Archivio Mensile: giugno 2011

La banda degli onesti (1956)

Antonio Bonocore (Totò), portiere presso uno stabile romano, conduce un’esistenza non certo agiata ma onesta, infatti rifiuta di prender parte ad un illecito relativo all’acquisto di una partita di carbone necessaria per la caldaia, prospettatogli dal nuovo amministratore, il ragioniere Casoria (Luigi Pavese), il quale lo minaccia di fargli perdere l’impiego, comportante l’abbandono dell’appartamento dove vive con l’anziana madre, la moglie e due bambini; quando però un ex incisore dell’Istituto Poligrafico in punto di morte gli confida di essersi appropriato di un cliché e della carta filigranata per la stampa dei biglietti da diecimila lire, non avendo mai avuto il coraggio di farne uso, pregandolo di disfarsene, Bonocore, tra dubbi ed esami di coscienza, decide la “diserzione dall’onestà”, coinvolgendo nell’impresa il tipografo Lo Turco (Peppino De Filippo), oberato dalle cambiali, e il pittore Cardoni (Giacomo Furia), prossimo ad essere sfrattato; dopotutto, il loro sarebbe “un lavoro proprio di una succursale della Zecca”, “un reato a responsabilità limitata”; il sopraggiungere del figlio più grande di Bonocore, guardia tributaria, capovolgerà non poco gli eventi…

Tra le pellicole meno celebrate del “principe della risata”, La banda degli onesti merita invece di essere inserito tra i titoli più riusciti della sua filmografia, con una prova attoriale sobria, misurata, capace di suscitare il riso come la riflessione, con sfumature d’amarezza: Totò, riesce a mediare, sulla falsariga di quanto già fatto, egregiamente, in Guardie e ladri, ’51, Steno e Monicelli, tra comicità surreale, cui concede qualche controllato lazzo, al pari delle intemperanze verbali, tra i consueti nonsense linguistici e storpiature grammaticali, e quella d’impronta più realistica, tenendo la scena praticamente da protagonista assoluto per i primi 25 minuti, regalandoci, con valente uso della mimica, gag silenti impagabili (il volto contrito dal dolore sulla porta del palazzo, alla morte del suddetto funzionario, o il tentativo di stampare la banconota inumidendo il cliché come fosse un francobollo); man mano che poi entrano in scena Furia, uno dei nostri più grandi caratteristi, e De Filippo, riesce ad integrarsi al meglio con i due, dando vita a dei siparietti esilaranti (Peppino vittima sacrificale, la cupidigia e la bramosia di potere spiegati da Bonocore a Lo Turco al bar, usando zucchero e una tazza di caffè, il tira e molla nel dare vita al piano, la stampa delle banconote “in accelerazione”, come nelle vecchie comiche) sfruttando, assecondato, la bonomia del primo e la capacità del secondo di sapersi rendere ora funzionale ora complementare ai fini della risata.

Per quanto però il tutto poggi su una scrittura molto valida (Age & Scarpelli), nella quale è possibile riscontrare un anticipo, in abbozzo, di certe tematiche che saranno proprie de I soliti ignoti, ’58, (d’altronde gli sceneggiatori sono gli stessi, cui andranno ad aggiungersi Monicelli, regista del film, e Suso Cecchi D’amico), differentemente da quest’ultimo, complice la regia incolore, quando non latitante, di Camillo Mastrocinque, La banda degli onesti appare spesso in bilico tra i toni della farsa, sfruttando ancora una comicità tipica dell’avanspettacolo, e quelli di un umorismo meglio definito, comprensivo di risvolti dolenti, proprio delle maschere della Commedia dell’Arte, venendosi a creare un certo squilibrio complessivo nella resa definitiva dell’opera, che vanta anche un validissimo contrappunto musicale (Alessandro Cicognini); sempre efficace, solo apparentemente sullo sfondo, l’assunto di base, la visualizzazione della tentazione di “passare dall’altra parte”, a fianco dei tanti “ragionieri Casoria”, operazione apparentemente facile, se non vi fosse la probità a farsi forza predominante e costante di vita, rendendoti alla fine pago di quel poco che hai, nella piena consapevolezza che è tuo, cosciente della liceità e della fatica nell’essertelo guadagnato, nel rispetto di sé e degli altri.

