Addio Liz, diva dagli occhi viola

Elizabeth Taylor

Elizabeth Taylor

Addio bella Liz dagli occhi viola. Ricoverata da sei settimane al Cedar Sinai Medical Center di Los Angeles, ci ha lasciato per una insufficienza cardiaca Elizabeth Taylor, una delle ultime espressioni di quel divismo proprio della Hollywood dei tempi d’oro. Aveva 79 anni. Liz era nata a Londra il 27 febbraio 1932, da genitori americani: una volta ritornati in patria, a Los Angeles, la piccola, 7 anni, su suggerimento di un amico di famiglia, partecipa ad un provino per la Universal Pictures, casa di produzione che la metterà sotto contratto per farla esordire nel ’42 con il film There’s One Born Every Minute di Harold Young.

Passata alla MGM, la giovane attrice conosce il grande successo di pubblico appena un anno dopo con Torna a casa Lassie, di Fred M. Wilcox, trovando definitiva conferma con il successivo Gran premio di Clarence Brown, dove recita, tra gli altri, al fianco di Mickey Rooney. Ormai star di Hollywood, a soli 11 anni, Liz continua a recitare in film minori, che comunque mettono alla prova ed evidenziano sempre di più il suo talento, per arrivare nel ’49, ormai 17enne, ad interpretare il ruolo di Amy in Piccole donne di Mervyn LeRoy: abbandonate pose e ruoli da bambina, alle buone prove recitative si accompagnano ora un fascino ed una sensualità che iniziano a farsi evidenti, da poter validamente sfruttare anche in ruoli più complessi e drammatici.

Al riguardo, se appare interessante e calzante il ruolo di una ragazzina che diventa donna ne Il padre della sposa,’50, di Vincent Minnelli, con Spencer Tracy nel ruolo dell’apparentemente burbero papà, e nel sequel Papà diventa nonno, occorrerà aspettare George Stevens e il suo Un posto al sole, ’51, tratto dal romanzo di Dreiser, perché possano evidenziarsi ed apprezzarsi le doti recitative dell’attrice, capace di far risaltare con intensi sguardi e minimi gesti quei lampi improvvisi d’irrequietezza, nevrotici, che d’altronde erano propri del suo carattere.

Senza elencare tutti i suoi numerosi film, oltre le prove già citate, vanno certo ricordate le efficaci interpretazioni ne Il gigante, ’56, fluente “drammone” di George Stevens, protagonista l’ America che cambia, interrogandosi sul suo passato e guardando al futuro, con Rock Hudson e James Dean, L’albero della vita, ’57, di Edward Dmytryk, con Montgomery Clift, La gatta sul tetto che scotta, ’58, di Richard Brooks, con Paul Newman, personalmente il suo film che preferisco, Improvvisamente l’estate scorsa, ‘59, con Katherine Hepburn e ancora Clift, di Joseph L. Mankiewicz, che la dirigerà anche nel kolossal Cleopatra, ’64, sul cui set a Roma, Cinecittà, conosce Richard Burton, con il quale vivrà una storia d’amore piuttosto turbolenta e sposerà nello stesso anno, per divorziare 10 anni più tardi, risposare l’anno seguente e ancora divorziare nel successivo. D’altronde quello con Burton era già il quinto matrimonio, per un totale di otto, se non ricordo male, non sono avvezzo alle vite private delle star, interessandomi di più i loro percorsi attoriali.

Nel ‘61 vince il suo primo Oscar, miglior interprete femminile per Venere in visone, ‘60, di Daniel Mann, replicando nel’66 con Chi ha paura di Virginia Woolf? di Mike Nichols. Dagli anni ’70 in poi le sue apparizioni sul grande schermo iniziano a diminuire e le interpretazioni divengono sempre meno rilevanti, spesso poco convinte o manierate, iniziano i problemi di salute, nel ‘97 l’operazione per un tumore al cervello, rivelatosi benigno, e nel 2004 la rivelazione di soffrire di una grave insufficienza cardiaca, che oggi ce l’ha portata via. La sua ultima apparizione sul grande schermo nel ’94, I Flintstones di Brian Levant, nel ruolo della suocera di Fred, John Goodman, un’interpretazione non priva di una certa ironia ed autoironia, comunque esprimente la sua volontà di essere sempre e comunque protagonista, fieramente e definitivamente diva.

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