo il duo alle chitarre, Rodrigo y Gabriela) e ai bei numeri di danza in cui si esibiscono Gatto e Kitty, a fil di tacco e coda, anche se alla fine il risultato appare classicamente “normale”, con una limpidezza d’esposizione volta ai più piccoli, senza particolari slanci innovativi.

Passando sopra qualche appesantimento lungo il percorso narrativo (i flashback e la parte avventurosa in particolare), Il gatto con gli stivali risulta alla fine una realizzazione graficamente e tecnicamente pregevole: il 3D appare funzionale e non invasivo, alla pari di vari virtuosismi registici, mai troppo compiaciuti, come lo split screen che appare in più scene, e la psicologia dei personaggi risulta nel complesso ben definita, giocando soprattutto sulla veridicità delle loro espressioni, anche al di là di un puro e semplice antropomorfismo.

Ciò di cui ho avvertito la mancanza, in particolare nella qualità di adulto non accompagnato da minore, è il senso della bella fiaba, anche se si è comunque ripagati da vari riferimenti cinefili, dai dialoghi caratterizzati da un certo umorismo, e da un senso dell’avventura proprio di alcune pellicole d’antan, tutti elementi che, se non ci fanno tornare il bimbetto di un tempo, riescono comunque a farci sognare, finché si è avvolti nel buio della sala e un per po’ anche all’uscita: di questi tempi, un buon risultato.

Addio a Jerry Robinson

Jerry Robinson

Jerome “Jerry” Robinson, fumettista e scrittore (soprattutto saggi tematici sul mondo dei ballons), è scomparso lo scorso 7 dicembre a New York, all’età di 88 anni. Allievo di Bob Kane, il “papà” di Batman, Robinson, disegnatore ed inchiostratore, contribuì non poco all’evoluzione del “cavaliere oscuro”, adottando, almeno agli inizi, uno stile piuttosto simile a quello di Kane, spesso sostituendolo, visto che questi si dedicava in particolare alle “strisce” sui quotidiani, completandone le storie per gli albi.

Con il n. 5 di Batman (la storia Fratelli), Robinson è disegnatore unico, per poi divenire autore delle copertine: infatti, per quanto, almeno sino al 1968, la firma di Kane fosse ben presente in tutte le storie dell’uomo pipistrello, nella prima tavola, i “disegnatori nell’ombra”, come spesso avviene, erano numerosi e Robinson rientrava tra questi; attivo fino agli anni 60 personalizzò man mano il suo stile, arrivando infine ad una stilizzazione della figura del supereroe, privilegiando, in particolare, toni in certo qual modo scanzonati, almeno rispetto a quelli più violenti propri degli esordi, risalenti al ‘39.

Negli anni è stato poi riconosciuto il suo contributo alla creazione di Robin, “il ragazzo-meraviglia” e, soprattutto, del criminale con la faccia da clown e il perenne ghigno come marchio di fabbrica, colui che diverrà la nemesi di Batman, The Jolly, poi Joker, un misto di malvagità, sarcasmo e sinistro sense of humor: per tale personaggio, Kane ricevette evidente ispirazione dalla visione de L’uomo che ride, Paul Leni, ’28, tratto dall’omonimo romanzo di Victor Hugo, in particolare dal suo protagonista, Conrad Veidt.

Robinson comunque diede il suo contributo ad altri “eroi di carta”, come, tra il ‘42 ed il ‘43, per le avventure del Calabrone Verde (Harvey Comics) o nel ’44 per le gesta di Atoman (Spark ), oltre a curare un corso di giornalismo grafico alla School of Visual Arts ed alla New School of Social Research ed essere stato, dal ‘67 al ‘69, presidente della National Cartoonist Society e del Cartoonist and Writers Syndicate, del quale fu anche membro.