Sila Festival 2011: vince “Salim” di Tommaso Landucci

Si è svolta domenica 26 giugno, presso Piazza del Popolo a Taverna (CZ), la serata finale del Sila Festival – Rassegna di Cinema eco ambientale e della terra d’origine, presentata da Gaia Ranieri e Rossella Galati, che ha visto succedersi sul palco numerosi ospiti del mondo dello spettacolo (Barbara De Rossi, Giuseppe Zerbo, Gianni Pellegrino), della moda (sfilate di Giuseppe Fata, i gioielli di Gerardo Sacco, gli stilisti Cozzolino e D’’alia, Bruzzese, Biagio Crea), della pittura e dell’artigianato (Marilena Carrozza, Joseph Zichinella, Stefano Ferrarini, Luigi Greco, Matteo Curci, Domenico Levato, Angelo Nifosi e Mariella Fata), alternate alle esibizioni di Nunzia Durante e Alessandro D’Acrissa, con accompagnamento al piano di Maria Francesca Esposito, del complesso degli Arangara e di Francesca Prestia. Vincitore come miglior cortometraggio, Salim, di Tommaso Landucci (foto), che affronta i sempre più attuali temi dell’ integrazione e della tolleranza, in una società dove, tra egoismo e diffidenza, fatica a delinearsi l’idea di un prospetto multiculturale: il plot verte infatti sulle vicende di un ragazzo musulmano che, nel fuggire alla polizia dopo un furto, si rifugia in una chiesa e stringe amicizia con il parroco; la mattina successiva li vedrà, ognuno inconsapevole della presenza dell’altro, trovare insieme la forza della preghiera volta ad un unico Dio.

“Il pane e i pesci”, Claudio Sottocornola (Editrice Velar)

Dopo il saggio The gift – Il dono, Claudio Sottocornola presenta ora Il pane e i pesci (Editrice Velar), opera in tre volumi, La spiritualità eucaristica di Charles de Foucauld nella sua vita, Scritti cristiani per la gente di Colognola, Scritti spirituali giovanili, citazioni, appunti, aforismi, cui si aggiunge un libretto introduttivo, My status quaestionis 2010, vera e propria guida per un affascinante viaggio nel tempo, all’insegna della variabilità di forme e modalità espressive, filosofiche e teleologiche certo, ma sempre concretamente immerse nel quotidiano; l’autore focalizza il punto estremo di una ricerca sempre in divenire, volta a recuperare memoria e senso della spiritualità, al di là dell’ormai stanca dicotomia dell’ essere o non essere credenti, spingendoci piuttosto ad interrogarci sulla natura della nostra fede, se questa abbia caratteristiche tali da permetterci di superare il più gretto individualismo.

Dalla sua tesi di laurea su Charles de Foucauld, dettagliata e scorrevole analisi dell’esperienza spirituale di questa singolare ed affascinante personalità, difficile da inquadrare in una precisa categoria, considerandone l’austerità nella condotta di vita, la sua imitazione di Cristo, la preghiera, l’adorazione eucaristica e nel contempo il contatto con la gente, il cercare di comprendere altre religioni (Islam) senza proselitismi o forzature, passando per la raccolta antologica dei suoi articoli scritti fra il 1983 e il 1994 per L’Angelo in Famiglia, i particolari riferimenti alle esperienze di volontariato nell’ambito del quartiere di Colognola in Bergamo, arrivando allo zibaldone creativo-formativo che ci accompagna, tra pensieri e riflessioni, dal 1980 al 2010, Sottocornola evidenzia in primo luogo una crisi dei valori, che inizia proprio negli anni ’80, sottolineando poi la reazione di una Chiesa che, nonostante le aperture di Giovanni Paolo II, risponde a ciò arroccandosi sugli scranni istituzionali e dottrinali, rendendo sempre più drammatico il grido di dolore se oggi abbia ancora senso parlare di Dio e della sua esistenza.

In una società ormai villaggio globale e prona a logiche edoniste di mercato, l’homo ludens, come lo definisce argutamente Sottocornola, ha bisogno di riscoprire, di riappropriarsi della sua spiritualità, ma non si può pensare di attuare ciò contrapponendo al pensiero unico di matrice consumistica capitalistica quello espresso da una religiosità confessionale integralista (islamica, protestante, cattolica), non vi è una religiosità “mia” o “tua”, la coerenza dei valori non può divenire una forma di intolleranza, occorre essere consapevoli che il pluralismo non nega l’unità, evolvendo da una fede meramente confessionale ad una fede che si tramuti in fiducia, in spirito e forza di relazione esistenziale: non a caso l’autore cita le parole volte da Gesù al centurione che gli chiedeva la guarigione della figlia, “và la tua fede ti ha salvato”, la fede cioè di quanti, istituzionalmente, non l’avevano ed erano malvisti, appartati dal resto della comunità.

