Archivio Mensile: dicembre 2010

Auguri di Buon Anno


Il futuro, credetemi,
è un gran simpaticone,
regala sogni facili
a tutte le persone.
“ Sarai certo promosso”
giura allo scolaretto.
“ Avrai voti lodevoli,
vedrai, te lo prometto”.
Che gli costa promettere?
“Oh, caro ragioniere,
di cuore mi congratulo;
lei sarà cavaliere!”.
“ Lei che viaggia in filobus,
e suda e si dispera:
guiderà un’automobile
entro domani sera”.
“Lei sogna di ..far tredici?”
Ma lo farà sicuro!
Compili il suo pronostico
ci penserà il futuro!
Sogni, promesse volano…
Ma poi cosa accadrà?
Che ognuno avrà il futuro
che si conquisterà.
(Il futuro, Gianni Rodari)

La banda dei Babbi Natale


Milano, notte di Natale. La Polizia sorprende in flagranza di reato, effrazione in un appartamento, tre individui vestiti da Santa Claus. Condotti in questura, dopo le procedure di riconoscimento vengono affidati all’ispettrice Irene Bestetti (Angela Finocchiaro), in procinto di raggiungere la famiglia ed ora costretta a restare in ufficio visto che il sostituto “terrone” ha presentato il solito permesso.
Le prove sembrano incriminarli, vi sono stati altri furti in zona, ma l’interrogatorio cui sono sottoposti mette in luce ben altra personalità che quella di marioli: Aldo Baglio, “normanno siciliano”, è un disoccupato con l’hobby della cucina ed il vizio delle scommesse, praticamente mantenuto dalla sua compagna Monica (Silvana Fallisi), Giovanni Storti è un veterinario casanova, sposato in Italia con Marta (Lucia Ocone), mentre in Svizzera ha una relazione con Veronica (Antonia Liskova), vessato nel primo caso dalla suocera virago (Mara Maionchi), nel secondo dal suocero, infine Giacomo Poretti, medico, vive nel ricordo della moglie morta 12 anni addietro, non accorgendosi dell’affetto che prova per lui la collega Elisa (Sara D’Amario). I tre sono grandi amici, con in comune la passione per il gioco delle bocce.
Grazie alla pazienza ed alla comprensione dell’ ispettrice, burbera solo in apparenza, la verità verrà fuori…

Bentornati Aldo, Giovanni e Giacomo! Dopo più di un passo falso, sino all’estrema delusione del precedente Il cosmo sul comò, il trio con La banda dei Babbi Natale è finalmente rientrato nei ranghi della commedia tout court, con un linguaggio specificamente cinematografico, capace di sfruttare una comicità garbata, mai volgare, costruita “all’antica”, sulla base di gag ben congegnate e sfruttamento della mimica, e non di facili battute o gratuiti sfoghi corporali (nel senso più ampio del termine), per far sì che tutto sia in crescendo, dal sorriso al dipanarsi della storia, che viene introdotta con calcolata gradualità.

Riproponendo loro stessi, affinando i toni ed evitando facili bozzettismi o caricature di sorta, danno vita, grazie ad una valida sceneggiatura (opera loro, insieme a V. Bariletti, M. Bertacca, G. Preda) e all’attenta regia di Paolo Genovese, ad un film ben strutturato, con presente e passato che si alternano efficacemente sullo schermo grazie a funzionali flashback. In un impianto che può ricordare Un giorno in pretura, ’53, di Steno, o Accadde al commissariato, ’54, di Gregorio Simonelli, risaltano le figure di questi simpatici losers, disillusi ed in fondo disadattati, non fosse altro per l’estremo tentativo di far sì che la realtà si plasmi al loro modo di vivere, sospeso tra l’infantile e il fiabesco, piuttosto che il contrario, guardando all’essenzialità dell’esistenza, senza richiami all’attualità che non siano le difficoltà del vivere quotidiano; da evidenziare la bella interpretazione della Finocchiaro, mentre i personaggi secondari avrebbero meritato più spazio.

Pur nella distanza dalle felici intuizioni degli esordi, è da premiare il coraggio di proporre un prodotto che non asseconda mode e modi del momento, invitando il pubblico a seguirlo nel percorso della gradevolezza e del sano intrattenimento, offrendo opportunità di riflessione ed immedesimazione.

