Posti in piedi in paradiso

112Che delusione Posti in piedi in paradiso, ultima fatica registica e d’attore di Carlo Verdone (anche sceneggiatore, insieme a Pasquale Plastino e Maruska Albertazzi), commedia certo piacevole ma che stenta a trovare un concreto amalgama tra umorismo, toni drammatici o comunque amari e riflessione sociale.
Sempre presente e certo valida la nota capacità dell’autore di fornire una compiuta analisi di costume, questa si stempera man mano sino a giungere ad un finale dal sapore posticcio, vagamente consolatorio, volto ad affidare la speranza del cambiamento alle nuove generazioni, che si concedono alla vita con una sorta di spontanea fiducia, probabilmente senza la concreta volontà di cambiare alcunché, ma, più semplicemente, di conferire un qualche significato alla loro esistenza.

Strutturalmente il film può essere diviso in tre parti: la prima, sin troppo didascalica, introduce le figure dei tre losers protagonisti, Ulisse (Verdone), ex discografico di successo che ora vive nel retrobottega del suo negozio di dischi, Domenico (Marco Giallini), agente immobiliare in disarmo, e Fulvio (Pierfrancesco Favino), valente critico cinematografico retrocesso alla cronaca rosa, tutti aventi in comune, oltre gli insuccessi lavorativi, il divorzio dalle rispettive mogli, con la pressante incombenza degli alimenti da versare mensilmente.

La seconda s’incentra sulla convivenza forzata dei tre nel medesimo appartamento per dividere le spese, dando vita ad un certo ritmo, facendosi forte soprattutto di una comicità di situazione, mentre l’arrivo della cardiologa Gloria (Micaela Ramazzotti) delinea tratti più intimistici e riflessivi, con un tocco di lieve umorismo, in particolare nel rapporto che si viene a creare con Ulisse; la terza, infine, dopo qualche scena spassosa (la rapina organizzata dal trio, un po’ Soliti ignoti, un po’ Banda Bassotti, la festa di compleanno a casa di Gloria) si trascina, con più di un momento di stanca, tra incertezze registiche e di sceneggiatura, sino al suddetto finale.

In sostanza, credo che Verdone si trovi ormai di fronte ad un necessario punto di svolta della sua carriera, dopo i vari tentativi perpetrati negli anni nel ricercare un nuovo equilibrio tra comicità e spunti di riflessione, mediando tra intimismo e bonario cinismo, così da conferire una nuova valenza artistica a quella malinconia di fondo che ha sempre caratterizzato le sue opere, sin dai tempi dell’esordio sul grande schermo, con Un sacco bello.

Se certo è lodevole, come già nel precedente Io, loro e Lara, l’intento di farsi da parte come attore, lasciando più spazio ai comprimari (Giallini in particolare), rendendosi maschera dimessa e sottotono, dolente e rassegnato spettatore, il passo successivo, a parere di chi scrive (e che, da modesto cinefilo, sostengo da un po’ di tempo), dovrà essere necessariamente quello di restare dietro la macchina da presa. Facendo leva soprattutto sulla sua indubbia sensibilità registica ed affidando ad un alter ego vezzi ed idiosincrasie in odor di classicità, forse potremmo avere il ritorno di una vera commedia all’italiana, capace d’esprimere tanto un’ attenta visione della realtà, che attribuire senso compiuto alla narrazione propriamente detta, evitando tentennamenti e compromessi in corso d’opera.

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