Una volta riscoperta una religiosità autentica ed unitiva, la si potrà riscontrare, come evidenziato nel corso della narrazione, tanto nell’ ateo che nell’agnostico: il primo la esprime nel negare la trascendenza di Dio, per sostituirvi l’ assolutezza di ciò che si può vedere e toccare, ricercando valori etici nel bene politico e sociale, il secondo, di fronte all’ intensità e alla ricchezza offerte dalla realtà, conscio del mistero, esprime comunque il suo credo dicendo “non so né saprò mai”; ogni religione ha il suo apporto culturale da decodificare e contemplare, un linguaggio che parla di Dio, ma un Dio lontano dal testo catechistico, dal santino idolatrato, che sa farsi sia uomo tra gli uomini, sia Padre che si aspetta e pretende dai suoi figli non il sacrificio, ma la misericordia, il rispetto per se stessi e conseguentemente per gli altri, per il prossimo.

Un Dio, in sostanza, condiviso e condivisibile da tutti, pur nella diversità di concezioni, nomi e credo o anche al di fuori di tale esperienza, che può personificarsi e rendersi vivo nel ricercare il senso del bello ormai perduto: come Gesù esortava dopo la moltiplicazione dei pani e dei pesci a raccogliere quanto avanzato, secondo il Vangelo di Giovanni, perché non andasse sprecato, così la lettura di questa bella, intensa, trilogia invita ognuno di noi ad adoperarsi per far sì che non si disperda quanto ci è stato generosamente offerto nel moltiplicare quel poco messo a disposizione.
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Claudio Sottocornola (foto), ordinario di Filosofia e Storia a Bergamo, giornalista e scrittore, ha sempre condotto le sue opere sul sentiero di un personale discorso intellettuale, estremamente coerente e lucido, incentrato ovviamente sulla filosofia per analizzare ed indagare la realtà, i suoi mutamenti nel costume sociale, riuscendo al contempo ad avvalersi efficacemente di strumenti quali musica (L’appuntamento, tre cd e un dvd, in cui interpreta canzoni italiane e straniere) poesia (Giovinezza…addio. Diario di fine ‘900 in versi; Nugae, nugellae,lampi, entrambi Editrice Velar) e immagine (80’s/Eighties/Laudes creaturarum; Il giardino di mia madre e altri luoghi) nella loro valenza genuinamente pop, diminutivo di popular come ha sempre tenuto a precisare, aggettivo concretizzato nella sua portata estensiva e non certo riduttiva.

Nastri d’ Argento 2011: trionfo di Nanni Moretti

In attesa della cerimonia ufficiale di consegna, in programma stasera al Teatro Antico di Taormina, sono stati resi noti i vincitori dei Nastri d’Argento 2011, premio conferito dagli iscritti al Sindacato Nazionale Giornalisti Cinematografici Italiani: come in previsione, gran trionfo di Nanni Moretti, sei premi su sette nomination, regista del miglior film, soggetto (Moretti con Francesco Piccolo e Federica Pontremoli), scenografia (Paola Bizzarri), costumi (Lina Nerli Taviani), fotografia (Alessandro Pesci) e miglior produttore dell’anno (Nanni Moretti e Domenico Procacci); a seguire i tre Nastri per Vallanzasca – Gli angeli del male di Michele Placido (attore protagonista, Kim Rossi Stuart, colonna sonora, i Negramaro, miglior montaggio, Consuelo Catucci); la critica ha quindi premiato in primo luogo autorialità e originalità audace degli esordienti (Corpo celeste di Alice Rohrwacher), prevalenti entrambe sulla valanga di commedie proposte nel corso dell’ultima stagione cinematografica e che gran parte del pubblico ha invece premiato con gli incassi, vedendo assecondata, ora con gusto e piglio sicuro, ora con qualche cedimento, la diffusa voglia di divertimento “genuino”, lontano da gratuite volgarità.

