Straziami ma di baci saziami (1968)

straziami-ma-di-baci-saziami-L-XWrQvKStraziami ma di baci saziami, a mio avviso, testimonia la capacità che aveva un tempo il nostro cinema di dar vita a qualcosa di diverso, nel caso specifico da quella che allora era l’impostazione tipica della commedia all’italiana, affidandosi ad una sceneggiatura estremamente valida (Age & Scarpelli) e ad una regia professionale come quella di Dino Risi, tra l’altro autore anche del soggetto.
Il risultato finale potrà forse apparire un po’ scomposto, ma lascia comunque il segno, vuoi per la beffarda ironia di cui il film è soffuso, vuoi per la bravura degli interpreti: Nino Manfredi, piuttosto misurato, la graziosa Pamela Tiffin, ingenuità e malizia, un Ugo Tognazzi d’antologia, senza dimenticare la capacità di dare risalto anche a brevi ma efficaci caratterizzazioni, offerte, per esempio, da attori del calibro di Gigi Ballista.

Roma, fine anni Sessanta. Durante le celebrazioni della “Giornata folcloristica nazionale”, scocca il coup de foudre tra Balestrini Marino (Manfredi) e Di Giovanni Marisa (Tiffin), uno sguardo e qualche breve scambio di parole sono sufficienti perché l’uomo, barbiere di Alatri, si trasferisca a Sacrofante Marche, il paese di lei. Il padre di Marisa si oppone alle nozze, per cui i due sono pronti a gettarsi sotto un treno, ma l’intervento salvifico della divina provvidenza chiamerà a sé il genitore: la strada ora sembrerebbe libera, però una “lingua sporca” insinua dubbi a Marino sulla purezza della fidanzata, la quale, sconvolta, fuggirà a Roma. Dopo alterne vicende, compreso un tentativo di suicidio da parte di Marino, con rinascita grazie ad una vincita al lotto, i due si rincontreranno, peccato che Marisa sia ormai sposa di Umberto (Tognazzi), sarto sordomuto…

Diretto da Risi assecondando, apparentemente, una linea ingenuamente pop già dal titolo (un verso della canzone Creola,’26, Riff, alias Luigi Miaglia), evidente anche nella fotografia e nel commento musicale di Armando Trovajoli (intervallato da Io ti sento, cantata da Marisa Sannia), Straziami ma di baci saziami irride con sinuosa cattiveria la letteratura popolare, il classico feuilleton ottocentesco, per arrivare al cinema di Matarazzo, che si ciba proprio del citato genere, passando per le vie del melodramma, del fumetto e del fotoromanzo, quest’ultimo chiaro modello nella visualizzazione dei singoli avvenimenti, veri e proprio capitoli con tanto di didascalia.

Colpisce, poi, l’ inveterato cinismo, apprezzabile o meno, nel rappresentare le classi sociali che a tali fonti si abbeverano e ne improntano il proprio modus vivendi, descrivendo un’Italia in fase post boom economico, ma ancora sospesa tra tradizione contadina, presente nei piccoli centri, e modernità urbana, con già qualche traccia d’alienazione o comunque difficoltà d’integrazione.
Difficile resistere, ridendo amaro, alla scena in cui i due innamorati declinano i versi de L’immensità di Don Backy come fossero quelli dell’ Infinito leopardiano, disquisendo su tutti i possibili rivoli esistenziali, o alla visualizzazione della forzata separazione immedesimandosi in una scena de Il dottor Zivago.

Ma ve ne è anche per il pietismo d’accatto, una soluzione standard per ogni problema, messo in atto dai centri d’aiuto, impersonato da un dottore col pensiero rivolto alle festività natalizie, cui si rivolge Marino ormai scombussolato dalle medicine, non dimenticando, infine, l’interpretazione, il politically correct è ancora di là da venire, del sordomuto offerta da un Tognazzi in gran forma (vedi la scena in cui ordina per telefono due caffè al bar, di cui uno decaffeinato).

Ecco quindi un esempio di film “medio” (i capolavori di Risi sono altri), colorato, vivace, piuttosto folk se vogliamo, con qualche evidente lungaggine prima di arrivare ad un prevedibile finale, che riesce però a rendere ancora oggi impietoso il confronto a danno delle attuali commedie nostrane, le quali, spesso, lungi da alcuna inventiva, se non registica almeno di scrittura, cavalcano uno stanco “ahò facce ridere”, tentando di volare alto per poi restare confinate nel solito tinello televisivo o riproponendo vecchi cliches, attualizzandoli in un maldestro tentativo di satira sociale.

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