Provaci ancora, Sam (Play It Again, Sam – 1972)

dfghNew York. Il critico cinematografico Allan Felix (Woody Allen) è al cinema, per l’ennesima volta estasiato dalla visione di Casablanca, in particolare dal finale, ammirando a bocca aperta la ferma ma dolce risolutezza di Rick (Humphrey Bogart) nel dare addio alla donna amata, Ilsa (Ingrid Bergman), moglie di Victor Laszlo (Paul Henreid); una volta fuori, passeggia lungo le strade meditando e borbottando sulle sue alterne fortune esistenziali, continuando nel suo appartamento: il recente divorzio dalla moglie Nancy, visualizzata sia nel momento della separazione che intenta in estrosi sollazzi amorosi, il ricorso frequente ai farmaci, il senso d’insoddisfazione generale o lo psicanalista in ferie durante il periodo estivo, “proprio quando la gente diventa matta”.

Nevrotico ed insicuro, Allan trova conforto nella materializzazione del suo idolo, Bogart (Jerry Lacy), proficua allucinazione che gli esterna tutto ciò che occorre fare con le donne, per esempio come rimediare ad eventuali connessi dolori (“è tutta roba che passa con un bel whisky e soda”), e nei suoi amici Dick (Tony Roberts) e Linda (Diane Keaton), marito e moglie, che gli organizzano appuntamenti su appuntamenti, dagli esiti sempre più disastrosi, visto che il nostro si atteggia ogni volta a qualcosa di diverso da quello che è: solo con Linda, dolce, premurosa e sensibile, riesce veramente ad essere naturale e così una sera, soli soletti nel suo appartamento, complici la scarsa attenzione di Dick verso di lei, preso com’è dai suoi affari di borsa, e Bogey novello Cyrano a fare il tifo …

Anche se, più propriamente, è da Annie Hall, ’77, che si fa partire il classico giro di boa nella carriera di Allen, in particolare per un felice binomio regia, all’insegna della libertà creativa, e attenta, calibrata, sceneggiatura, con Play It Again, Sam si delineano comunque i tratti essenziali della sua filmografia: il cinema, quindi l’arte, come possibile ancora di salvezza, ideale ponte di collegamento tra sogno, finzione e realtà (la scena finale, ricalcata, fotogramma per fotogramma e in ogni singola inquadratura da quella celeberrima di Casablanca), l’insicurezza nevrotica riguardo i rapporti sociali, in particolare quelli con l’altra metà del cielo, il determinante ruolo della psicoanalisi al riguardo e, ancora prima, di una buona dose d’ironia e, soprattutto, autoironia.

Dopotutto lo script è di Allen, dalla sua omonima piece teatrale del ’69, mentre la regia è affidata ad Herbert Ross, che pur rispettando la struttura d’origine, da un lato l’alleggerisce, girando alcune scene in esterno, dall’altra l’appesantisce un po’ nel gestire le varie allucinazioni del protagonista, a partire dal fulcro portante, il mitico Bogey.

Dal suddetto impianto teatrale derivano una grande attenzione a ciascun personaggio, i dialoghi abbastanza serrati, pur con attente pause, una comicità scaturente, di conseguenza, dal loro arrabattarsi per cercare di venire fuori dalle proprie situazioni personali nelle quali si trovano impantanati, a partire dal protagonista, in odor di autobiografia, che soffoca il proprio io, non accogliendo gli stimoli del resto del mondo con un pessimismo che mi piace definire funzionale, considerandolo derivato per lo più dalla lungimirante comprensione di quale sia la realtà delle cose e di come queste possano andare.

“Il segreto sta nel non essere te, ma me”: così il buon Allan, ormai pieno di sicurezza e pronto ad offrirsi nella sua integrità e “purezza” all’universo femminile, saluta Bogey nel finale del film. Non è che nella realtà tale sforzo autoanalitico funzioni sempre o venga apprezzato in egual misura, ma vale comunque la pena provarci: si potrebbe probabilmente evitare qualche annetto di psicoterapia, ovviamente preventivabile ove ci si rendesse conto che quanto preteso da colei con la quale ci si è relazionati fosse volto a far sì che venisse interpretato un ruolo, piuttosto che apprezzare l’ essere se stessi.

Ma questa, oltre che una mia personale considerazione, è un’altra storia: in fondo, per consolarci ci basterà ricordare come “tutti possiamo essere Bogart in certi momenti” e che, comunque, un buon whisky nel locale di Rick non lo si nega a nessuno…

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Il titolo originale del film, come dell’omonima piece teatrale, è Play It Again, Sam e si riferisce ad una scena di Casablanca, quando Ilsa chiede al pianista Sam (Dooley Wilson) di suonare As Time Goes By (”Suonala ancora Sam, suona Mentre il tempo passa”). I distributori italiani dell’epoca, pensando che non venisse compreso tale riferimento, mutarono il nome del protagonista da Allan a Sam e, di conseguenza, anche il titolo della pellicola.

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2 risposte a “Provaci ancora, Sam (Play It Again, Sam – 1972)

  1. peccato che Allan il whisky non lo regga (appena lo butta giù stramazza)
    ti è piaciuta la scena “italiana” in cui Allan (dopo essere passato davanti al cartellone del film LE COPPIE, con Sordi e la Vitti) immagina di beccarsi una coltellata dal rivale? (nella v.o. parlano, anzi urlano, in italiano)

    • In forma di parodia-omaggio sì, è molto spassosa, forse un po’ stereotipata, ma divertente.
      Neanch’io reggo molto bene il whisky, ma a volte aiuta a mandar giù tante cose e poi in compagnia…

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