The Amazing Spider-Man (3 D)

the-amazing-spider-man-3-d-L-7x0l2UDopo la visione di The Amazing Spider-Man sono uscito dal cinema alquanto confuso e, soprattutto, scontento, continuando a rimuginare su cosa non mi avesse particolarmente convinto, canticchiando, a mo’ d’amena consolazione, Hanno ucciso l’Uomo Ragno (883, ’92), per poi semplicemente constatare come in me fosse ancora vivo il buon ricordo della trilogia di Sam Raimi (iniziata nel 2002, proseguita nel 2004 e conclusa nel 2007) dedicata al caro vecchio Spidey, personaggio nato nell’ agosto del 1962 per i tipi della Marvel (ideato da Stan Lee, matite di Steve Ditko, n. 15 della serie Amazing Fantasy).

La suddetta trilogia, infatti, a mio avviso ben riuscita (qualche riserva per il numero tre), era spassosamente “fumettosa” nello stile complessivo e nel tratteggio dei vari personaggi, psicologie comprese, magari grezze quanto volete, ma piuttosto efficaci nel sottolineare l’evoluzione dei protagonisti, a partire da Peter Parker, Tobey Maguire.
Altro elemento disturbante, l’ormai sin troppo consueto 3 D “effetto fuffa” (pericolosamente in rima con truffa): così alla fine, nel tentativo d’individuare una valida ragione cinematografica per la pellicola in questione, decido di valutare il tutto come puro e crudo merchandising, nell’ottica di una sempre più diffusa serializzazione di mero stampo televisivo, considerando i tanti punti volutamente e furbescamente lasciati in sospeso nel corso della narrazione, compreso il consueto “arrivederci alla prossima puntata” dopo i titoli di coda.

La sensazione è che regista (Mark Webb) e sceneggiatori (Alvin Sargent, Steve Kloves, James Vanderbilt), dopo un po’ di “sane letture” (Ultimate Spider-Man), siano andati a scuola da Christopher Nolan, applicandosi a fondo nello studiare il suo Batman Begins (2005), mitigandone i risvolti più cupi con un pizzico di Smallville (la serie tv, 2001-2011, dedicata al collega Superman): ecco allora l’adolescenza tormentata del liceale Peter Parker (Andrew Garfield), pesantemente preso in giro dai suoi compagni, l’ amore inespresso per la ripescata Gwen Stacy (Emma Stone), l’infanzia infelice, con i genitori in fuga che l’affidano agli zii paterni Ben (Martin Sheen) e May (Sally Field). Il babbo infatti, valente scienziato, era coinvolto in un esperimento d’ingegneria genetica, insieme al Dr. Curt Connors (Rhys Ifans), del quale il nostro farà presto conoscenza grazie al casuale ritrovamento di una valigetta paterna, mentre il destino tesserà la sua tela …

Nessuno toglie al film una certa spettacolarità, per quanto molte riprese aeree tra i grattacieli di New York a stento si allontanino dall’effetto videogame, connotando una lacunosa identità stilistica che va di pari passo con la mancanza di una vera e propria progressività narrativa:tutto si svolge in maniera meccanica e spesso precipitosa, riducendo molti personaggi interessanti a semplici abbozzi, come il citato Connors, i cui tormenti di mad doctor sono appena accennati, puntando subito su codone e squame in computer graphics, o il capo della polizia, papà di Gwen, interpretato da Denis Leary, sorta di Commissario Gordon (ancora Batman …) appena più scettico e meno disilluso; Webb fatica in particolare a tenere il passo nelle sequenze più drammatiche, come la morte di zio Ben, o la stessa evoluzione del protagonista, nella pur valida interpretazione di Garfield, che appare sin troppo presto in vena di mirabili spacconate nella consapevolezza dei suoi mirabolanti poteri, con o senza costume superomistico.

Sbaglierò, ma credo che l’ispirazione primaria, considerando la rilevanza assunta dal primo all’ultimo fotogramma della storia d’amore con Gwen, innamorata del ragazzo ancor prima che dell’eroe, sia stata quella di trovare immediatamente un collegamento generazionale, un’immedesimazione con il pubblico più giovane, come testimonia anche la scelta di far apparire spesso Spidey privo della maschera, puntando sul catatonico sguardo da “ribelle con un motivo”.

Pollice non propriamente verso, in conclusione, grazie ad una buona messa in scena ed una certa ironia di fondo, ma Spider- Man per festeggiare degnamente le sue cinquanta primavere avrebbe certo meritato una torta meglio confezionata, tanto come scelta degli ingredienti, quanto, in particolare, del loro accostamento, maestria necessaria a far sì che se ne conservi il ricordo a livello di papille gustative e si possa essere effettivamente tentati dall’assaggio di una seconda fetta.

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