Il cigno nero

lkoibeFilm d’apertura, in concorso, alla 67ma Mostra del cinema di Venezia, Il cigno nero è un’opera che può anche far discutere, ma di certo non lascia indifferenti, vuoi per la regia di Darren Aronofsky (The Wrestler) che ravviva e in certo qual modo squassa un plot narrativo (Andrés Heinz, Mark Heyman, John J. McLaughlin) altrimenti prevedibile nel suo insieme, ricco di richiami a molti classici del cinema, vuoi, in particolare, per la toccante, intensa, interpretazione di Natalie Portman, recentemente insignita al riguardo dell’Oscar come miglior attrice protagonista.

Nina Sayers (Portman) è una ballerina professionista del New York City Ballett, la danza è praticamente tutto nella sua vita, sul suo altare ha offerto dedizione e sacrificio estremo, spinta anche dalla madre iperprotettiva, Erica (Barbara Hershey), la quale, ex ballerina, ha riversato su di lei ogni aspettativa di successo, trattandola come un’adolescente; il direttore artistico Thomas Leroy (Vincent Cassel) ha scelto come balletto d’apertura della nuova stagione Il lago dei cigni di Cajkovskij e contemporaneamente deciso la sostituzione dell’ etoile Beth (Winona Ryder): proprio Nina è la prescelta, anche se Thomas ha ancora molti dubbi, visto che l’indubbia tecnica di Nina, la sua perfezione maniacale, il suo severo controllo del corpo, insieme all’evidente candore ed ingenuità, sono certo indubbie doti per interpretare al meglio Odette, la principessa tramutata in cigno da un mago e che solo l’amore libererà dall’incantesimo, ma non il suo doppio Odle, il cigno nero, dotata di fascino, abilità seduttiva, astuzia, sensualità; la collega Lilly (Mila Kunis) sembrerebbe la più adatta ad incarnare i due opposti aspetti …

Aronofsky è un regista estremamente sanguigno, corporale, ed il mondo della danza classica, così etereo, voluttuoso, elegante, funge da contrasto e pretesto narrativo per visualizzare ed estremizzare, sfruttando il tema della dualità espresso dal citato balletto di Cajkovskij, quel classico gioco di specchi che è la vita, nello specifico oggetto di uno scambio di coppie con l’Arte, nell’eterno conflitto fisicità- spiritualità, tra ciò che siamo, ciò che vorremmo essere e che esitiamo a divenire; la mdp è letteralmente incollata agli attori, ai loro corpi e volti, in particolare la protagonista viene costantemente monitorata in primo piano, in ogni attimo della sua vita, dal duro allenamento cui si sottopone, alle manifestazioni visive dei suoi disagi interiori, i graffi o le scorticature che si infligge, puntando in sostanza più sull’effetto che sulla causa dei moti inquieti della psiche, vedi il rapporto conflittuale madre-figlia appena accennato, reso particolarmente efficace dalle ansie espresse con gesti e sguardi dalla Hershey.

Il tutto è poi connotato dal regista con punte horror-thriller, piuttosto grezze e violente (la metamorfosi a vista in Cigno nero) e rappresentazioni oniriche e simboliche, anche a sfondo sessuale, puntando, in definitiva, ad evidenziare l’estremo sacrificio di sé per arrivare ad acquisire una propria identità, riuscendo a venire a patti anche con il proprio lato oscuro, accettandolo come parte della propria personalità.Disturbante, sgradevole a tratti, Il cigno nero è comunque un film da vedere, non fosse altro per quel moto inquieto dell’anima che provoca anche a giorni dalla visione, espressione in fondo di puro cinema e della sua originaria magia.

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