Vallanzasca-Gli angeli del male

47862Bene e Male sono da sempre presenti nella storia dell’umanità, sin dai suoi albori, ognuno di noi è per natura “doppio” e la nostra anima diviene sovente il campo di battaglia dove questi due eserciti “l’un contro l’altro armati” si fronteggiano pressoché quotidianamente.

Questa premessa, forse semplicistica, per introdurre Vallanzasca – Gli angeli del male, ultima regia di Michele Placido, oggetto di forti polemiche già dalle fasi della sua lavorazione sino al culmine raggiunto alla 67ma Mostra del Cinema di Venezia, dove è stato presentato fuori concorso, spesso prevenute e spinte dal timore di una possibile mitizzazione, celebrativa della figura del bandito Renato Vallanzasca e delle sue efferate gesta insieme agli altri componenti della tristemente nota “banda della Comasina”, compito assolto, doppia ipocrisia, dai vari media già negli anni passati.

D’altronde, volgendo lo sguardo ai vari gangster movie made in Usa e non solo, non si basavano forse questi sulla narrazione della vita e delle imprese criminali di qualche noto criminale, in genere scevra da giudizi morali, lasciando poi al pubblico l’opportunità di riflettervi su?

Perché questo penso sia il punto, un film resta sempre un film, per cui, più che l’eticità, sempre nel pieno rispetto del dolore delle vittime, occorrerebbe valutarne la realizzazione nel suo insieme e la sua riuscita o meno nell’esternare una visione personale o quantomeno originale della vicenda, coinvolgendo gli spettatori e spingendoli ad assumere la propria posizione al riguardo e in tale ultimo ambito il film a mio avviso offre il fianco a qualche critica.

Ma andiamo con ordine, delineando il plot narrativo nelle sue linee essenziali: 1985, casa circondariale di Ariano Irpino. Renato Vallanzasca (Kim Rossi Stuart), rinchiuso in cella di isolamento, ripensa alla sua vita, a determinati eventi: a nove anni, già capo di una piccola banda, libera una tigre da un circo, la morte del fratello, il gruppo di amici Enzo (Filippo Timi), Nunzio (Lino Guanciale) e Rosario (Nicola Acunzo), con i quali attua le prime rapine, l’incontro con Consuelo (Valeria Solarino), madre del suo unico figlio; i contrasti con l’allora capo indiscusso della mala milanese, Francis Turatello (Francesco Scianna), il primo arresto con l’ accusa di una rapina ad un furgone portavalori e il trasferimento a San Vittore, da cui riesce ad evadere dopo 4 anni e mezzo; l’aumento di componenti e di attività, come i sequestri di persona, mentre il conflitto con il sopra citato boss diviene sempre più acceso, fallito il tentativo di Antonella (Paz Vega), amica d’infanzia, di organizzare un incontro chiarificatore fra i due, finendo col coinvolgere l’intera città…

Nel valido impianto messo in scena, un po’ ammiccando alle produzioni americane, un po’ ai poliziotteschi nostrani, con una velocità da capogiro nel collegamento delle varie vicende e nei salti temporali, senza praticamente un attimo di pausa ed una rincorsa tra musica (Negramaro) ed immagini, si avverte la mancanza di una caratterizzazione ben precisa: regia e sceneggiatura (Placido, Stuart, G.Amato, A.Leanza, T.Trupia, A.Leotti) si dimostrano meno valide dell’adrenalinico montaggio, poco propense a sfumature o analisi sociologiche e psicologiche, lasciando troppo spazio alla, pur ottima, come di tutto il cast, interpretazione di Stuart, ben controllato nella mimica e nella gestualità, tralasciando qualsiasi ricostruzione storica del periodo che non sia volta ad ambientazione, costumi o pettinature.

O empatia immediata o indifferenza: Placido sembra non conoscere mezze misure, mentre una possibile mediazione tra gesta rocambolesche e visualizzazione del male tout court avrebbe potuto offrire al film e al suo protagonista una valida e compiuta complessità.

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