Hunger Games

23In un futuro piuttosto lontano, il Nord America, ormai distrutto, è sostituito dallo stato di Panem, capitale Capitol City, dove regnano abbondanza ed agiatezza, e dodici distretti periferici, nei quali la popolazione sopravvive tra gli stenti.
Ogni anno, in memoria della repressione nei confronti di un tentativo di ribellione, si svolge la “Cerimonia della mietitura”: un ragazzo ed una ragazza, appartenenti a ciascuno dei suddetti distretti, vengono estratti a sorte per partecipare agli “Hunger Games”, sorta di incrocio tra una lotta di gladiatori nell’arena ed un reality televisivo, un combattimento all’ultimo sangue finché “ne resterà soltanto uno”. Ad essere sorteggiata per la 74ma edizione, la dodicenne Primrose Everdeen (Willow Shields), ma sua sorella sedicenne, Katniss (Jennifer Lawrence), si offre come volontaria, per salvarla da sicura morte:accanto a lei, in rappresentanza del 12mo distretto, il coetaneo Peeta Mellark (Josh Hutcherson).

Tratto dall’omonimo best seller di Suzanne Collins, co-sceneggiatrice del film insieme a Billy Ray e al regista Gary Ross, primo di una trilogia (La ragazza di fuoco e Il canto della rivolta gli altri due, edizioni Mondadori), Hunger Games ha, a mio parere, il suo limite principe in una costruzione complessiva non propriamente unitaria, senza considerare i vari deja vu storici e cinematografici.
Ross parte bene, uno sguardo non banale sulle condizioni di vita nel dodicesimo distretto, macchina da presa, anche a mano, fremente, “nervosa”, riprese veloci, si blocca nella parte centrale a Capitol City, descrivendo schematicamente allenamenti, l’ignavia della classe dominante, una tv-grande fratello (non male il “bravo presentatore” Stanley Tucci, per quanto spesso superfluamente colorito) ed un tiranno mellifluo (Donald Sutherland, marchetta sì, ma di classe) dispensatore di motti buoni per ogni occasione, come le rime di una nota marca di cioccolatini, per riprendere ritmo nel visualizzare il crudele reality: manca un minimo di pathos, annacquando il senso del tragico e della violenza proprio del romanzo (è una forma di rispetto … per gli incassi, le restrizioni censorie americane avrebbero colpito il bacino d’utenza), ed egualmente dicasi per l’ amore tra Katniss e Peeta (che forse c’è, forse no, comunque è utile alla bisogna), per quanto lontano da languori estatici.

Nuoce insomma l’assenza di un pizzico di nerbo nel conferire una valida caratterizzazione alla pellicola, una certa originale visionarietà, senza per forza sguazzare tra graphic novel, videogame e film televisivo: non basta aver sostituito la voce narrante dell’intrepida eroina (il romanzo è scritto in prima persona), con gli intensi primi piani di Jennifer Lawrence, la quale contribuisce comunque con la sua più che valida interpretazione a conferire un tono apparentemente più solido e concreto rispetto ad altre opere destinate allo stesso target, anche perché alla fine appare solo sfiorato, o comunque non propriamente centrato, il bersaglio volto ad apportare una forte dimensione cinematografica alla metafora, semplicistica, ma accettabile nell’ambito di un prodotto editoriale per adolescenti, delineata dall’autrice nel tratteggiare una società distopica, parlare di un futuro che guarda al passato per ammonirci riguardo il nostro presente. Già in cantiere il secondo capitolo, ca va san dire…

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