Il grande dittatore (The Great Dictator, 1940)

The Great Dictator è il primo film completamente sonoro di Charlie Chaplin, l’ultimo in cui appare il tramp Charlot e la sua efficace pantomima sostitutiva del linguaggio parlato: la sua anima candida, poetica e anarchica, già stritolata dai macchinari di Modern Times, ’36, non può trovare posto, nonostante il suo estremo opporsi, qui anche con la forza delle parole, in un mondo ormai dominato dall’odio reciproco e dalla ricerca di un progresso fine a sé stesso, senza alcuna vera evoluzione.

Opera estremamente coraggiosa, di cui Chaplin è anche autore di soggetto e sceneggiatura, girata alle soglie del secondo conflitto ed uscita poco prima del suo tragico sviluppo, esprime in chiave satirica l’avversione specifica per il totalitarismo di Hitler e di Mussolini, ampiamente parodiati sotto nomi diversi, così come quelli dei paesi coinvolti nella guerra, assumendo la valenza universale di un forte monito, sincero e accorato, per ogni forma dittatoriale oltre che una profonda metafora sulla doppiezza dell’animo umano, contraddittoriamente sospeso tra male e bene, visto che i due protagonisti del film, il barbiere ebreo e Hynkel, hanno lo stesso aspetto fisico, interpretati entrambi da Chaplin.

Prima guerra mondiale, un barbiere ebreo arruolato nell’esercito della Toimania e addetto al funzionamento della “Grande Berta” è protagonista di un’azione eroica, salvando la vita ad un ufficiale tedesco, ma perdendo la memoria. Trascorsi vent’anni in un ospedale militare, una volta tornato al ghetto e riaperto bottega, fatica a comprendere i tragici avvenimenti che hanno sconvolto tanto il suo paese che il mondo intero, l’ascesa al potere di Adenoid Hynkel, il suo dominio assolutista e il culto della razza ariana, pur cercando un’alleanza con un banchiere ebreo perché gli finanzi la campagna d’invasione mondiale, a partire dalla vicina Ostria.Ma il rifiuto di questi e l’aiuto al riguardo di un altro dittatore, Napaloni in visita dalla Bacteria, fanno precipitare gli eventi, sino a quando il barbiere, che ha trovato nel frattempo l’amore di Hannah (Paulette Godard) ed è fuggito dal campo di concentramento dove era stato fatto prigioniero insieme al suo amico ufficiale tedesco ribellatosi ad Hynkel, si troverà inaspettatamente nei panni di quest’ultimo…

Una costruzione impeccabile, sia nel parallelismo tra le folli gesta di Hynkel e la vita, tra tante sofferenze ed ingiustizie, nel ghetto ebraico, sia nel mettere in scena le varie gag, tra autocitazioni (l’inizio ricorda Charlot soldato), e sublimi intuizioni (una su tutte, il dittatore che danza col mappamondo, sulle note di Wagner, sino a quando gli scoppierà in mano), cui si accompagna quanto espresso nel discorso finale, intriso di socialismo populista, utopia anarchica e speranza, costituiscono ancora oggi i punti di forza di questo insuperato e autentico capolavoro; l’ assurdità della guerra e le sue nefaste conseguenze su vincitori e vinti, annientano quell’amore verso il prossimo che dovrebbe essere motore di ogni azione. Un messaggio ancora valido, volto a tutti quei “sepolcri imbiancati” che siedono su alti scranni, tiranneggiando non più o non solo materialmente, veicolando subdolamente il pensiero unico.

Natale in Sudafrica


Obiettività e serenità di giudizio hanno sempre fatto sì che lo scrivente mantenesse distinti i propri gusti cinefili e l’andamento del box office, visionando ogni genere di film, provando ad analizzarne le ragioni del successo e i pro e contro dal punto di vista strettamente artistico; questa, necessaria, premessa per dire sin da subito che la visione di Natale in Sudafrica mi ha provocato un certo fastidio e non per spocchia intellettuale: siamo di fronte ad un vestito vecchio continuamente rattoppato, una “coazione a ripetere”, tra gag volgarotte dal sottofondo sessuale- escrementizio, sfruttando la location esotica del momento, evitando così il contatto con la nostra realtà, dando l’illusione di una ricchezza facile e alla portata di tutti o almeno di quanti sappiano “adattarsi alle circostanze”; il solito manipolo di sceneggiatori (lo stesso regista Neri Parenti, A. Bencivenni, D.Saverni, P.Logli, A. Pondi) delinea una trama che si snoda in più episodi paralleli: Carlo (Christian De Sica), in vacanza in Sudafrica con la seconda moglie Susanna (Barbara Tabita) incontra casualmente il fratello Giorgio (Max Tortora), ex socio in affari che anni fa l’ha truffato, portandosi via anche la consorte Marta (Serena Autieri); il chirurgo Massimo Rischio (M. Ghini) e il macellaio Ligabue, detto Bue (Giorgio Panariello), amici appassionati di caccia grossa, organizzano un safari, imbattendosi nella bella entomologa Angela Ladesse (Belén Rodriguez), alla ricerca di una rara farfalla; infine la figlia di Rischio, Laura (L. Esquivel), cercherà di barcamenarsi tra il fidanzato Vitellozzo (Alessandro Cacelli), figlio di Bue, e lo spasimante Mauro (Brenno Placido).

