The Twilight Saga: Breaking Dawn-Parte I-

321Dopo aver visto la prima parte di Breaking Dawn, quarto e conclusivo capitolo della Twilight Saga, non posso che essere d’accordo con quanto scritto mercoledì 16 novembre da Paolo Mereghetti sul Corriere della Sera, di come l’eventualità di un nuovo regista ad ogni episodio, con Melissa Rosenberg sempre autrice della sceneggiatura, metta in evidenza il problema principe di quella che è in primo luogo una scaltra operazione di marketing, vedi il titolo ormai elevato a marchio di fabbrica: una scarsa resa sul piano puramente e propriamente cinematografico, a livello essenzialmente di connotazione stilistica, spesso ricercata, inseguita negli anni e mai veramente ottenuta, facendo sì che il tutto restasse fermo a fenomeno mediatico e di costume, senza arrivare allo status di cult definitivo per meriti ottenuti sul campo, puntando sulla facile reiterazione stile soap opera.

Lascio volentieri ai vari twilighters sparsi lungo il pianeta discernere, come al solito, se quanto viene visualizzato sullo schermo risulti più o meno fedele alle pagine scritte a suo tempo da Stephenie Meyer. A me tocca disquisire invece sulla bontà della messa in scena, non potendo fare a meno d’evidenziare come la regia di Bill Condon, alquanto anodina, contribuisca non poco a donare alla pellicola un vago senso d’irrisolto, facendo sì che tutto si visualizzi sullo schermo come un lungo fluire d’immagini, scolasticamente assemblate, sottolineate a piè sospinto da un’invadente colonna sonora. La mano del regista “valorizza” la sceneggiatura cavalcando il risibile ad ogni inquadratura, sottolineando ulteriormente gli sguardi sospesi tra il catatonico e il vuoto estatico, ancor prima che estetico, dei protagonisti, spesso fermi in pose inutilmente plastiche.

Si parte dal matrimonio tra Bella (Kristen Stewart) ed Edward (Robert Pattinson); al caliente lupacchiotto Jacob (Taylor Lautner) non resta altro che sublimare l’amore in dedizione a distanza, in odor di sacrificio, con inedito premio finale. Si passa poi dalla prima notte di nozze caratterizzata da una fatidica e ferina consumazione su letto a baldacchino d’ordinanza, con lei, ancora umana, nel complesso soddisfatta, e il diafano maritino martoriato dai sensi di colpa per i vari segni lasciatigli sul corpo, tanto da trascorrere la luna di miele tra partite di scacchi e amene nuotate, per arrivare alla veloce e distruttiva gravidanza della povera figliola, vista come una minaccia dalla tribù dei Quileute…

Riducendo la mostruosità a normalità, e viceversa, in tal ultimo caso forse involontariamente, evitando qualsiasi introspezione psicologica relativamente a temi comunque ben presenti e certo rilevanti per molti giovani (la possibilità di un doppio legame amoroso dalla diversa connotazione, la rinuncia, le scelte dolorose che accompagnano spesso e volentieri il passaggio definitivo verso l’età adulta), tutto scorre meccanicamente, con scarso respiro empatico, verso un finale vacuamente splatter e scene d’azione pesantemente goffe, dove la velocizzazione riveste il compito di contrappunto coreografico. Attenderò trepidante il vero capitolo finale, del quale questa prima parte non è altro che un prologo estremamente diluito, giusto per gustarmi l’agognato The End, sperando in un definitivo “e vissero vampiri e contenti”: se l’eternità è un attimo, meglio godersela e non perpetrare.

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