Totò, Peppino e…la malafemmina (1956)

78Sul finire degli anni ‘50 il “fenomeno Totò” è in fase calante, sia per cause oggettive, l’emergere di nuovi comici, che soggettive, visto che l’attore, ormai non più giovane, si limita a sfruttare il suo rodato repertorio in film a basso costo, tranne qualche lodevole eccezione, costituita da registi come Steno o Monicelli; i produttori, accortisi che riesce a dare il meglio più in qualità di guest star che come protagonista, decidono di affiancargli sin dal titolo un nome di grande richiamo, come stimolo per il pubblico: ecco la felice scelta di Peppino De Filippo, dando vita con Totò, Peppino e…la malafemmina ad un’inedita coppia comica, sperimentata in parte già nel’ 52 con Totò e le donne del sopra citato Steno.

Quanto Totò è volto al surreale, tra folli nonsense e arabeschi linguistici, tanto Peppino è più posato, riallacciandosi alla tradizione teatrale di Scarpetta, pur riuscendo mirabilmente ad essere l’uno complementare all’altro, scambiandosi vicendevolmente il ruolo di spalla; con molte scene lasciate all’improvvisazione, sceneggiatori (Continenza, Manzari, Anton, Thellung)) e regista (Camillo Mastrocinque) si limitano gli uni ad ordire una trama sufficientemente articolata, tra farsa, commedia sentimentale e “musicarello” (Teddy Reno si esibisce in vari classici, come Malafemmina) e l’altro a tenere a bada eventuali eccessi.

I fratelli Caponi, Antonio e Peppino, vivono in una tenuta nella campagna campana, insieme alla sorella Lucia (Vittoria Crispo), vedova e madre di Gianni (Reno),che studia a Napoli, prossimo alla laurea in Medicina. Una sera questi riceve una visita inaspettata, un’ attrice in fuga da una festa, Marisa (Dorian Gray), e tra i due scocca la scintilla fatale, tanto che decide di seguirla in tournée a Milano; venuti a conoscenza da lettera anonima che il giovane “se la intende con donne di malaffare” e della sua partenza dal confinante Mezzacapa (Mario Castellani), zii e mamma si mettono in viaggio per il capoluogo lombardo…

I due grandi attori danno il meglio di sé, spaziando dalla semplice gag visiva (le sassate contro la finestra del vicino, la prova di un trattore), al teatro puro (la scena intorno al tavolo, con il ruolo predominante prima delle persone e poi degli oggetti), e al surreale (l’arrivo a Milano, “dove fa freddo e c’e sempre la nebbia”, vestiti da cosacchi o la celebre dettatura della lettera,meritevole di un articolo a parte, ripresa da Benigni e Troisi in Non ci resta che piangere).

Peppino si cala alla perfezione nel ruolo del villico sempliciotto, tutto lavoro e risparmio, improntato ad una elementare filosofia di vita, incapace di portare avanti un discorso di senso compiuto, troncandolo con “e ho detto tutto”, Totò a volte gli si affianca a volte gli si appoggia, così da potersi esibire nell’ abituale ruolo di sovvertitore del linguaggio comune, oltre che delle più elementari regole di grammatica e di sintassi, dando vita ad assurde ed esilaranti mescolanze stilistiche e linguistiche (la richiesta di informazioni al “ghisa”). Autentico cult del nostro cinema più popolare, un classico senza tempo che si (ri)vede sempre con piacere, riscoprendo il gusto della risata più sana.

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