In un’ Africa vista nei suoi aspetti più smaccatamente turistici, tra alberghi lussuosi, bestiario in esposizione stile zoo, savana sconfinata e contorno di indigeni “bunga bunga” cui manca solo la sveglia al collo, la farsa si trascina stancamente tra battute stantie, situazioni pilotate, rutti (Panariello omaggia Villaggio come può), un assolo di peti affidato ad un ippopotamo, concretizzandosi in un esaltazione del “lato b” o, meglio, della sua estrema funzione, che non è quella che permette al corpo di stare seduto.

Riguardo gli attori, De Sica, forse perché ormai, finalmente, conscio di ben altre potenzialità, dimostrate in altre occasioni, non appare più a suo agio e a nulla è valso cambiargli ruolo, affidando la parte del maneggione truffaldino a Tortora; Ghini e Panariello risultano discretamente funzionali, Belén dà il suo meglio, cioè sculetta e fa sfoggio delle sue grazie, mentre le bellezze nostrane, Tabita e Autieri, sono belle statuine che nelle intenzioni degli autori dovrebbero far ridere parlando nei loro rispettivi dialetti, siculo e partenopeo, dando prova che “fuga dei cervelli” è un’espressione dai tanti significati. “Ma dai, è un film per famiglie e rappresenta la confusione in cui vive il nostro paese…”. A parte il fatto che il pubblico ha dimostrato di gradire un intrattenimento leggero ma non propriamente disimpegnato (il successo di Benvenuti al Sud), si vorrebbe quindi evidenziare che gran parte degli italiani sarebbero ignoranti arricchiti e arrapati, sulla scia di recenti e alti esempi? Se ciò fosse vero, buonanotte popolo.

Totò, Peppino e…la malafemmina (1956)


Sul finire degli anni ‘50 il “fenomeno Totò” è in fase calante, sia per cause oggettive, l’emergere di nuovi comici, che soggettive, visto che l’attore, ormai non più giovane, si limita a sfruttare il suo rodato repertorio in film a basso costo, tranne qualche lodevole eccezione, costituita da registi come Steno o Monicelli; i produttori, accortisi che riesce a dare il meglio più in qualità di guest star che come protagonista, decidono di affiancargli sin dal titolo un nome di grande richiamo, come stimolo per il pubblico: ecco la felice scelta di Peppino De Filippo, dando vita con Totò, Peppino e…la malafemmina ad un’inedita coppia comica, sperimentata in parte già nel’ 52 con Totò e le donne del sopra citato Steno.

Quanto Totò è volto al surreale, tra folli nonsense e arabeschi linguistici, tanto Peppino è più posato, riallacciandosi alla tradizione teatrale di Scarpetta, pur riuscendo mirabilmente ad essere l’uno complementare all’altro, scambiandosi vicendevolmente il ruolo di spalla; con molte scene lasciate all’improvvisazione, sceneggiatori (Continenza, Manzari, Anton, Thellung)) e regista (Camillo Mastrocinque) si limitano gli uni ad ordire una trama sufficientemente articolata, tra farsa, commedia sentimentale e “musicarello” (Teddy Reno si esibisce in vari classici, come Malafemmina) e l’altro a tenere a bada eventuali eccessi.

I fratelli Caponi, Antonio e Peppino, vivono in una tenuta nella campagna campana, insieme alla sorella Lucia (Vittoria Crispo), vedova e madre di Gianni (Reno),che studia a Napoli, prossimo alla laurea in Medicina. Una sera questi riceve una visita inaspettata, un’ attrice in fuga da una festa, Marisa (Dorian Gray), e tra i due scocca la scintilla fatale, tanto che decide di seguirla in tournée a Milano; venuti a conoscenza da lettera anonima che il giovane “se la intende con donne di malaffare” e della sua partenza dal confinante Mezzacapa (Mario Castellani), zii e mamma si mettono in viaggio per il capoluogo lombardo…

I due grandi attori danno il meglio di sé, spaziando dalla semplice gag visiva (le sassate contro la finestra del vicino, la prova di un trattore), al teatro puro (la scena intorno al tavolo, con il ruolo predominante prima delle persone e poi degli oggetti), e al surreale (l’arrivo a Milano, “dove fa freddo e c’e sempre la nebbia”, vestiti da cosacchi o la celebre dettatura della lettera,meritevole di un articolo a parte, ripresa da Benigni e Troisi in Non ci resta che piangere).