Regista del miglior film italiano: Nanni Moretti (Habemus Papam)

Miglior regista esordiente: Alice Rohrwacher (Corpo celeste)

Nastro Speciale-Migliore commedia: Massimiliano Bruno (Nessuno mi può giudicare)

Miglior produttore: Nanni Moretti e Domenico Procacci (Habemus Papam)

Miglior attrice protagonista: Alba Rohrwacher (La solitudine dei numeri primi)

Miglior attore protagonista: Kim Rossi Stuart (Vallanzasca – Gli angeli del male).

Miglior attore non protagonista: Giuseppe Battiston (La passione, Figli delle stelle e Senza arte né parte)

Miglior attrice non protagonista: Carolina Crescentini (Boris il film e 20 sigarette)

Miglior soggetto: Nanni Moretti, Federica Pontremoli e Francesco Piccolo (Habemus Papam)

Migliore sceneggiatura: Massimo Gaudioso (Benvenuti al Sud)

Migliore fotografia: Alessandro Pesci (Habemus Papam)

Migliore montaggio: Consuelo Catucci (Vallanzasca – Gli angeli del male).

Migliore scenografia: Paola Bizzarri (Habemus Papam)

Migliori costumi: Lina Nerli Taviani (Habemus Papam)

Migliore sonoro in presa diretta: Mario Iaquone ( Il gioiellino e 20 sigarette)

Migliore colonna sonora: Negramaro (Vallanzasca – Gli angeli del male)

Migliore canzone originale: Amami di più, Francesco Cerasi, Emilio Solfrizzi e Alessio Bonomo (Se sei così, ti dico sì)

Miglior film europeo:Tom Hooper ( Il discorso del re)

Miglior film extraeuropeo: Clint Eastwood (Hereafter)

Nastro speciale dell’anno 2011: Mario Martone (Noi credevamo); Nastro d’argento alla carriera: Emidio Greco, Fulvio Lucisano e Marina Piperno; Nastro speciale del 65mo: Pupi Avati (Una sconfinata giovinezza); Menzione speciale: Giuseppe Tornatore (L’ultimo Gattopardo: Ritratto di Goffredo Lombardo); Nastro Europeo: Valeria Bruni Tedeschi.

Addio a Peter Falk

All’età di 83 anni ci ha lasciato Peter Falk, per tutti il tenente Colombo dell’omonima e famosa serie televisiva; da tempo soffriva di una grave forma di Alzheimer.

Il sopra citato ruolo televisivo, fortemente caratterizzato sia esteriormente, aspetto vissuto, il vestire trasandato, il sempre presente impermeabile più che stazzonato, sia dal punto di vista caratteriale, con il suo fare vagamente distratto e sopra le righe, che gli ha valso l’attribuzione di quattro Emmy e un Golden Globe, non deve comunque far dimenticare le sue ottime, per quanto non propriamente numerose, interpretazioni cinematografiche, ricordando al riguardo le due nomination all’Oscar come attore non protagonista per Sindacato assassini, B.Balaban, ’60 e Angeli con la pistola, Frank Capra, ’61.

E’ stato infatti un attore abbastanza duttile, capace di cambiare facilmente registro, dal comico (Questo pazzo pazzo pazzo pazzo mondo ’63, S. Kramer; La grande corsa,’65, Blake Edwards) al grottesco (Il balcone, ’63, J. Strick), passando per il drammatico (La scuola dell’odio, ‘62, H. Cornfield), anche perché il suo modo di recitare, apparentemente neutro, spesso sottotono, quasi avulso dal contesto, gli permetteva di esprimere al meglio determinate sfumature e qualche velatura d’amarezza, senza forzature o ostentazioni recitative: è sufficiente visualizzare, anche solo per un attimo, la naturalezza, i toni delicati e poetici, che è riuscito ad esprimere nel ruolo di un ex angelo nel Cielo sopra Berlino, ’87, Wim Wenders, con il quale lavorerà nuovamente in Così lontano così vicino!, nel ’93.

