Il Gatto con gli Stivali- 3 D-

imagesCAUO9LYZSpin off e prequel di quel Shrek con il quale nel 2001 la Dreamworks riuscì ad emancipare e rendere “adulto” il mondo dei cartoons e delle fiabe contemporaneamente, a colpi di smitizzazione, perfida ironia ed un linguaggio dai continui rimandi filmici, Il Gatto con gli Stivali eleva a ruolo di protagonista il micio spadaccino, entrato in qualità di comprimario nel secondo episodio della saga e che, almeno per quanto mi riguarda, ne ha reso più digeribili gli ultimi due capitoli, anche nella versione obesa apparsa in Shrek e vissero felici e contenti (“Sfamami, se osi!”).

Il Gatto, infatti, lontano parente di quello apparso nella fiaba di Perrault, mi aveva letteralmente ammaliato nel suo essere così fascinosamente doppio: da un lato ineffabile schermidore e cavaliere solitario dal savoir faire antico e corteggiatore di leggiadre micine, compendio di tanti eroi leggendari (Zorro in primo luogo, considerando la “p” di puss, micio, come firma in luogo della “z”), oltre che alter ego di Antonio Banderas (suo doppiatore anche nella versione italiana, a partire da Shrek terzo) nei modi ineffabilmente latini, dall’altro preda improvvisa della sua natura felina, che si manifesta in tutte le sue caratteristiche, dal rigurgito delle palle di pelo, agli occhioni spalancati alla bisogna, in un primo piano probabilmente tra i più belli e memorabili della storia del cinema, non solo d’animazione.

Venendo alla pellicola in questione, diretta da Chris Miller, per la sceneggiatura di Tom Wheeler, appare incentrata sui trascorsi del nostro eroe, soffermandosi sulla sua infanzia di gattino orfano, accolto nell’orfanotrofio di San Ricardo, dove stringe amicizia con Humpty Alexander Dumpty, il quale gli rivela l’esistenza dei fagioli magici che permetterebbero di rintracciare la mitica oca dalle uova d’oro, anche se le loro strade ad un certo punto si divideranno bruscamente, per poi ritrovarsi di nuovo insieme, sempre alla ricerca dell’agognato tesoro; accanto a loro, a fronteggiare i terribili Jack e Jill, in possesso proprio dei suddetti fagioli magici, l’affascinante gatta Kitty Zampe di velluto…

Della sfrontata irriverenza propria dell’opera originale è rimasto essenzialmente il gusto di prendere più fiabe, e i loro protagonisti, vedi l’ uovo Humpty (da Attraverso lo specchio e quel che Alice vi trovò di Lewis Carrol, e ancor prima protagonista di una filastrocca inglese), miscelare il tutto e confezionare una inedita e sapida salsa, che ha come ben bilanciati ingredienti più generi: cappa e spada, spaghetti western, commedia e anche musical, grazie alle musiche spagnoleggianti (molto suggestivo il duo alle chitarre, Rodrigo y Gabriela) e ai bei numeri di danza in cui si esibiscono Gatto e Kitty, a fil di tacco e coda, anche se alla fine il risultato appare classicamente “normale”, con una limpidezza d’esposizione volta ai più piccoli, senza particolari slanci innovativi.

Passando sopra qualche appesantimento lungo il percorso narrativo (i flashback e la parte avventurosa in particolare), Il gatto con gli stivali risulta alla fine una realizzazione graficamente e tecnicamente pregevole: il 3D appare funzionale e non invasivo, alla pari di vari virtuosismi registici, mai troppo compiaciuti, come lo split screen che appare in più scene, e la psicologia dei personaggi risulta nel complesso ben definita, giocando soprattutto sulla veridicità delle loro espressioni, anche al di là di un puro e semplice antropomorfismo.

Ciò di cui ho avvertito la mancanza, in particolare nella qualità di adulto non accompagnato da minore, è il senso della bella fiaba, anche se si è comunque ripagati da vari riferimenti cinefili, dai dialoghi caratterizzati da un certo umorismo, e da un senso dell’avventura proprio di alcune pellicole d’antan, tutti elementi che, se non ci fanno tornare il bimbetto di un tempo, riescono comunque a farci sognare, finché si è avvolti nel buio della sala e un per po’ anche all’uscita: di questi tempi, un buon risultato.

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