Peppino si cala alla perfezione nel ruolo del villico sempliciotto, tutto lavoro e risparmio, improntato ad una elementare filosofia di vita, incapace di portare avanti un discorso di senso compiuto, troncandolo con “e ho detto tutto”, Totò a volte gli si affianca a volte gli si appoggia, così da potersi esibire nell’ abituale ruolo di sovvertitore del linguaggio comune, oltre che delle più elementari regole di grammatica e di sintassi, dando vita ad assurde ed esilaranti mescolanze stilistiche e linguistiche (la richiesta di informazioni al “ghisa”).

Autentico cult del nostro cinema più popolare, un classico senza tempo che si (ri)vede sempre con piacere, riscoprendo il gusto della risata più sana.

Blake Edwards, il re della commedia

Dopo Mario Monicelli, il cinema piange la scomparsa di un altro grande autore. E’ morto infatti in un ospedale di Santa Monica, in California, il regista Blake Edwards. Nato a Tulsa, Oklahoma, nel 1922, Edwards, dopo una breve esperienza radiofonica, esordisce ad Hollywood prima come attore e poi come sceneggiatore, per arrivare dietro la macchina da presa nel ‘55 con il film Quando una ragazza è bella, anche se sarà il brillante Operazione sottoveste, ’59, ad evidenziare il suo personale tocco, costituito da un’ironia arguta, spesso caustica e pungente.

Infatti, pur accettando nella sua carriera vari compromessi, spaziando nei vari generi pur di mantenere la costanza nel successo, saranno proprio le commedie il suo terreno d’elezione: entrato in scena in una fase in cui il cinema americano tentava un aggiornamento, ma sempre con un occhio rivolto al passato, riesce in primo luogo ad adattare la sophisticated comedy (Colazione da Tiffany, ‘61) alle mode e ai gusti degli anni ’60, addolcendo grazie alla sceneggiatura di George Axelroad i toni dell’omonimo romanzo di Truman Capote e sfruttando al meglio l’innata grazia di Audrey Hepburn.

In secondo luogo con le successive regie, quali La pantera rosa, ’63, e il sequel Uno sparo nel buio, ’64, Hollywood party,’68, tutti con Peter Sellers protagonista, riporta il cinema all’essenzialità visiva dei tempi del muto, coniugando però la comicità slapstick con uno stile cartoon, dove l’entrata in scena dell’ ispettore Closeau nei primi o della comparsa di origine indiana nell’ultimo è sottolineata dai vari gesti e rapporti fisici che questi intrattengono con quanti gli stanno vicino, scatenando disastri dai quali escono indenni, come se nulla fosse accaduto, anzi pronti a ricominciare daccapo, proprio come i personaggi di un cartone animato, del quale riprendono la serialità delle situazioni, mutandola in pura gag visiva.

Dopo aver diretto un po’ di tutto, senza lasciare particolarmente il segno pur se all’insegna di una costante professionalità (l’incursione nel western con Uomini selvaggi ; 10 , ’78, che lanciò Bo Derek, oltre che dare il via ad un certo tipo di commedia sexy), Edwards centra il bersaglio con due film che vedono protagonista sua moglie, Julie Andrews: la corrosiva satira di S.O.B., ’81, che prende di mira il dorato mondo dell’odiata/amata Hollywood, senza tralasciare toni autobiografici, e il successivo capolavoro, Victor Victoria, magicamente giocato sui temi dell’ ambiguità sessuale in forma di commedia degli equivoci.

Sul finire degli anni ’80 e l’inizio dei ‘90 continua a dirigere commedie sempre abilmente confezionate, in cui è ancora possibile ritrovare le linee guida del suo feroce sarcasmo come Micki e Maude,’84, Appuntamento al buio, ’87, e Nei panni di una bionda, ‘91. Nel ‘93 dirige l’ ultimo lavoro, il non particolarmente riuscito Il figlio della pantera rosa, nel quale Roberto Benigni interpreta il gendarme Jacques Gambrelli, figlio dello strampalato Ispettore Clouseau, mentre nel 2004 riceve l’ Oscar alla carriera.