Altri sarebbero poi i titoli meritevoli di essere menzionati (per esempio Mariti, ’70, e Una moglie, ’74, di John Cassavetes), ma inutile nascondere che per tutti noi, come detto ad inizio articolo, sarà sempre il tenente Colombo, sigaro puzzolente in bocca, l’immancabile taccuino, la scoppiettante Peugeot 403 cabriolet che ha conosciuto tempi migliori, il basset hound “cane”, visto che il tenente e la moglie non gli hanno mai dato un nome, le sue furbe amnesie momentanee, così risolutive per incastrare il colpevole, rendendoci complici partecipi di un giallo dal particolare svolgimento: il divertimento non sta nello scovare l’assassino, partecipando con il detective alla sua scoperta, di lui sappiamo già tutto, come e perché ha ucciso, ma nel vedere se e in che modo un tipo come Colombo potrà mai risolvere il caso; Falk è riuscito a farci appassionare a questo meccanismo per anni, non stancandoci mai, anzi continuando spesso a stupirci, veramente un grande attore, la cui forza, forse, consisteva nel non considerarsi tale.

La Giornata Mondiale dei Puffi


Si celebra domani, sabato 25 giugno, la Giornata Mondiale dei Puffi: certo un omaggio al loro “papà”, Pierre Culliford in arte Peyo (foto), ricorrendo l’anniversario della sua nascita, con Columbia Pictures e Sony Pictures a tenere le redini di un evento mondiale, che vedrà migliaia di persone pronte a travestirsi da Puffo per cercare di superare il classico record da Guinness dei Primati, oltre 2510 Puffi a puffare per il mondo nell’arco di 24 ore, coinvolgendo le principali metropoli, ma anche un ottimo lancio (una mano lava l’altra…) per l’ormai prossima uscita nelle sale, dal 16 settembre, del nuovo film in 3D volto a narrare le gesta degli omini blu “alti su per giù due mele o poco più”, come cantava Cristina D’Avena, per la regia di Raja Gosnell, distribuzione Warner Bros; la pellicola segue agli unici film d’animazione loro dedicati sinora apparsi sul grande schermo: Les Aventures des Schtroumpfs, ’65, Eddy Ryssack, in bianco e nero, e La Flûte à Six Schtroumpfs, ’76, Peyo e Eddie Lateste , adattamento della loro prima storia.

Gli Schtroumpfs, questo il loro nome originale, nato per caso e senza alcun significato preciso, appaiono per la prima volta il 23 ottobre 1958, in una striscia a fumetti della quale Peyo era autore, su Le Journal de Spirou, Johan & Pirlouit ( per noi, John & Solfami): i due protagonisti, rispettivamente uno scudiero e l’altro, suo caro amico, buffone del re, in viaggio alla ricerca del flauto a sei fori, dai magici poteri, chiamano in loro aiuto le buffe creature, le quali otterranno presto un certo successo, tanto da meritarsi una pubblicazione tutta loro, sempre ad opera di Peyo, in collaborazione col giornalista Yvan Delporte e sempre sul citato giornale: il primo di questi racconti si intitolava Les Schtroumpfs noirs (I Puffi neri); arrivarono in in Italia per la prima volta nel ‘63, sulla rivista Tipitì della casa editrice Dardo, con il nome di Strunfi, mentre dal ’64 fu Il Corriere dei Piccoli a pubblicarne le storie, mutando la denominazione nel definitivo Puffi, pare a causa dell’assonanza di quanto precedentemente adottato con “la parola che assomiglia tanto a sbronzo” (Alberto Sordi ne Il Vigile, ’60, Luigi Zampa).

I Puffi divengono poi a stelle e strisce, The Smurfs, con la serie animata prodotta da Hanna-Barbera Productions per l’emittente americana NBC a partire dal 1981 sino al ’90, trasmessa nel nostro paese inizialmente su alcuni canali locali, prima di essere acquistata dalla Fininvest, ora Mediaset, e trasmessa sulle sue reti, con varie repliche; sarà per aver letto le loro avventure ancora fanciullo sul citato Corrierino, mantenendo un ricordo indelebile dei malefici Puffi neri, ma degli abitanti del villaggio dalle case-fungo ho sempre apprezzato di più le strisce su carta, non so, forse rendevano meglio il senso del fantastico, della “bella favola”…

Altri tempi, quando la realtà virtuale era sfogliare un giornaletto, aprire a caso le pagine di un libro e…poof! la tua mente si librava tra boschi incantati o altri mondi, divenivi protagonista tra i protagonisti, una volta eri un nanetto blu, poi magari ti trovavi insieme ad Alice al di là dello specchio o a nuotare “come un pesce baleno” tra le monete insieme a Paperon de’ Paperoni, pronto ovviamente a puntarti contro la spingarda, costringendoti ad un brusco risveglio…