Luci della città ( City lights), 1931

wwwwwNel 1928, quando Charlie Chaplin( 1889-1977) iniziava a lavorare su City lights, il sonoro era ormai affermato, ma il regista dubitava della nuova tecnica:da qui la tormentata gestazione del film, che, tra ripensamenti vari e il perfezionismo maniacale dell’autore, durò tre anni; alla fine venne presentato come muto con commento musicale aggiunto e gag sonore inserite ad irrisorio sberleffo, come nella scena iniziale:in città si inaugura un nuovo monumento e le vacue parole delle autorità sono sostituite da assoli di kazoo; il vagabondo Charlot(Chaplin) che vi si era addormentato sopra, viene allontanato; ad un angolo di strada incontra una giovane fioraia cieca(Virginia Cherrill) e con l’ ultima moneta le compra un fiore; la donna sente sbattere la portiera di un auto e lo scambia per un uomo ricco; è notte, Charlot incontra un milionario ubriaco(Harry Myers) che sta per suicidarsi, lo salva e questi lo invita a casa sua e poi al night; la sua generosità è presente solo da ebbro, al mattino, sobrio, non ricorda più nulla e lo caccia via; nel frattempo con i suoi soldi Charlot aveva comprato l’intero cesto di fiori dalla fioraia, accompagnandola a casa con la sua vettura; dopo un ricevimento, il milionario parte per l’Europa e Charlot per poter continuare ad aiutare la ragazza, trova lavoro come netturbino e poi come boxeur in incontri truccati; dopo tragicomiche vicende, ritorna il milionario, che, brillo, gli dona mille dollari; per un equivoco Charlot è arrestato per furto, ma non prima di aver consegnato la somma alla ragazza, così potrà pagare l’affitto e l’operazione che le ridarà la vista; uscito di prigione, la ritrova guarita e proprietaria di un negozio di fiori; lei lo riconoscerà quando gli prenderà la mano per donargli un fiore e fargli l’elemosina.

Definito da Chaplin stesso, autore del soggetto e della sceneggiatura, “commedia romantica in pantomima”, il film è un perfetto melange tra comico e tragico, stemperati con toni poetici, i quali sono esaltati dall’assenza del dialogo, coerentemente con lo stile dell’autore; esprime inoltre con rara efficacia la bellezza e la durezza della vita, la spietata ed incerta danza delle apparenze coreografata dalle convenzioni sociali, con uno sguardo sulla triste realtà dell’epoca(la Grande Depressione); da leggenda del cinema il finale:i brevi, efficaci, primi piani sugli sguardi tra Charlot e la fioraia evidenziano nel primo sentimento ed emozioni trattenute, mentre gli occhi della ragazza esprimono dapprima divertimento alla vista del povero omino, poi,una volta riconosciutolo, divengono tumidi comprendendo tutti i suoi sacrifici ,esprimendo se non amore almeno riconoscenza, che, in fondo, è quanto il vagabondo si aspettava, sublimando l’amore in un gesto di generosità, come sottolinea il suo sorriso con cui il film si conclude, che si piega verso una triste consapevolezza .

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