Il buono, il brutto, il cattivo (1966)

432156Terzo e conclusivo capitolo dell’ideale “trilogia del dollaro”, Il buono, il brutto, il cattivo rappresenta la consacrazione definitiva dello stile di Sergio Leone, dopo la felice intuizione di Per un pugno di dollari (‘64) e la conferma di Per qualche dollaro in più (‘65). Immergendo nell’atmosfera western la ricerca formale di certo cinema giapponese, Kurosawa nello specifico, si delineano infatti tanto un tipico manierismo che un ricercato virtuosismo, con una alternanza di campi lunghi e riprese frontali, dai passaggi a volte un po’ bruschi, cui si aggiunge un altrettanto ed innovativo rincorrersi tra immagine e musica (Ennio Morricone), volta alla estrema funzionalità della dilatazione temporale cara al regista.

Nell’opera in esame però la violenza, sempre presente, ha un tono meno parossistico e surreale, complice la precisa ed accurata ricostruzione storica, in un’estrema commistione di toni epici, commedia e riflessione, con espliciti richiami ai conflitti mondiali, mettendone in risalto i lati più grotteschi, tragici ed assurdi, puntando sui toni della farsa e della beffa, con il tentativo dichiarato di rifare La grande guerra di Mario Monicelli in chiave western. D’altronde gli sceneggiatori sono gli stessi: Age & Scarpelli, Luciano Vincenzoni, Sergio Donati.

In un’America sconvolta e devastata dalla Guerra di Secessione, si incrociano le vite di tre individui: Tuco Ramirez ( “il brutto”, Eli Wallach), furfante di mezza tacca, il Biondo (“il buono”, Clint Eastwood), cacciatore di taglie, e Sentenza (“il cattivo”, Lee Van Cleef), killer spietato alla ricerca di un cospicuo quantitativo d’oro sottratto ai confederati. Ognuno di loro viene a sapere un ben preciso particolare riguardo il luogo in cui tale “tesoro” è stato nascosto, per cui, tra alleanze e doppi giochi vari, cambi di casacca e gesta eroiche di calcolata opportunità, si ritroveranno in un cimitero a “guadagnarsi” il bottino sfidandosi in un singolare duello.

In una cornice estremamente realista, nonostante il film, come molti spaghetti western sia stato girato in Spagna, esaltata dalla fotografia di Delli Colli che riesce a mitigare i colori naturalmente accessi del paesaggio giocando sui toni del marrone e del bianco sporco, risalta l’estremo individualismo e la picaresca anarchia di tre “facce di cuoio”, lungi dal prendere una qualsiasi posizione che non sia quella di salvare la pelle e il proprio tornaconto, servendosi al riguardo della guerra in atto.

Tra spettacolari riprese di battaglia (“mai vista tanta gente morire così male”) e ampie panoramiche sui campi di prigionia, che tanto richiamano i lager tedeschi, è messo ben in evidenza il pensiero del regista, scevro da retorica, sulla barbarie messa in atto da ogni conflitto; Eastwood conferma il suo personaggio dai gesti lenti e dal fare ieratico, con frasi a mezza bocca, Van Cleef ribalta il ruolo “romantico” del precedente Per qualche dollaro in più, mentre la vera sorpresa è Wallach, l’unico ad aver non solo un nome, ma anche dei trascorsi ed una psicologia ben definiti. Da ricordare la bella interpretazione, dolente ed efficace, di Aldo Giuffrè .

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